Vertice Ue: rivolta all’orizzonte contro inglesi, polacchi e cechi

Le minacce di veto di Varsavia, la rigidità di Praga e le «linee invalicabili» di Londra spingono Spagna e Belgio a prospettare duri contrasti su tutte le questioni aperte

da Parigi

«Radice quadrata o morte!»: non è il motto di un matematico impazzito, ma quello con cui la Polonia si presenta al summit della Ue, rivendicando un peso proporzionale maggiore rispetto a quello previsto dalla Costituzione affondata dai "no" francese e olandese. Il vecchio sistema dell'unanimità - ancor oggi in vigore - era stato superato da un sistema che vuole accettata la proposta avanzata dal 55% dei Paesi col 65% della popolazione europea. Ma a Varsavia i gemelli Kaczynski, il primo (Lech) presidente e il secondo (Jaroslav) premier, fatti due conti hanno scoperto che un tedesco in questo sistema varrebbe un 1,8 rispetto all'1 polacco.
«Inaccettabile!», hanno strillato in coro per giorni, ipotizzando come soluzione appunto un calcolo della radice quadrata degli abitanti dei 27; che darebbe alla Germania 9 voti, ma ne garantirebbe 6 alla Polonia. E anche ieri, pur facendo sapere che a Bruxelles sarà il più malleabile Lech, anziché il duro Jaroslav, i due hanno proseguito a dire che di accordo - senza modifiche al punto del sistema di voto - non se ne parla. Tanto da indurre la Merkel e il suo ministro degli Esteri Stenmaier a definirsi «per nulla ottimisti» viste le 5-6 questioni serie ancora aperte e la impossibilità di affidare alla conferenza intergovernativa (Cig) la soluzione dei problemi che non fossero risolti nella due giorni di vertice della capitale belga.
Né i polacchi sono soli nella contestazione. Praga li appoggia e Londra insiste nelle sue «linee rosse» invalicabili. Solo che, sull'altro versante, comincia a crescere altrettanta animosità. Zapatero, tramite il suo ministro agli Affari europei Navarro, ha fatto sapere alle Cortes che se non si esce con un ministro degli Esteri o un segretario di Stato Ue, sarà Madrid a porre il veto. E anche i belgi scaldano i motori: «Pare proprio che qualcuno voglia rimettere in discussione la stessa Ue. Benissimo: anche noi abbiamo diritto di veto, mica solo Varsavia, Praga e Londra», s'è lasciato scappare il ministro degli Esteri Karel De Gucht.
Il «vertice dei vertici» come già lo chiamano - e che si apre questo pomeriggio nella capitale belga dopo i consueti summit che terranno le varie forze politiche internazionali (in quello del Ppe ci saranno anche Berlusconi e Casini assieme alla Merkel, a quello del Pse andrà Fassino) - è in ballo il futuro dell'Europa. Ma anche quello di numerosi suoi protagonisti. La Merkel vuole passare il testimone ai portoghesi con un successo chiaro: la ripresa della marcia, anche a costo di qualche sacrificio (sparizione del termine Costituzione, abolizione di bandiera e inno comunitari). Sarkozy non vuol sbagliare il primo passo sulla scena europea. Tony Blair non intende mollare invece di un centimetro, visto che tra una settimana c'è il passaggio delle consegne a Brown, pronto al referendum per bocciare eventuali cedimenti del premier britannico giunto all'ultimo passo. «Scenario problematico», deve ammettere D'Alema. Che pensa a eventuali soluzioni di Europa a due velocità. Bypassando il fatto che un fallimento comporta comunque un bel cumulo di macerie che non sarà facile rimuovere.