Un vescovo «tedesco» a furor di popolo per Milano imperiale

Fece costruire quattro basiliche agli ingressi della città per chiarire subito le idee agli avventori: Milano, capitale dell'Impero romano (286- 402 d.C.), era, e sarebbe stata, una città cristiana. Fece saltare all'imperatore Teodosio la comunione, lasciandolo solo in mezzo alla chiesa, perché espiasse la colpa di non aver impedito un massacro di cristiani a Tessalonica (390 d.C,). E pensare che Ambrogio (339/40-397) vescovo non ci voleva proprio diventare. Aveva un altro concetto della carriera: nato a Treviri (Trier), nell’attuale land tedesco di Renania-Palatinato - il padre era prefetto nelle Gallie - studiò legge a Roma e fu nominato governatore di Liguria ed Emilia, con sede a Milano. Dopo la morte del vescovo Aussenzio, il contrasto fra cristiani ed ariani in città si era molto inasprito. E un giorno Ambrogio intervenne con un discorso alla folla. Cominciò governatore e ne uscì vescovo, acclamato a furor di popolo «Episcopus, episcopus!». Eppure lui era solo catecumeno: nemmeno battezzato. Fece di tutto per non accettare l'incarico. Prima si fece vedere in giro con donne di malaffare. Non bastò: al popolo dovette sembrare sempre meglio lui che un ariano. Allora tentò la fuga. Voleva riparare a Pavia: ma nelle nebbie di quella «via porticata» non andò oltre porta Romana. Infine accettò: era il 7 dicembre 374. Da allora molta della sua Milano si è conservata e mischiata al guazzabuglio moderno. Delle quattro chiese che Ambrogio vescovo volle ai punti cardinali della città restano tre edifici: S. Dionigi è stata infatti demolita per far posto ai bastioni di porta Orientale (oggi porta Venezia), ma S. Ambrogio (basilica dei martiri), S. Nazaro (basilica degli apostoli) e S. Simpliciano (basilica delle vergini), la più giovane delle chiese, che Ambrogio non vide conclusa, sono invece ancora lì con il loro volto romanico, un po' modificato da come le pensò il vescovo. S. Ambrogio nacque accanto ad un cimitero cristiano e alla sua basilichetta, S. Vittore in Ciel D'oro, oggi inglobata come cappella nella chiesa, dove si conserva uno dei più antichi ritratti a mosaico del vescovo. Molti andranno in chiesa per il pontificale del Cardinale Tettamanzi alle 10.30 di domani, poi renderanno omaggio allo scurolo del santo e ammireranno il sarcofago di Stilicone mentre posteriori ad Ambrogio sono altri tesori, come l'altare di Vuolvino e il ciborio. S. Nazaro sorge, invece, lungo quella «via porticata» per cui Ambrogio tentò la fuga. Dell'epoca restano l'impianto a navata unica, parte del pavimento nel transetto destro e, a sinistra dell'altare, l'iscrizione (oggi su lapide moderna) dettata dall’ex governatore per la dedica della basilica.
Ma la Milano di Ambrogio è anche quella della basilica «Porziana», identificata in S. Lorenzo dai più: qui il vescovo si asserragliò più giorni, cantando inni da lui composti secondo la liturgia che è poi diventato il «rito ambrosiano», mentre fuori gli ariani chiedevano la consegna di almeno una chiesa per professare il loro culto. Di Milano Ambrogio vide anche il conflitto fra il cuore «pagano» del foro romano di piazza San Sepolcro, dove incrociavano il cardo (via Nerino) e il decumano (via S. Maria Fulcorina), e il centro cristiano della città, dove quasi mille anni dopo sarebbe sorto il Duomo: qui esistevano piuttosto la basilica antica di Santa Maria e quella nuova di Santa Tecla, che Ambrogio completò con il battistero di San Giovanni ad Fontes, dove la notte di Pasqua de 387 battezzò Agostino. Ma il luogo più caro al vescovo si trova nell'odierna via Peschiera: ieri un «nemus», un boschetto, proteggeva la preghiera di una comunità di monaci dove Ambrogio amava ritirarsi. Oggi il bosco non esiste più, ma un grazioso convento, S. Ambrogio ad Nemus, si difende dietro un cancello scuro, opponendo la tenacia di un solo grande albero alle densità della case eleganti di via Melzi D'Eril. Per una visita guidata: Centro Guide Turistiche tel. 02-85910419, da 6 euro, minimo 10 persone).