Vi racconto il Boss: «Ogni concerto una notte memorabile»

L’autore di uno dei libri più completi sul rocker svela perché i fan lo seguono in mezzo mondo per vederlo e rivederlo dal vivo

Una settimana fa ero ad Amsterdam, per assistere al mio venticinquesimo concerto di Bruce Springsteen. Dopo tre ore di fuoco e fiamme, fuori dallo stadio ho incontrato due miei amici bolognesi, Angelo e Corrado. Erano reduci già da altre quattro date del Boss in giro per l’Europa: «Stanotte ci facciamo tutta una tirata fino a Bologna e per qualche giorno stiamo un po’ a casa con le mogli, se ancora ci riconoscono». Ci siamo dati appuntamento a Milano per ieri pomeriggio. Ma tre giorni fa, quando li ho sentiti al telefono, avevano già piazzato una tenda davanti ai cancelli di S. Siro.
Follia? Sì, certo. Però lasciatemi spiegare perché si tratta di una follia non del tutto ingiustificata.
La prima volta che vidi Springsteen dal vivo fu proprio a S. Siro nel 1985. Nella mia esperienza di quindicenne non c’era la minima cognizione del fatto che in una canzone rock potessero trovare spazio versi come quelli che il cantautore americano urlò davanti a ottantamila spettatori nella prima canzone in scaletta, Born in the Usa.
Fu lì che trovai confermata la leggenda secondo cui Bruce Springsteen & The E Street Band sono i più grandi live performer di tutti i tempi. Ma quella serata fece di più: nella mia incerta sensibilità di lettore e scrittore in erba crollò una volta per tutte la barriera tra letteratura e canzone e da quel giorno sperimentai come i versi di Leonard Cohen, di Lou Reed, di Tom Waits e di un manipolo di altri geniali cantautori «suonassero» spesso più veri, illuminanti e profondi di quelli di tanti poeti laureati.
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Nel suo romanzo In cerca di guai, Mark Twain racconta di quando suo fratello fu nominato Segretario del territorio del Nevada: «Avrebbe fatto un viaggio! - scrive -. Avrebbe visto i bisonti e gli indiani, e i cani della prateria, e le antilopi, e chissà quante avventure gli sarebbero capitate: lo avrebbero impiccato, magari, o scotennato, si sarebbe divertito un mondo e ce lo avrebbe scritto e sarebbe diventato un eroe».
Fedeli a ciò che già all’inizio del XIX secolo preconizzava Alexis de Tocqueville - secondo cui «un americano cambia residenza di continuo» - i migliori tra i bardi del Nuovo Mondo hanno voluto spendere tutta la loro energia creativa nel raccontarci quest'idea di «viaggio ininterrotto»: da Whitman a London, da Twain a Kerouac, da Guthrie a Dylan, fino a Bruce Springsteen, un poeta che ha arricchito questa saga dello sradicamento mettendone in evidenza un aspetto conseguente: «L’isolamento è predominante nel carattere americano - ha osservato -. A ognuno di noi è capitato di alzarsi un mattino con il desiderio di andarsene lontano e iniziare una nuova vita». Il dramma dell’uomo che Springsteen racconta nelle sue canzoni scaturisce, in effetti, da queste due aspirazioni contrastanti: il viaggio solitario alla rincorsa dell’American Dream e il desiderio di far parte di una comunità. La strada, così, diventa al tempo stesso una promessa e una minaccia. Al volante di un’auto nel deserto dello Utah, il protagonista di The Promised Land vorrebbe «prendere un coltello e recidere il dolore dal cuore», ma resta intatta la sua fiducia nel patto che Dio ha riformulato col suo «popolo eletto» e canta: «Credo nella Terra Promessa».
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Due delle più celebri canzoni di Springsteen, Thunder Road e The River, raccontano la stessa vicenda in due momenti successivi. Il protagonista di Thunder Road invita una ragazza a fuggire con lui dalla grigia realtà della provincia alla ricerca di quel sogno magnificamente sancito dalla Costituzione americana, il perseguimento della felicità: «Mary, salta su:/ è una città piena di perdenti e io me ne sto andando via da qui per vincere». Cinque anni dopo, in The River, i due innamorati alle prese con quella che può essere definita «l’invenzione del sé», si sono già visti sbattere in faccia le porte da cui si accede al Sogno Americano: «Poi misi incinta Mary - signore - e questo fu tutto ciò che lei mi scrisse/ (...) Ora, tutto ciò che mi sembrava così importante è svanito nel nulla;/ mi comporto come se non ricordassi, Mary come se non le importasse più niente».
Qui, come in tutta la sua opera, la grandezza di Springsteen come scrittore è la sua totale assenza di moralismo: i suoi personaggi non vengono mai giudicati; semplicemente, agiscono. Fedele a una lunga tradizione di bluesmen e folksingers a stelle e strisce, Springsteen non ha qualcosa da dire, ma si limita saggiamente a raccontare storie. Ecco perché le sue storie (così precise nei dettagli e nei toni al punto che in molti le hanno paragonate ai racconti di Raymond Carver e Flannery O'Connor) sono al tempo stesso così «vere» ed «esemplari» da riuscire a parlarci con la forza della grande letteratura.
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Per capire il motivo che spinge il popolo springsteeniano a compiere vere e proprie peregrinazioni per poterlo vedere dal vivo - fino alle vette di follia che raggiungono i miei due amici bolognesi - basta ascoltare ciò che lo stesso Springsteen ha detto a proposito dei suoi concerti: «La regola per me, come performer, è: non si può essere strepitosi una sera e così così la sera dopo. Bisogna essere perfetti ogni volta che si entra in scena. Quando qualcuno compra un biglietto per un tuo concerto, per lui conta solo quella sera. Non gliene può importare di meno che tu sarai strepitoso la sera dopo. Io questa cosa la prendo molto seriamente. Ogni tanto incontro gente che mi dice: “Ehi, ti ho visto nel 1975 a un concerto che hai tenuto al college”. È allora che ti chiedi come sia possibile che qualcuno si ricordi di uno show di più di trent’anni fa. La risposta è la più gratificante: il fatto è che evidentemente il tuo sforzo di rendere memorabile ogni serata ha reso memorabile anche quella».