«Vi imploro, ridatemi la mia Clementina»

Il governo di Kabul continua le trattative e assicura: l’ostaggio è in buone condizioni

Marta Ottaviani

«Il mio cuore sta sanguinando». Ha usato questa immagine ieri Germana Cantoni per rivolgersi alle madri dei rapitori di Clementina e descrivere il suo dolore. Una lettera breve, inviata da Milano all’associazione Care International, dove lavora Clementina, per chiedere a quelle donne di intercedere per la liberazione di sua figlia, rapita in Afghanistan lo scorso 16 maggio.
Un messaggio forte, carico di rispetto: lo stesso che sua figlia ha dimostrato per le donne afghane in tante occasioni con il suo lavoro di operatrice umanitaria.
«Care madri dei rapitori di mia figlia - scrive Germana Cantoni, dopo il tradizionale saluto salaam aleykum (che la pace sia con te, ndr) -. Immagino che abbiate molti problemi a cui pensare in questo momento per dare ascolto alla mia richiesta, ma sono una madre esattamente come tutte voi e il mio cuore sta sanguinando per la situazione in cui mia figlia si trova». Parole rivolte da una madre ad altre madri, con la consapevolezza delle condizioni in cui queste donne vivono e alle quali Clementina ha dedicato il suo lavoro.
«Vi imploro - continua le lettera - di usare tutta la vostra influenza sui vostri figli per il rilascio immediato di Clementina, che ama l’Afghanistan e la popolazione afghana, a cui ha dedicato gli ultimi tre anni». Nel suo appello Germana Cantoni ha anche accennato alla sua esperienza personale nel Paese, ricordando gli incontri con la gente del luogo, soprattutto donne, il calore da cui è stata circondata, l’amore e il rispetto di queste persone per Clementina.
L’appello si conclude con l’espressione inshallah, ed è firmato semplicemente «Germana». Ancora una parola araba, come all’inizio della lettera, ancora un’ultima, forse decisiva dimostrazione di rispetto e un segno di confidenza, quasi a suggello di una tacita e solidale alleanza.
La lettera di Germana Cantoni è stata diffusa ieri pomeriggio dal ministero degli Interni afghano e oggi sarà pubblicata su tutti i quotidiani del Paese. Le radio hanno trasmesso un altro appello, nel quale è stato chiesto a chi ha informazioni su Clementina o sulle persone che l’hanno presa di comunicarle. Nel messaggio radiofonico, che ha definito il sequestro della Cantoni come «un’azione contro l’Islam», è stata descritta dettagliatamente la sua attività umanitaria, soprattutto in aiuto delle donne afghane.
«Nelle ultime due settimane - ha ricordato il messaggio radiofonico - centinaia di vedove addolorate hanno manifestato chiedendo l’immediato rilascio di Clementina. Lo stesso presidente Karzai ha fatto sentire la sua voce parlando di Clementina come di una “figlia dell’Islam”».
Proprio ad Hamid Karzai è stata recapitata una lettera firmata da nove parlamentari italiani, ringraziando lui e il ministro afghano per gli Affari delle donne, Masouda Jalal, per gli sforzi compiuti dal governo per il rilascio di Clementina.
Intanto continuano le trattative diplomatiche per la sua liberazione. Ancora ieri il governo di Kabul ha ribadito che sta facendo tutto il possibile per ottenere la consegna dell’ostaggio dai rapitori. Il ministro degli Esteri afghano, Abdullah Abdullah, ha dichiarato: «Sono ottimista sul fatto che la situazione possa risolversi con un lieto fine». Più cauto il ministro degli Interni. Loftulla Mashal, portavoce del dicastero, ha dichiarato che le trattative per la liberazione di Clementina continuano senza tregua, e le ha definite «complesse». Mashal ha comunque voluto fornire rassicurazioni sulle buone condizioni di salute di Clementina. Per la famiglia della Cantoni saranno ancora ore, forse giorni, con il fiato sospeso, ma con un filo di speranza in più. Sempre ieri il procuratore capo di Kabul, Abdul Basith Baktiarì, che si era dichiarato contrario al rilascio di detenuti in cambio della liberazione di Clementina, ha ritenuto «accettabile» un eventuale scambio tra la Cantoni e la madre di Timor Shah, capo della banda che l’ha rapita, perché la donna è accusata solo di un reato lieve.