Vi racconto il business del Grinzane fra cene e signorine...

Privilegio di una casta che a differenza di quella politica è tale solo nell’immaginario collettivo e nelle leggende di qualche vecchio inviato, il viaggio «premio» rimane uno dei pochi benefit non aziendali della categoria giornalistica. Chi lo offre lo chiama invito, chi l’accetta «marchetta». Il pacchetto, per il giornalista, prevede viaggio, alloggio, cene e una pazienza infinita da parte dell’organizzatore. Per l’organizzatore un articolo e una riconoscenza eterna da parte del giornalista. In gergo si dice «seguire l’evento» sul posto. In pratica è un reciproco scambio di cortesie. Serve a entrambi i contraenti, un po’ meno al lettore.
Fra i viaggi «premio», quelli a scopo culturale, visto lo stato di indigenza in cui versa il settore, sono i meno ambiti. Modesti per l’importanza dell’evento da coprire, spartani per gli standard dell’ospitalità. Con un’eccezione.
Io c’ero, e posso confermare che i viaggi del Grinzane Cavour sono una felicissima eccezione. Moltiplicatosi nel corso degli anni con una sfacciataggine inversamente proporzionale alla tradizionale riservatezza piemontese (nato come anonimo premio letterario, sta fallendo da vera mega-industria culturale) il Grinzane con le sue iniziative ha toccato tutti i campi dello scibile, dalla narrativa al cinema fino alle arti plastiche, e tutti i continenti, dall’Europa dell’Est all’America Latina fino – ultima conquista dell’impero coloniale di Giuliano Soria - l’Africa, con quel «Grinzane Addis Abeba» fondato pochi mesi fa sui proclami del multiculturalismo e della Letteratura Contro i Pregiudizi Razziali che alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal suo valletto – «Mi chiamava negro di merda, diceva che quelli come me sono nati per fare gli schiavi...» – assume oggi i caratteri grotteschi della più tipica commedia all’italiana.
Io c’ero. E c’ero - privilegio e vanto di una carriera per il resto molto provinciale - soprattutto in quello che la categoria dei giornalisti culturali ricorda ancora come uno dei più faraonici viaggi della storia italica dei Premi letterari. Il «Grinzane Cavour Mosca», luglio 2004. Una campagna di Russia preparata con stile e grandissima cura alla quale partecipavano, agli ordini del generale Giuliano Soria, le firme più intellettuali (?) delle nostre testate più prestigiose: il Giornale, l’Unità, la Stampa, il Mattino, Panorama, Secolo XIX... Corriere della sera, Ansa e Rai avevano già i loro attendenti sul posto. Accanto ai giornalisti, in numero comunque curiosamente alto rispetto al peso dell’evento (una visita alla Casa degli scrittori russi, un reading di poesia, un incontro con Evtushenko), la variegata e sussiegosa corte dello zar Giuliano: un paio di uffici stampa, segretaria, assistente personale, un giovanissimo interprete moscovita biondo platino, la mamma. Verso la quale, come il feroce cavalier Catellani di fantozziana memoria, Soria nutre un vero culto. In pullman e nelle cene di gala, la poltrona accanto è per lei.
Fu una settimana splendida. Non solo atmosfericamente. Alloggiammo al Metropol di Mosca, un albergo capolavoro dell’Art Nouveau già «seconda sede» del Soviet all’epoca in cui la Russia si chiamava Urss, dove Stalin aveva sempre a sua disposizione una suite e dove oggi i tycoon putiniani pranzano per parlare di business. Se è vero, come è vero, che gli alberghi si giudicano dalle «signorine» che sostano nella hall e dal breakfast, il Metropol è uno dei due o tre migliori del pianeta. Le ragazze sono troppo belle per fare le modelle, e questo basti. La colazione è servita in un salone di specchi, marmi, stucchi e vetrate liberty con una ragazza che suona l’arpa. In abito da sera e guanti lunghi di raso bianco, alle nove di mattina. E basti anche questo.
Il programma prevedeva gita in battello sulla Moscova, visita del museo Puskin, una giornata al monastero Novodevici, visita guidata del Cremino, shopping ai Magazzini Gum. Ma ci fu spazio e tempo anche per una festa in ambasciata, escursioni fuori Mosca, il Bolshoi, cene in un ristorante a un metro dalle mura del Cremlino.
Dicono che Giuliano Soria abbia un carattere difficile, autoritario, poco diplomatico. Con noi fu affabile, cordiale, molto generoso. Non accettava neppure si pagasse il caffè, seppur seduti ai tavolini sulla Piazza Rossa. Un vero signore.
Capace di aver slanci di grande altruismo.
Per dire: non è che l’interprete moscovita fosse professionalmente impeccabile. Un po’ troppo giovane per avere l’esperienza necessaria, nonostante gli studi in Italia; un po’ troppo ossigenato, nonostante gli occhi azzurrissimi. Un po’ troppo dimesso alla serata di gala. Eppure il «Grinzane» seppe essere molto riconoscente a Boris, alla fine diventato un nostro valletto più che un interprete. Almeno, a giudicare dal sorriso con il quale ci salutò all’aeroporto. E dal nuovo abito di Armani che sfoggiava orgoglioso.