Vi accompagno nella fattoria di Karen Blixen

Al ristorante Carnivore il portiere negro è vestito da cacciatore bianco e i camerieri girano per i tavoli con dei coltellacci e delle corte lance, a mo’ di spiedo, su cui sono infilzati pezzi di carne arrostita. C’è quella di coccodrillo, di struzzo, di zebra, di gazzella... Tu indichi, loro tagliano e ti servono. Mangi fino a che ne hai abbastanza. Se sei nel patio e alzi gli occhi al cielo, oltre le stelle ogni tanto vedi delle luci intermittenti che si avvicinano o si allontanano. L’aeroporto è a due passi, e costeggia il Parco nazionale dove leoni e giraffe, ippopotami e rinoceronti al passaggio dei Boeing e dei Jumbo hanno ormai fatto l’abitudine. Sessant’anni fa Denys George Finch-Hatton, l’amante distratto di Karen Blixen, uno di quegli inglesi con lo spleen, nati in ritardo rispetto al secolo elisabettiano che sarebbe stato il loro, e che in Africa trovarono il modo di trasformare la passione per la caccia e la vita all’aria aperta in un lavoro, si divertiva a disorientarli volandoci sopra: non capivano da dove il rumore arrivasse, si sparpagliavano, si riunivano, caricavano nel vuoto.
I primi alberghi di Nairobi, il Norfolk e lo Stanley, risalgono agli inizi del secolo. Oggi la città li circonda e li inghiotte, reticolato umano di ricchezze, miseria e violenza. Come esci dal centro, i sistemi di sicurezza delle case, sorveglianza elettronica e vigilanza armata, ti fanno capire che furti e rapine sono una costante del paesaggio urbano. Dopo il tramonto è sconsigliabile girare da soli, e se incontri un poliziotto meglio girargli al largo, tanto è corrotto. L’esercito è in fibrillazione e baratta possibili golpe con aumenti economici, il presidente Moi vorrebbe regolare la propria successione, ma si scontra con l’opposizione che, dietro il millantato credito della Costituzione, vorrebbe fare lo stesso. La sensazione generale è di malessere e tensione, e nonostante la bellezza del paesaggio, a occhio non è un bel posto per viverci. A Finch-Hatton allora piaceva talmente che avrebbe voluto riposarvi anche da morto. La sua tomba è sulle Ngong Hills, le colline che fronteggiano Nairobi a ovest e da cui vedi il monte Kenya e il Kilimangiaro. Per arrivarci prendi Langati e poi Magati road e superi Ongarian e Kiserian, bidonville dove i posti pubblici di telefono convivono con il Paris café, legno azzurro con oblò, e alberghi a una sola stanza e tanti letti, uomini e animali si dividono lo spazio, prosperano chiese di ogni setta, negozietti di parrucchiera si alternano a macellerie.
Una strada sterrata s’inerpica sulle colline, praticabile ora che non è la stagione delle piogge: altrimenti è un fiume di fango, e ti chiedi che ne sarà di quelle baracche di lamiera e di quelle coltivazioni che qui e là le punteggiano. L’obelisco che sovrasta la pietra sotto cui è sepolto, ha una placca con su incisi dei versi di Coleridge dalla Leggenda del vecchio marinaio: «Prega bene chi meglio ama tutte le creature, piccole e grandi». Intorno, rose rosse, orchidee gialle, ciclamini viola, margherite bianche, una cascata di colori su una specie di piattaforma erbosa sotto cui si estende la pianura che giunge fino alla città. Ai lati, le «colline come elefanti» di cui scriverà Hemingway: un verde brillante incorniciato di celeste. In basso a sinistra, in lontananza, si scorge il tetto rosso di una costruzione, la casa della Blixen. «Allunghiamoci fino alle nostre tombe», diceva scherzando Denys a Karen quando voleva fare una passeggiata un po’ particolare. In linea d’aria non sono più d’una decina di chilometri, mezz’ora di cavallo, un’ora di macchina... chi l’ha detto che la modernità ha accorciato le distanze? Finch-Hatton morì che aveva da poco superato i quarant’anni. Per portargli un fiore, sulla collina ancor oggi s’inerpica periodicamente qualche dozzina di persone. Non ha lasciato dietro di sé né un romanzo né una poesia, soltanto l’esempio di uno che nella vita riuscì a fare solo quello che gli piaceva, inutile eppure essenziale. I nostri cari defunti in proporzione hanno meno compagnia, ed è il prezzo che si paga alla fretta e alla competizione.
