Il vescovo: «In Umbria da 60 anni c’è un regime»

Il leader locale della Margherita: prendiamo atto delle parole del presule e restiamo in ascolto

Pierangelo Maurizio

da Perugia

«In Umbria da 60 anni è in vigore un regime»: parola di vescovo, anzi dell'arcivescovo di Perugia, monsignore Giuseppe Chiaretti. Senza perifrasi l'arcivescovo ha bollato così il sistema di potere in una delle regioni rosse, da sempre in mano al Pci-Pds-Ds e che controlla ogni centro nevralgico della vita istituzionale, economica, sociale. Parole che hanno avuto l'effetto di un terremoto. Primo, perché a pronunciarle è monsignore Chiaretti, conosciuto come un uomo mite e lontano anni luce da anni da ogni spirito di crociata. Secondo, perché sono contenute in un'intervista, raccolta da Lorenzo Fazzini e pubblicata sul sito ufficiale della curia (www.chiesainumbria.it), nell'ambito di una riflessione sulla ricaduta dei cinque giorni di convegno ecclesiale di Verona nella realtà umbra.
Questa è la frase che ha assunto il tono di una bocciatura storica: «In Umbria - afferma monsignor Chiaretti - siamo da 60 anni in una certa difficoltà: c'è in giro, anche tra i cattolici, una stanchezza determinata da questi decenni di “regime” che ha fatto sorgere una disaffezione verso la politica: c'è invece l'urgenza di un ritorno all'interessamento di un nuovo impegno». Bocciatura del «regime» ma anche richiamo all'impegno dei cattolici.
La principale conseguenza delle giornate veronesi, secondo il prelato, anche in Umbria è «la consapevolezza che noi cristiani non siamo cittadini di serie B, che abbiamo duemila anni di storia e per questo non possiamo essere trattati da imbroglioni, come qualcuno vuol farci passare. Veniamo da lontano» aggiunge monsignor Chiaretti, «abbiamo costruito comunità umane e quindi vogliamo stare nella città con piena cittadinanza: nessuno deve metterci il bavaglio. Abbiamo dimostrato già in passato di essere persone che sanno stare nella democrazia».
Seppure tra virgolette secondo la Chiesa quello che governa la regione è dunque un «regime». Non è la prima volta che i termini «regime», «dittatura della maggioranza» vengono usati per l'Umbria. Di regime aveva parlato uno dei politologi più attenti, Ernesto Galli della Loggia. Meglio di tutti forse lo ha spiegato un vecchio dc come Luciano Radi: «In Umbria il Pci ha costruito un sistema atipico, che salva le forme democratiche ma impedisce ogni alternanza».
Ma certamente mai un giudizio simile era arrivato da una fonte tanto autorevole. E per di più cade in un momento in cui proprio quel sistema di potere mostra vistose crepe: dalle inchieste giudiziarie che non si sa bene che fine facciano, da quella sulla ricostruzione del dopo-terremoto al «caso Giombini», il costruttore delle coop arrestato per fatture false e costituzione di fondi neri, al «buco» apertosi improvvisamente nei conti del Comune di Perugia e che ha portato l'opposizione a occupare per una settimana l'aula consigliare.
Le reazioni del mondo politico naturalmente non si sono fatte attendere. Maria Rita Lorenzetti, presidente ds della Regione, ha reagito a modo suo. A testa bassa. «Un giudizio eccessivo» ha rispedito al mittente le parole dell'arcivescovo: «Io vedo un'altra regione, che tutti conoscono per la sua accoglienza». Più rispettoso invece il commento di Giampiero Bocci, deputato dell'Ulivo e capo indiscusso della Margherita in Umbria: «Prendiamo atto delle parole di monsignore Chiaretti» ha detto, «e restiamo in ascolto». Un altro segno delle divisioni e delle crepe apertesi nel sistema di potere del centrosinistra in Umbria.
pierangelo.maurizio@alice.it