VESPA mette in riga le signore del potere

Al galà illustri «damigelle d’onore»: da Barbara Palombelli ad Azzurra Caltagirone e Lella Bertinotti

Barbara. Azzurra. Luisa. Mariapia. Anna. Lella. E Bruno, con Giulio, che le stuzzica, le chiama, le blandisce. Intorno, li guardano più di duecento persone, gli occhi avidi fissano capelli, vestiti, mani delle sei signore esposte a Palazzo Venezia, in quella Sala del Mappamondo dove Mussolini possedeva, rapido, le «visitatrici fasciste» che volevano un figlio da lui. Sembra Eyes wide shut, morboso film di Stanley Kubrik, che seppe immortalare una delle più famose scene d’orgia collettiva, ma si tratta dell’ultima trovata editoriale di Bruno Vespa, ieri abile intrattenitore di mogli in Via del Plebiscito. Accorse alla presentazione de L’amore e il potere. Da Rachele a Veronica, un secolo di storia italiana (Mondadori), un libro che si sfoglia come un rotocalco, tant’è visivo, con i suoi dettagli di letto, di cuscino, di storia, le donne della casta, eppure, sembravano perplesse, a tratti intimidite.
Certo, vedere il vasto salone dove il duce riceveva Storace e Ciano, zeppo di generone romano e paparazzi (tutti intorno al Divo Giulio Andreotti), mentre «Le iene» televisive riprendevano qua e là, e Rosanna Lambertucci, inguainata in pelle nera, cercava di farsi notare, intanto che su tutto incombeva un’aria da soft lounge, con Besame mucho dagli altoparlanti piazzati ai lati dei finestroni altissimi, faceva strano.
«Non mi perdo una presentazione, vado dappertutto, io!», diceva all’amica un’anziana in pelliccia, il bastone appoggiato alla sedia. «Lella m’ha detto che Vespa, a lei, ha dedicato più pagine che alle altre», raccontava un’amica della Bertinotti. Il fatto è che, ieri, la gente era tanta, per vedere loro, le girl di Casini e di Marini, di Rutelli e Bertinotti, di Fassino e di Fanfani, che sebbene sia morto, ancora si ricorda.
Perché se vuoi conoscere un uomo, devi conoscerne la moglie. E allora, è solo questione di gnocca? «Una volta la gente si faceva più facilmente i fatti propri: ora ci sono riflettori, microfoni, indiscrezioni. Si sa ciò che è e pure quel che non è», esordisce Andreotti, che in serata pare un juke-box.
Vespa lo gettona e lui parla. E strappa applausi, quando riflette: «Non si trova più nessuno che dice: “andiamo a Piazza Venezia, ad applaudire. Un tempo, erano in tanti”, con chiara allusione alle “adunate oceaniche”. Già, c’è pure il tormentone di Vespa, figlio naturale di Benito...“. Ma Vespa non è un pettegolo. Il suo, è un libro di cronaca. E, infine, decidano i benigni lettori», conclude l’immarcescibile senatore a vita, presto sul grande schermo, dentro a un film (con Servillo protagonista).
La palla passa, ora, ad Azzurra Caltagirone Casini, piccola e pallida, le caviglie spuntano a righe colorate da pantaloni neri qualunque. Sarebbe, lei, indulgente con il marito fedifrago, come lo fu donna Livia Andreotti, quando il di lei consorte dimenticò la nascita d’una figlia?, insinua il Vespone nazionale. «Sarei meno indulgente. Casini è stato in sala parto, un parto cesareo. Era al di là del vetro. È stato bravo», risponde a tono, quasi una scolaretta timidina. Meno male che c’è Barbara, «la Palomba» di Rutelli, sempre ficcante nel suo lucido cinismo capitolino. L’unica in stivali e tacchi da donna (le altre, scarpette rasoterra) e piglio pasionario. «Il ruolo delle donne non è cambiato. Anna Serafini, per esempio, faceva politica prima ancora di sposare Fassino. Eppure, lei resta “la moglie di Fassino”. Gli italiani, ma soprattutto le italiane, in realtà detestano le mogli dei politici!». Mirabile affondo, spacciato per riflessione giornalistica. Non paga, la signora Rutelli, contro il cui stratosferico compenso minacciarono scioperi al Corriere, rilancia. «Una cosa mi sta qui, devo dirla. Esprimo solidarietà a Daniela Fini: quel che le hanno fatto i media, è vergognoso», fa Barbara, come a un tè tra signore, appena un po’ indignate. Come la Serafini, triste nel suo tailleur pantalone marrone, scontata quando sostiene, brevemente, come abbiano usato «per fini politici», la storia che lei è una «moglie di».
Viva la faccia di Lella Bertinotti, almeno era in spolverino verde devorée, in tono con gli orecchini a brillocco e la spilla color ramarro, che dona molto a chi ha i capelli rossi, come lei. «Io gelosa? Possessiva, semmai. Il mio Fausto, ora, è attratto da libri di filosofia, di religione. Senza la politica, sarei stata più povera», chiude la sora Lella e non sai, veramente, a cosa si riferisca.
La palma della più sincera va, però, a Luisa D’Orazi, maritata Marini, quando commenta: «In fin dei conti, siam delle massaie». E le altre, le assenti? Flavia Prodi non ha mai pronunciato la parola «amore», quindi non c’era. Veronica Lario, in Berlusconi, si racconta nel libro.