La fattoria della Blixen, il luogo magico di La mia Africa, è un museo. Il governo danese ne fece omaggio nel 1963 a Jomo Kenyatta, primo presidente della neonata repubblica kenyota. La proprietaria se n’era andata trent’anni prima, cacciata dalla cattiva gestione degli affari, dai debiti, dalla morte dell’uomo che allora le sembrava la sua unica ragione di vita, da una salute precaria. Narrazione romanzata di una passione per quella terra e per chi la abitava, scritto da una donna combattiva, frigida eppure passionale, quel libro ben si prestava alla esaltazione di una repubblica appena sorta, critico verso il colonialismo inglese e il paternalismo ammantato di durezza dell’uomo bianco. Trasformata in museo, dopo un inizio stentato è stata adesso rimessa a nuovo e riportata alla vita per celebrare il millennio che fugge e quello che sopraggiunge. Poiché delle suppellettili originali nella casa era rimasto ben poco, parte del materiale usato per il film che Sydney Pollack girò nel 1985 con Meryl Streep e Robert Redford, vestiti, mobili, strumenti, è stato disinvoltamente inserito nella cornice casalinga. Distinte hostess in camice bianco te lo segnalano con diligenza mentre ti illustrano ogni particolare dell’abitazione. Curiosamente, la cosa più vera, e cioè la casa, questa meraviglia ai piedi delle colline, allungata su un prato che la circonda, con le finestre delle camere da letto che guardano le montagne, nel film era quella più falsa. Troppo piccola per le esigenze sceniche: lì dove c’era stato posto per una festa in onore del principe di Galles, in visita semiufficiale nel Paese, e i suoi 200 invitati, apogeo della popolarità africana della padrona di casa, il gigantismo hollywoodiano ci si era sentito stretto.
In Kenya la Blixen arrivò che aveva 28 anni e ne ripartì che ne aveva 46. In questo arco di tempo contrasse la sifilide per le intemperanze sessuali del legittimo consorte, si ritrovò divorziata, ebbe alcuni flirt e il grande amore con Finch-Hatton, non portò a termine due gravidanze, tentò un paio di volte il suicidio, soffrì di depressione e di anoressia. Tanto La mia Africa è una sorta di elegia, dove la violenza, delle passioni, delle situazioni, rimane sullo sfondo, tanto la sua vita vissuta fu un concentrato di esaltazioni e di depressioni, un susseguirsi di paure incontrollabili, l’ossessione che per lei, alla fine, non ci fosse posto per una nobile sconfitta, ma solo per una più prosaica e borghese rovina economica... Nella sala da pranzo, la copia del ritratto fattole da Irene Bouché poco prima di morire, rimanda a un volto stregonesco, scavato e scheletrico, come di chi ha divorato se stessa dall’interno.
Nel libro che le diede la fama, solo due volte, di passaggio, viene citata la presenza di un marito, che invece contò moltissimo, da cui non avrebbe mai voluto divorziare, del quale fu gelosa, con cui cercò di essere in competizione. Il barone Bror von Blixen Finecke faceva parte, come Denys Finch-Hatton, di cui infatti rimase amico fraterno sia finché Karen fu sua moglie, sia quando Karen di quello divenne l’amante, degli ultimi fuochi ancora accesi dall’aristocrazia e ridotti in cenere dalla borghesia. Non sapeva far nulla, ma con eleganza. Brillante, spiritoso e per niente meschino, trasformò il fallimento economico dell’azienda di caffè messa su con i soldi dei suoceri, nella ritrovata libertà di chi in Africa poteva ancora vivere di ciò che in Europa non aveva più mercato: il coraggio individuale, l’uso di mondo, la passione per la caccia e per i grandi spazi, l’avventura senza fini di lucro, l’attitudine al comando spogliata della sua armatura sociale. Fu il primo a attraversare il deserto del Sahara in auto, con altri due cacciatori bianchi mise su la Tanganyka Guides Ltd; quando organizzò un safari per il principe di Galles questi disse che «la sua attitudine verso i leoni era come quella del profeta Daniele»... In Congo girava con uno scimpanzè e aveva insegnato a un pappagallo a dire «vai al diavolo» in più lingue, compreso l’iswahili... La biografia scritta su di lui da Ulf Aschan s’intitola The Man whom Women loved, l’uomo amato dalle donne: dopo la Blixen sposò Jacqueline «Cockie» Birkbeck: «Un marito meraviglioso e infedele e il miglior amante che abbia mai avuto», disse lei quando la loro storia finì. Eva Dickson, pilota automobilistica, fu la sua terza moglie, Beryl Markham, la prima a attraversare l’Atlantico in aereo da Est a Ovest, un’altra delle sue conquiste. Un cliente chiese per iscritto che il safari non contemplasse la caccia nel letto di sua moglie. «Se dovessi desiderare che qualcosa del mio passato tornasse, sarebbe ancora un safari con Bror», confessò la Blixen.
