Vertice tra Obama e McCain "Cambieremo l'America"

Primo incontro tra vincitore e sconfitto alle ultime elezioni: "Lavoreremo insieme per una nuova era di riforme a Washington". Accordo
su crisi economica, sicurezza nazionale e politiche energetiche

Barack Obama e John McCain, a braccetto e senza rancori. Per il bene dell’America. La notte delle elezioni lo avevano promesso: «Da questo momento Barack è il mio comandante in capo e farò di tutto per contribuire al successo della sua presidenza», aveva dichiarato il candidato repubblicano pronunciando un nobile, commovente discorso di accettazione della sconfitta. «Rendo omaggio a uno straordinario patriota» aveva rilanciato il senatore nero.

Ieri i due ex rivali si sono incontrati a Chicago, ad appena due settimane dal voto, per riallacciare un discorso che la campagna aveva provvisoriamente interrotto. Sui banchi del senato più di una volta Obama e McCain avevano tentato di promuovere agende bipartisan, talvolta con successo, talvolta no, ma sempre con grande, vicendevole stima.

L’eroe della guerra del Vietnam è alla fine di una lunga, meritevole carriera politica e non ha nulla da perdere all’interno di un partito che in realtà non lo ha mai amato. Il presidente eletto è ansioso di conquistare il consenso anche dell’opposizione, perlomeno su alcuni cruciali dossier. Sì, Barack e John sono stati di parole. «Possiamo lavorare insieme per risolvere la crisi nel Paese», ha dichiarato il leader democratico ringraziando una volta di più l’ex contendente «per gli enormi servigi resi al Paese». E a un giornalista che gli chiedeva se fosse pronto a dare una mano, McCain ha risposto con un «ovviamente» corredato da un ampio sorriso. In tempi normali John si sarebbe visto offrire anche la guida di un ministero, ipotesi che peraltro è circolata anche nel weekend, ma che ieri è stata smentita da fonti democratiche. Per discrezione, per opportunità. McCain ministro di Obama non sarebbe credibile e finirebbe per danneggiare entrambi.

La collaborazione sarà più discreta, ma comunque importante. Barack si è presentato accompagnato dal suo chief of staff, Emanuel Rahm, mentre John era accompagnato da un altro senatore repubblicano, il fidatissimo Lindsey Graham. Se si fosse trattato di un incontro di cortesia si sarebbero presentati da soli e dopo dieci minuti si sarebbero lasciati. La riunione invece è durata oltre un’ora e verosimilmente non sarà l’ultima. Al termine è stato diffuso un comunicato in cui Obama e McCain confermano «la necessità di lanciare una nuova era di riforme a Washington» e affermano la volontà «di collaborare nei giorni e mesi a venire per risolvere la crisi finanziaria, varare una nuova politica energetica e garantire la sicurezza nazionale». I termini sono inevitabilmente vaghi, ma l’intenzione è chiara ed è economiabile: su molto dossier procederanno a braccetto, perché la patria in tempi drammatici come questi ha la precedenza su tutto.

Obama intanto continua a lavorare alla lista dei ministri. La nomina di Hillary alla testa della diplomazia Usa è frenata, paradossalmente, da Bill, che, secondo il New York Times, sarebbe restio a collaborare con lo staff democratico incaricato di appurare eventuali conflitti di interessi con le attività della Clinton Global Initiative, che riunisce a scopo benefico molte personalità straniere tra cui diversi di capi di stato. Un contrattempo spiacevole ma che verosimilmente l’ex presidente dovrebbe risolvere nei prossimi giorni aprendo tutti i cassetti. E se Hillary non fosse disponibile, Barack potrebbe offrire il posto a Bill Richardson, governatore del New Mexico. Le alternative non mancano.