Vescovi e banchieri: le avventurose finanze vaticane

È il 20 settembre 1870. Roma. A porta Pia, una cannonata apre una breccia entro cui sciamano per la città eterna i bersaglieri. L’Urbe diventa capitale del regno d’Italia, i conti col Papa-re (nell’occasione, Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti) sembrano finalmente regolati dal giovane stato laico, framassonico e anticlericale. Invece, no. Anzi. L’eterogenesi dei fini colpisce ancora. Almeno, così la pensa lo storico anglosassone John F. Pollard. La perdita del potere temporale sancì la «trasformazione da Stato feudale localizzato in un preciso territorio, con una forte dipendenza fiscale dalla rendita che proveniva dall’economia fondiaria, in “società finanziaria” con interessi economici in Italia e nel mondo» e, parallelamente, in una «istituzione fortemente burocratizzata, con un raggio d’azione diplomatico sempre più globale e in grado di esercitare un controllo sempre più rigido, centralizzato e indiscusso sulla Chiesa cattolica romana nel mondo».
È la tesi di L’obolo di Pietro. Le finanze del papato moderno: 1850 - 1950 (pagg. 364, euro 22), pubblicato per i tipi del Corbaccio nella prestigiosa collana storica diretta da Sergio Romano. Certo, il lettore in cerca di scandalo è destinato a rimanere a bocca asciutta. Sia perché il periodo preso in esame taglia fuori le avventure di monsignor Paul Marcinkus e le sue spericolate liaison con Roberto Calvi, Michele Sindona & C., sia perché l’autore si muove coi piedi di piombo di una rigorosa analisi basata sui documenti.
Assistiamo, da un lato, all’epopea dei «ministri dell’economia» vaticani, in perenne rapporto di amore e odio con i loro papi di riferimento, pronti a largheggiare in spese e oboli mentre i loro cassieri li tiravano per la veste talare. Come il cardinale Giacomo Antonelli, chiamato a sbarcare il lunario negli anni difficili di Pio IX autonominatosi «prigioniero in Vaticano» e sdegnoso nel rifiutare legge delle guarentigie ed emolumenti connessi. Abile, Antonelli, nel chiamare alla riscossa la comunità cattolica internazionale e nel farle aprire i cordoni della borsa. Meno, ad evitare alcune relazioni rischiose e foriere di disastri, come quella con la nobiltà nera papalina che sfociò nel rapporto preferenziale con la Banca Romana e annessi tracolli. O come il laico Bernardino Nogara, geniale «amministratore speciale» sotto il milanese Pio XI (Achille Ratti), presenza fissa ai tavoli dei consigli di amministrazione di banche e imprese dal 1929 al 1958, la cui oculatezza riuscì a salvare il salvabile dal disastro del crollo di Wall Street ma che siglò un patto definitivo tra Dio e Mammona, prodigo in investimenti in industrie, edilizia, finanza.
Dall’altro lato, infatti, il racconto di Pollard traccia l’evoluzione dei difficili rapporti tra magistero morale, teologia e denaro. Mentre la rivista dei Gesuiti Civiltà cattolica definiva la comunità ebraica «il polipo gigante che co’ suoi smisurati tentacoli tutto abbraccia e attira a sé; che ha lo stomaco nelle banche e le sue ventose o i suoi succhiatori da per tutto», gli amministratori vaticani invitavano quello stesso polipo, magari in marsina, come nel caso dei baroni de Rothschild, nelle stanze dei palazzi apostolici. Con una mano, in nome del Sillabo, si condannavano all’indice i Princìpi di economia politica di John Stuart Mill, con un orecchio, invece, si prestava ascolto ai vescovi statunitensi, che le stesse ricette liberali utilizzavano senza troppi scrupoli per incrementare le loro invidiabilissime finanze.
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