Il vescovo che non passava mai di moda

Conclusa l’imbalsamazione, i medici lasciarono la casa portando via gli organi interni eviscerati. Appena usciti, un servitore vide sul tavolo una massa gelatinosa. Era il cervello del defunto. L’uomo l’afferrò e corse in strada per raggiungere i distratti imbalsamatori. Ma la loro carrozza era già lontana. Fermo sul selciato di rue Saint-Florentin, il domestico restò un attimo interdetto. Poi, non sapendo cosa farne, gettò la poltiglia nella fogna, che l’inghiottì all’istante. Così, spariva il più fine cervello politico che avesse funzionato in Europa a cavallo tra Sette e Ottocento. L’organo aveva imbrigliato nelle sue trame rivoluzionari fanatici, despoti sanguinari, papi e re. Ora defluiva nella Senna come il più inutile dei resti. Sic transit gloria mundi.
Se il Nostro, padre segreto del grande pittore Eugène Delacroix, avesse potuto assistere alla fine miseranda della sua materia grigia ci avrebbe riso su e studiato il modo di ricavarne un vantaggio. Fu, infatti, il più grande cinico e opportunista della sua epoca.
Ebbe vita avventurosa ma felice, nonostante fosse partito col piede sbagliato. Letteralmente. Primogenito dei principi di Périgord, il piccino era stato messo a balia da una donnucola alla periferia di Parigi. Non per disaffezione, ma perché questo era l’uso, volendo i genitori essere liberi di folleggiare in feste e ricevimenti. Un giorno, il bimbo precipitò da un alto mobile in cui la governante lo aveva messo a sedere. Già questo dimostra quanto costei fosse un’ebete. Ma superò se stessa quando si accontentò di fare un massaggio al piedino lussato senza chiamare un medico. Un mese dopo, il danno era definitivo e il bimbo azzoppato per sempre.
I principi di Périgord non fecero una piega. Ritenendo che uno storpio non avrebbe potuto imporsi a corte, passarono il maggiorasco al fratello minore e avviarono il Nostro alla carriera ecclesiastica. Nulla era più estraneo al fanciullo che cresceva ambiziosissimo e voglioso di tutti i piaceri. A 24 anni divenne abate. Passò piangendo la notte precedente l’ordinazione, ma non si tirò indietro. Decise, anzi, che la Chiesa sarebbe stata il mezzo per costruire le sue fortune.
Vescovo di Autun a 35 anni, si fece inviare come rappresentante del clero agli Stati Generali del 1789, primi fermenti della Rivoluzione. Tradì immediatamente la Chiesa proponendo la confisca dei suoi beni e, assecondando il Terrore che sarebbe venuto di lì a poco, chiese la testa di Luigi XVI. Ma quando capì che i Robespierre e i Marat si sarebbero bruciati coi propri eccessi, ne prese le distanze. Fuggì in Inghilterra, poi in America dove fu agente immobiliare. Tornò a Parigi a rivoluzione finita.
Nel frattempo, aveva avuto un figlio da Madame Flahaut, abbandonandola per un flirt a Londra come Madame de Staël. Fu grazie a lei che, rientrato in Francia, ebbe la carica di ministro degli Esteri del Direttorio. Per ottenere la poltrona, fece le scarpe all’ambasciatore Delacroix. Non contento, mise incinta la moglie di costui. Per umiliare il rivale, spiattellò al Moniteur che un’operazione d’avanguardia aveva restituito all’ambasciatore la virilità perduta da anni. Quindici giorni dopo, lo stesso Moniteur annunciava che la signora Delacroix aveva avuto un bebè, Eugène, il futuro pittore. La Francia intera rise per la celerità della cura.
Quando apparve Napoleone all’orizzonte, il Nostro ne intuì i destini e si attaccò a lui. Molti corteggiavano il Corso, compresa Madame di Staël che voleva diventarne la Musa. Per levarsela dai piedi e restare unico interlocutore dell’astro nascente, tradì anche lei. Al Bonaparte che gli chiedeva maggiori dettagli sulla scrittrice, rispose con spudoratezza: «È un’intrigante per la cui opera io sono oggi ministro del Direttorio».
L’abile zoppo fu nominato Gran Ciambellano dell’Imperatore e il sodalizio durò dieci anni. Lo adulava dicendo: «Io non sono completo quando sono lontano da voi» e intanto si arricchiva a più non posso. Lo seguì su tutti i campi di battaglia. Ma appena capì che tanto guerreggiare lo avrebbe rovinato, si allontanò da lui. «Ogni giorno ci sono morti in abbondanza. Ieri, l’odore era detestabile», scrisse il Nostro a un confidente. Fu la prima frase critica. Seguì la rottura. Plateale, perché tutti dovevano sapere. L’astuto Ciambellano si stava spianando la strada per il dopo. Napoleone, per trattenerlo, lo fece Principe di Benevento e gli dette il governo del Sannio. Il Nostro incamerò, ma proseguì la fronda. Finché l’imperatore gli disse a brutto muso: «Voi siete una merda in una calza di seta» e chiuse.
Annientato Napoleone, il gatto dalle sette vite, grazie alla tempestiva presa di distanza, ebbe altri venti anni di gloria. Tutti diffidavano di lui, ma lo ritenevano indispensabile. Fu primo ministro di Luigi XVIII di Borbone, fratello di quel Luigi XVI che aveva contribuito a mandare a morte. Servì poi anche il rivale, Luigi Filippo d’Orléans, l’ultimo re di Francia.
A 84 anni, si mise a letto per morire. Al sovrano che lo assisteva disse: «Soffro come un dannato» e il re, come soprappensiero: «Di già?!».
Chi era?