Il vertice di pace sul Libano è soltanto un fuoco di paglia

Niente corridoio umanitario, nessun appello per un immediato cessate il fuoco. Unico passo avanti: l’intesa per una forza multinazionale con mandato Onu. Ma su chi la deve comporre e sul mandato non c’è accordo

Marcello Foa

da Roma

Si presentano in sala stampa con quasi due ore di ritardo rispetto alla scaletta prevista e basta osservare i loro volti prima ancora che prendano la parola, per capire che la Conferenza sul Libano non ha prodotto alcun risultato concreto. Il ministro degli Esteri D’Alema, pallido, non riesce nemmeno ad abbozzare un sorriso, il segretario generale dell’Onu Kofi Annan tiene lo sguardo abbassato, il premier libanese Siniora ha i lineamenti tirati e lo sguardo disperato, il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice appare terribilmente seria, a tratti corrucciata. E infatti la dichiarazione comune letta, in inglese, da D’Alema è estremamente deludente. Ci si aspettava l’annuncio della creazione di un corridoio umanitario, qualche progresso sulla formazione della Forza internazionale da dispiegare nel sud del Libano; i più ottimisti confidavano persino in un appello a un immediato cessate il fuoco. E invece nulla.
I rappresentanti di quattordici Paesi più l’Unione europea, l’Onu e la Banca Mondiale hanno deciso di continuare «a lavorare in comune». Con urgenza, naturalmente, e manifestando «profonda preoccupazione». Nel testo distribuito alla fine del summit si ribadisce che tutti i partecipanti sono disposti «ad aiutare la popolazione civile», si annuncia «una Conferenza internazionale dei donatori per la ricostruzione del Paese» e si invita Israele «a esercitare la più grande moderazione e si saluta la sua disponibilità a creare un corridoio umanitario», ma quando si scende nel dettaglio non si va al di là delle intenzioni, che continuano ad essere lodevoli e sono condivise da tutti. Il che non è poco, considerata la presenza di quattro Paesi arabi (Libano, Egitto, Giordania, Arabia Saudita) e della Russia. Ma non era certo necessaria una Conferenza internazionale per prendere atto di una realtà nota da giorni.
Il summit viene prolungato di due ore per limare le «differenze semantiche» del documento conclusivo, che nomina Israele, ma non gli Hezbollah e ribadisce, come già al G8 di San Pietroburgo, che da questa crisi deve nascere un nuovo Libano nel pieno rispetto delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in particolare la 1559, che prevede il disarmo di tutte le milizie nel Paese dei Cedri. Ovvero il disarmo e la neutralizzazione degli Hezbollah e il ripristino della piena sovranità del governo di Beirut, come chiede Israele con il sostegno degli Usa.
I dissensi sono emersi su due punti. Il primo riguarda il cessate il fuoco. Come rivela il ministro degli Esteri francese Philippe Douste-Blazy, Parigi assieme ad altri Paesi, avrebbe voluto chiedere uno stop immediato delle ostilità. Ma Condoleezza Rice pretende che la tregua sia duratura e non un’illusione di poche ore. Alla fine si è raggiunta un’intesa nel chiedere una cessazione «urgente» del conflitto. Il secondo nodo riguarda la forza multinazionale. Che debba essere sotto mandato Onu è fuor di dubbio: lo chiedono tutti e senza riserve, inclusi gli Stati Uniti, ma quando si tratta di esaminare il mandato e la composizione, emergono profonde divergenze, soprattutto tra i Paesi europei. La Germania si oppone al dispiegamento della Forza di intervento rapido, ritenendola inadeguata a tale scopo» ed è restia ad inviare un proprio contingente. La Spagna ha dato la sua disponibilità, ma riservandosi la decisione finale dopo aver preso atto delle condizioni poste dal Consiglio di Sicurezza. La questione, cruciale, è la seguente: sarà una missione di mantenimento della pace (peacekeeping) o di imposizione della pace (peaceenforcing). Nel secondo caso si tratterebbe infatti di andare a combattere contro chi si oppone all’accordo, ovvero gli Hezbollah. Una missione di guerra, dunque, ben più pericolosa di quelle in Afghanistan o in Irak.
Kofi Annan ieri appariva sconsolato: confidava in una tregua anche solo di poche ore per portare aiuto umanitario, ma ha ottenuto dai leader presenti solo un minuto di silenzio per le vittime del conflitto. Amareggiato, ma indomito, il premier libanese Siniora. «La vita umana vale meno in Libano che in altri Paesi? - ha chiesto ai delegati - Siamo forse figli di un Dio minore?». Poi, in conferenza stampa, ha denunciato i bombardamenti che hanno ridotto in pezzi il suo Paese e ha chiesto a Israele di fare finalmente la pace con i Paesi arabi perché «le guerre condotte fino a oggi non hanno reso più sicuro lo Stato ebraico».