Vertice a rischio boomerang

Ad Annapolis, in Maryland, l’Accademia navale ha cominciato frenetici preparativi. Il mondo intero aspetta di vedere, in mezzo a uno scontro fra estremisti islamici e Occidente, qualche segnale di ottimismo. Israeliani e palestinesi saranno i protagonisti. Ci saranno anche dignitari sauditi, gli emiri del Golfo, i giordani, ma a quale livello diplomatico non si sa. E gli egiziani. Il negoziatore palestinese, Sa’eb Erakat, che nella sua lunga storia ha proferito una quantità di durissimi «no», sarà di nuovo protagonista, come ai tempi del gran rifiuto di Arafat a Camp David, quanto Ehud Barak tornò a casa disperato, mentre il raìs andò a Gaza facendo il segno della vittoria e dando il via alla nuova Intifada del terrorismo suicida.
Il mondo arabo è cauto, nessuno è convinto che significhi qualcosa l’invito di Ehud Olmert ad Abu Mazen. In realtà, il summit, e speriamo di sbagliarci, non solo rischia di essere un evento ad uso dei media, ma rischia anche, come la vicenda di Oslo, di rovesciarsi come un’onda maligna producendo, semmai, violenza. I segnali sono quattro.
Il primo è l’intervista di Abu Mazen al Jerusalem Post in cui il leader palestinese afferma che il 92 per cento dei Territori, come gli viene promesso, compresa Gerusalemme est, è per lui inaccettabile. Questo significa che anche le zone più sensibili, più indispensabili alla sicurezza di Israele e anche più densamente abitate, non potranno essere scambiate con territori che non corrispondano ai confini del 1967.
Questo punto, si capisce bene, è un’esca per l’opinione pubblica estremista, e se accettato porterebbe gli israeliani in una situazione di totale insicurezza rispetto ai missili e agli attentati. Solo accettando i famosi «swap» territoriali è possibile un accordo, e questo Abu Mazen lo sa benissimo. Così come sa che la questione dei profughi, su cui nell’intervista Abu Mazen batte il pugno sul tavolo, se posta nei termini di un diritto al ritorno indiscriminato, trasformerebbe in breve lo Stato ebraico in un Paese a maggioranza araba. Nessun interlocutore israeliano potrà mai accettarlo. Soprattutto perché Abu Mazen non dà nessuna garanzia sul controllo del terrorismo.
Il secondo punto è lo scontro fra Fatah e Hamas anche in Cisgiordania, che non dà garanzie sulla possibilità che Abu Mazen possa controllare i suoi. Il contorno sociale degli scontri armati, di delitti, di scandali sessuali e di accuse reciproche di omicidi indiscriminati, tutto sta a indicare una situazione incontrollabile. Manca anche la prospettiva di una nuova leadership che rappresenti un credibile interlocutore per il futuro.
Terza ragione, Hamas ha lanciato - indicando così al pubblico ludibrio nel mondo arabo la conferenza di Annapolis - un summit da tenersi a Damasco qualche giorno prima. Non importa se la Siria è invitata anche da Condoleezza Rice, e che si prepari un summit contrario al suo. Si possono già immaginare i partecipanti: Hamas, Jihad Islamica, Hezbollah, Iran, Siria... E sembra che abbia aderito anche il Sudan. È lo schieramento terrorista che di fatto determina lo stato di guerra o di pace in Medio Oriente, e che, in modo impeccabile dal punto di vista logico, vuole mostrare la sua importanza. È ridicolo immaginare che si possa fare i conti senza questo oste, che ha una precisa strategia di conquista del Medio Oriente a breve termine.
È difficile figurarsi che una pace israelo-palestinese possa fermare gli hezbollah dalla manovra destabilizzante di conquista del Libano per conto della Siria e dell’Iran. Le elezioni presidenziali sono imminenti, e quindi lo è anche un duro confronto strategico nel cuore del Medio Oriente. Il Libano manderà alla conferenza della Rice una delegazione di alto livello, forse Fuad Seniora. Ma intanto, dopo la morte di sei alti ufficiali dello Stato antisiriani, nel suo Paese si lotta per l’indipendenza. E se il Libano soccomberà, è facile prefigurare una situazione molto agitata su tutti i confini israeliani, non importa quali siano i risultati di Annapolis.
Infine, Ahmadinejad: a New York, la settimana scorsa, il presidente iraniano ha disegnato con precisione la situazione: si costruisce la bomba; si arma un largo fronte di guerrieri di Dio con missili, kalashnikov, dinamite; e si marcia concretamente verso la distruzione di Israele. Se si rilegge il discorso di Ahamdinejad, si trovano riscontri precisi della sua strategia di un mondo senza Israele e finalmente islamico. E se si guarda agli eventi mediorientali si capisce che la conferenza di Annapolis non può dare risultati.
Fiamma Nirenstein