Vezzali: "E ora fatemi fare la portabandiera"

Valentina nella storia con il terzo oro olimpico: &quot;Come diceva Balboa, non importano i colpi che dai ma come reagisci&quot;. Quintavalle, <strong><a href="/a.pic1?ID=282651">la judoka della porta accanto</a></strong>. Federica Pellegrini, la tigre di carta  <strong><a href="/a.pic1?ID=282657">alle prese col suo divismo</a></strong>. Nespoli, <strong><a href="/a.pic1?ID=282652">l'arco d'argento</a> </strong>degli azzurri

Pechino - Se fosse un pugile sarebbe un omone che distrugge e annienta gli avversari, se fosse un pilota sarebbe Schumacher l’ingordo, se fosse sulla neve sarebbe Alberto Tomba quando sciava, non quando fa l’attore. Valentina Vezzali non è loro, ma è tutti loro messi assieme in un frullato di pregi amalgamati da un solo, rarissimo, ingrediente: il talento. «Me l’ha dato Dio e cerco di usarlo nel modo migliore», dirà a fioretto ancora caldo, a oro già al collo, dopo aver beffato la forte coreana che aveva giustiziato la nostra Trillini, poi rigiustiziata per il bronzo dall’altrettanto nostra Granbassi, che in semifinale era stata massacrata dalla di cui sopra Vezzali. Un giro dell’oca medagliato con un’unica vincitrice, Valentina: «Voglio essere d’esempio a tutti – urlerà ancora -, voglio che le persone, i giovani, chi soffre, chi crede di non potercela fare, mi guardi e impari a non mollare mai».

Ammettiamolo: Valentina Vezzali è una donna dalla cattiveria sportiva di proporzioni disumane: ha vinto la terza medaglia d’oro di fila risvegliando gli assopiti amanti della statistica (solo lei e Mangiarotti nella scherma, Dibiasi nei tuffi), umiliando le avversarie e attapirando le compagne. Ormai è una Highlander che più di tutti può dire e rivendicare «alla fine ne rimarrà una sola». Nel senso che le giovani crescono, le Granbassi arrivano, ma di guerriere come lei non se ne vedono. Incredibile Valentina, anche come soggetto di studio. Una donna che passa le giornate sul confine labile tra lacrimuccia e scena isterica, diventando belva non appena la si tocca in pedana. Come ieri, quando ha divorato le avversarie e poi si è messa dolcemente a cantare una canzone di Ramazzotti: «Quando la festa comincerà tu sarai regina/ tutta la gente si fermerà a guardarti stupita/ quando la festa poi finirà torneremo a terra/ tutta la gente si ricorderà d’aver visto una stella».

Festa e stella e melodia in un romantico delirio post trionfo di una donna comunque unica che qui ha fatto gara in difesa come le piace, andando in testa 3 a 0 per farsi poi recuperare e passare, e trovando l’affondo del 5 a 5 a 29 secondi dalla fine. Quindi il capolavoro: l’assalto che non ti aspetti a meno 4” dal gong che ha spiazzato e sorpreso persino il ct Andrea Magro: «Se Vale ha un difetto è quello di aspettare la priorità, di attendere, invece avete visto? Risolti i suoi percorsi di sofferenza, a un niente dalla fine, è tornata l’animale assatanato che conosciamo ed è andata all’attacco per il punto vincente... Pazzesco».

«Già» ribatte l’animale assatanato, forse senza neppure ricordare il perché e il percome di quell’assalto, «Rocky Balboa dice che non contano i colpi che dai ma come reagisci e io ero in trance agonistica... Forse questo mi ha aiutato a concentrarmi sull’obiettivo: era come se il mondo attorno fosse sparito, lasciandomi sola davanti alla mia avversaria». E ancora: «In passato mi era capitato spesso di attendere, stavolta, non so perché, sono andata all’assalto... Forse perché mio figlio Pietro mi aveva chiesto una medaglia, poverino, era venuto con me in aeroporto, era convinto di partire e quando ha saputo che sarebbe rimasto a casa ci è rimasto malissimo». E poi, con più rabbia, eccola di nuovo ringhiare: «Paura? No, non puoi permetterti di averla, appena ci pensi t’infilano». E poi, con la lacrima in pedana di lancio, eccola descrivere un calvario personale durato tutta la vigilia: «Questo oro? Mai così difficile, nei giorni scorsi ho pianto spesso, la notte non ho dormito per nulla, l’altro giorno pensavo quasi di lasciar perdere e invece ho tirato fuori gli attributi... A Londra nel 2012? Se finalmente mi scelgono come portabandiera... Lo dico al Coni, lo prometto, altrimenti vado avanti... Perché se non mi scelgono neppure questa volta...».

Smette invece per davvero Giovanna Trillini dopo la rabbia e l’umiliazione provate nella semifinale persa 15-10 contro la coreana che avrebbe trovato Valentina e contro un giudice cinese veloce con i cartellini rossi. Niente da fare per Giovanna anche nella finalina contro la compagna di camera Margherita Granbassi (15–12). Meno male che c’è quell’animale assatanato di Valentina che promette per tutte: «Ora pensiamo alla sfida a squadre, perché se io, Giovanna e Margherita combatteremo come sappiamo, allora non ce ne sarà per nessuno». Meno male che la dolce Granbassi non è un highlander, un animale assatanato, non è ancora, forse non lo sarà mai una fuoriclasse come la Vezzali, ma se non altro si ricorda di dire: «Così Giovanna Trillini lascerà le competizioni portandosi a casa una medaglia d’oro». E brava la dolce Margherita.