Veti incrociati sulla nascita del «Veltroni 2»

Claudio Pompei

Il breve periodo di convalescenza post-intervento è finito ieri con la sua proclamazione ufficiale a sindaco e il ritorno in Campidoglio. Ma per Veltroni i calcoli da fare ora, in vista dei futuri assetti della sua giunta, rischiano di essere più dolorosi di quelli frantumati dalla litotripsia al Gemelli. Il motivo è presto detto: in questi giorni si sono accavallate richieste di assessorati da ogni dove e, cosa assai più preoccupante per lui, veti incrociati.
Quando si tratta di spartire poltrone, si sa, le discussioni, anche polemiche, si accendono ovunque; ma nel caso del “Veltroni Due” la situazione è resa ancor più complicata dalla estrema eterogenicità della coalizione. Insomma la carta vincente del sindaco - che è riuscito a mettere assieme un’alleanza di soggetti politici molto distanti tra loro - ora rischia di trasformarsi in un boomerang.
Le prime concrete avvisaglie si sono avute qualche giorno fa, quando i capicorrente rutelliani hanno fatto sapere della loro contrarietà a una riconferma del vicesindaco uscente Mariapia Garavaglia. «Se ci si riconosce il diritto ad avere la poltrona numero due del Campidoglio, in quanto seconda forza della coalizione - aveva fatto notare Roberto Giachetti - allora il vicesindaco lo indichiamo noi, possibilmente senza subire una scelta dall’alto». I Ds romani, dal canto loro, avevano messo le mani avanti ricordando che, comunque, l’indicazione - seppur coordinata con gli alleati - spettava al sindaco.
Come un fulmine a ciel sereno, ieri è arrivato invece invece il veto assoluto posto da Rifondazione comunista sull’ipotesi di assegnare ad Alberto Michelini l’assessorato alla Famiglia. E che non si tratta di una questione personale nei confronti dell’ex azzurro, l’ha spiegato chiaramente Massimiliano Smeriglio, già presidente di municipio e ora parlamentare. Il partito di Bertinotti («l’unico - ha fatto polemicamente notare Smeriglio - a non avere il nome di Veltroni nel simbolo») ne fa un problema di assetto politico. Il sindaco, cioè, non può permettersi il lusso di spostare verso il centro il perno del governo capitolino.
L’aut aut di Rifondazione, però, mal si concilia con il peso, certamente ragguardevole, che hanno conquistato i “moderati per Veltroni” e i fuoriusciti dall’Udc, che sono riusciti a far eleggere almeno quattro consiglieri nell’aula di Giulio Cesare e ora, giustamente, intendono passare all’incasso pretendendo che il sindaco onori le cambiali firmate prima della campagna elettorale.
Ma i nodi da risolvere nell’agenda di Veltroni non sono finiti qui. C’è un altro elemento che rischia di scompaginare i già difficili equilibri - se mai saranno fissati in due o tre giorni, come si dice - all’interno del centrosinistra: il caso D’Erme. Come è noto, il leader dei no-global romani, pur avendo raccolto oltre duemila preferenze personali, non è stato rieletto in Campidoglio. E Veltroni, subito dopo i risultati elettorali, si è affrettato a far sapere che «le istanze portate avanti da Action non possono essere abbandonate». Il che significa che si dovrà trovare un ruolo anche per il «disobbediente»: se non proprio una delega, magari un incarico ad hoc che riguardi l’emergenza abitativa. La qual cosa fa storcere non poco il naso ai cosiddetti moderati i quali, se da una parte non hanno ancora posto veti in questa direzione, dall’altra non possono nascondere di aver tirato un grosso sospiro di sollievo per la mancata rielezione di D’Erme.
La nascita del «Veltroni Due» in definitiva è molto più sofferta di quanto lascerebbero intendere i risultati elettorali. Ieri il sindaco ha cominciato l’opera di limatura e di convincimento ma, ovviamente, sarà costretto ad accettare dei compromessi. Se la Margherita dovesse cedere sul nome della Garavaglia, per esempio, lo farebbe solo in cambio di un assessorato in più. E gli alleati sono cresciuti di numero e di pretese...