Il vescovo: "Una messa per perdonare chi lo ha ucciso"

Il vescovo Fisichella, rettore dell’Università Lateranense: "Preghiamo il Signore perché accolga Piergiorgio nella sua misericordia".  presidente dell’istituto di bioetica Elio Sgreccia: "Le cure somministrate a Welby non potevano essere considerate un accanimento terapeutico"

Roma - «Il fatto di aver “politicizzato” la vicenda di Welby ha reso difficile comprendere come stavano davvero le cose». Così il vescovo Elio Sgreccia, presidente dell’Istituto di bioetica dell’Università cattolica e della Pontificia accademia per la vita, commenta la morte di Piergiorgio Welby, provocata mercoledì notte dal medico anestesista Mario Riccio. Sgreccia ha parlato ai microfoni di Radio Vaticana.
«Dal punto di vista etico, le cure somministrate a Welby non erano accanimento terapeutico - ha detto il prelato -. Questo va ripetuto, perché lo ha stabilito una commissione medica pienamente competente su questo fatto. Quel trattamento lì viene abitualmente somministrato ai malati con quel tipo di malattia, la gran parte di essi lo sopportano e lo desiderano, mentre in questo caso c’è stata una richiesta esplicita di rifiuto delle cure».

Tale rifiuto, continua Sgreccia, «è giuridicamente ammesso dalla Costituzione italiana, però, manca la legge applicativa. Dal punto di vista etico, rifiutare le cure, se le cure sono proporzionate, è una richiesta illecita. Però, se il paziente insiste e rifiuta queste cure non lo si può costringere. Il medico che stacca la spina, si espone al giudizio della legge. Ma in questo caso è difficile capire. Non sappiamo se il paziente ha chiesto la sospensione delle cure perché rifiutava un trattamento divenuto per lui insopportabile, e in qual caso la richiesta poteva essere moralmente lecita, oppure il paziente ne fatto richiesta per farne una battaglia politica e, quindi, per ottenere una legge che spiani la strada all’eutanasia. L’aver “politicizzato” il paziente ha reso impossibile sapere se la sua richiesta era fondata sul suo bene o sul bene del suo partito».

Secondo Sgreccia, «di fronte alle prese di posizione ideologiche, è necessario stabilire dei criteri chiari sia per quanto riguarda l’accanimento terapeutico, sul quale in un primo tempo si era impostata tutta la discussione, sia per quanto riguarda il rifiuto delle cure. Devono essere percorsi non solo etici, ma anche giuridici, perché eticamente si deve sapere quando è lecito rifiutare le cure e quando è lecito per il medico accettare questo rifiuto». Infine, il vescovo afferma che non ci sono ragioni per far diventare il caso Welby un precedente: «La legislazione italiana in materia è assolutamente chiara: e cioè “no” all’eutanasia, “no” all’accanimento terapeutico e “sì” - anche se si tratta di un sì tragico - al rifiuto di cure da parte dei pazienti. Chi auspica nuovi interventi legislativi non si rende conto, oppure se ne rende conto benissimo, che ciò che realmente auspica è la legalizzazione dell’eutanasia».

L’associazione «Scienza & Vita», con un comunicato, esprime dolore «per la morte di Welby, non solo per le gravi sofferenze che ha dovuto sopportare a causa della malattia, ma anche perché pensiamo che sia terribile morire convinti che la propria vita è indegna di essere vissuta». Ma deplora «che Welby sia divenuto il simbolo di una battaglia per la morte invece che di una battaglia per la migliore assistenza dei malati in gravi condizioni. Il suo impegno, infatti, ha dimostrato proprio il contrario di quello che i radicali volevano sostenere: la sua vita aveva un senso, profondo e importante».

«Anche persone malate come lui, infatti - continua il comunicato - possono intervenire nella società, contribuire alla riflessione collettiva e soprattutto ricordarci che anche la sofferenza ha diritto di parola... Welby, con la sua testimonianza, ci ha insegnato molto: non la necessità dell’eutanasia, ma la necessità di una buona assistenza e di un ruolo sociale per i malati». «Grazie a Welby - conclude “Scienza & Vita” - speriamo che il nostro sistema sanitario migliori, che non ci sia più nessun malato che si senta escluso e inutile, che chieda la morte. Che non ci sia più nessuno a pronunciare le parole di tristissima memoria “vita indegna di essere vissuta”».

Chiede silenzio il movimento dei Laici di Don Orione: «Dopo mesi di polemiche ora è il momento per il silenzio, per la riflessione e soprattutto per pregare per l’anima di Welby. Vorremo che si attribuisca alla vita umana più valore e soprattutto che si eviti di speculare, soprattutto sui media, sulla sofferenza altrui». Duro, invece, il giudizio del vescovo di Civitavecchia Girolamo Grillo: «È gravissimo che sia stato staccato il respiratore: tutti i medici dicevano che non c’era accanimento terapeutico, non si può uccidere così una persona». Mentre il vescovo Rino Fisichella, rettore dell’università Lateranense e cappellano della Camera dei deputati dice: «Alla messa di stasera pregherò per Welby, perché Dio lo accolga nella sua misericordia, dopo che ha sofferto così tanto e così a lungo. E chiederà anche al Signore di perdonare coloro che lo hanno ucciso».