Costumi facili e pruderie sessuali. Negli anni fra le due guerre, uno dei tormentoni della roaring London era: «Sei sposato o vivi in Kenya?». Lady Idina Kiemarhock, annoiata di Nairobi, aveva inventato per i suoi ospiti una variante del gioco della bottiglia su chi dovesse andare a letto con chi. Non erano ammessi imbrogli né rifiuti da parte dei giocatori. Il costume si manterrà inalterato per tutto il decennio e ancora nel 1941 fece rumore l’assassinio di Joslyn Hay, conte di Errol, di cui si diceva che avesse dormito in tutti i letti femminili consacrati dal matrimonio. Qualche marito, alla fine, non l’aveva presa sportivamente, o qualche moglie traditrice e tradita non aveva retto al colpo. Karen Blixen delineò quell’ambiente in un racconto, Carnevale, dove a proposito della gelosia la protagonista nota: «La cosa più chic è reprimerla». Ci provò, ma non sempre ci riuscì. Uscita da un’educazione familiare per la quale le donne erano «le schiave civilizzate di barbari ben educati», l’elemento sessuale rimase per lei più uno stato mentale che una realtà carnale, più una costruzione intellettuale che un piacere fisico.
Oggi, se compri il Nation, People o Kenya Times, i quotidiani locali, l’unica parola che circola è Aids, e il sesso assomiglia a un wargame. Al Casinò, all’Ora blu, al Simba Saloon o al Tamarind, il migliore ristorante di Nairobi, l’interesse fra maschi e femmine rimane intenso, ma prevale la preoccupazione. Il barone Bror Blixen poteva anche infettare la moglie, in un’epoca in cui le malattie veneree erano per il maschio quasi la norma, ma entrambi alla sifilide sopravvissero, e bene: Karen ebbe più problemi dalla sua assuefazione all’arsenico come calmante, quanto a Bror lo abbiamo visto... Adesso non è così, e la Chiesa sbatte la testa fra una predica contro la promiscuità sessuale, un inno alla castità e il profilattico come il terzo escluso.
La ruota della storia gira e ciò che un tempo era normale si trasforma in eccezione. Il presidente Moi, che è al potere ormai da vent’anni, due anni fa accarezzò l’idea che fosse il colore della pelle a stabilire il diritto al voto, non la cittadinanza, e così facendo sbarrò la strada al bianco Richard Leakey, già direttore del Kenya Wildlife Service. La Blixen non ha fatto in tempo a vedere questa caricatura della democrazia rappresentativa: per una che come lei aveva inseguito con petizioni i regnanti inglesi per convincerli della necessità di usare verso Kikuyu e Masai un metro di giudizio diverso da quello egoistico e sussiegoso made in Britain, sarebbe stato un affronto immeritato. Nella già ristretta cerchia europea di quegli anni, gente come lei o come Bror Blixen e Finch-Hatton, finivano per rappresentare un ulteriore mondo a se stante: «Solo i veri aristocratici e i veri proletari capiscono la tragedia della vita», scriverà. Fra esuli ci si intende, anche se gli altri scambiano la diversità per testardaggine.
Il Karen Golf, la Karen School, il Karen Country Cottage, il Blixen Museum, disseminati sulla strada che da Nairobi porta alle Ngong Hills sono il pedaggio che la cronaca paga alla immortalità letteraria. Dei 77 anni di vita della Blixen, solo 17 appartengono all’esperienza africana, e furono intervallati da lunghissimi rientri in Europa. Ne uscì di certo cambiata, rispetto alla ragazza impacciata, incapace e ribelle che era sbarcata a Mombasa nell’estate del 1914, ma non marchiata. Col tempo l’Africa si trasformò in una memoria dove l’immaginazione riscriveva la realtà: «La verità è roba per sarti e ciabattini. Non c’è mai stato grande artista che non fosse un po’ ciarlatano».