Vi racconto com’è nata la crociata atea del mio amico Ferrara

Conosco Giuliano
dagli anni Sessanta
Eravamo insieme
nel Partito comunista. Oggi la guerra
contro l’aborto
e per affermare
l’esigenza di una
morale naturale<br />

Mi si chiede di scrivere della recente metamorfosi di Giuliano Ferrara. In realtà, però, se colgo un nuovo impegno nella lotta per la difesa della vita, un più profondo interrogarsi sulle ragioni della fede cristiana, un interloquire serrato con tanti uomini di Chiesa, non credo che si tratti di una completa trasformazione di un carattere e di un impegno.
Ho conosciuto superficialmente Giuliano Ferrara alla fine degli anni Sessanta: mi sembrò un ragazzino non privo di atteggiamenti estremistici. Siamo poi diventati molto amici nella metà degli anni Settanta. Entrambi eravamo impegnati nella “macchina” del Pci: dalle cui ragioni di fondo ci siamo allontanati - lui ben prima di me - in tempi in cui non si era ancora sciolto, e in cui, peraltro, abbondavano uomini generosi e anche di buona volontà. Un’organizzazione, però, orientata in modo deciso e non ingenuo ad accrescere il proprio potere. E chi vi lavorava all’interno non poteva certo defilarsi da questo impegno.
Anche nel Pci, però, le doti che poi caratterizzeranno Giuliano si coglievano a prima vista: una continua ricerca di senso, il non arrendersi a conformismi e banalità, il coraggio morale di andare fino in fondo nelle proprie convinzioni. Si trattava in quei tempi di fare i conti con una cultura estremistica pervasiva, con nichilistiche derive terroristiche (devastanti in città come Torino e Milano), con un orientamento sindacale che aveva perso in aree diffuse il senso pragmatico dell’agire. Ferrara, a Torino dove faceva il funzionario di partito, non era secondo a nessuno nel compiere le scelte che la sua coscienza (contro estremismo e terrorismo) ancor prima della disciplina di partito gli dettavano.
Nella stagione del riflusso berlingueriano, quando muore la strategia del compromesso storico e si affaccia quella confusa degli anni Ottanta, Giuliano sente con insofferenza la mancanza di senso dell’operare in una formazione politica che si è infilata in un binario morto, che non vive più le tragiche ragioni del comunismo ma non è neanche capace di innovarsi. La sua rottura con il partito è caratteriale e morale, e coincide con una dura stagione di studi filosofici proprio sulle questioni morali, sul nesso tra tradizione e modernità, sulla lezione del filosofo Leo Strass, di cui Giuliano diviene studioso e traduttore.
È il momento in cui la politica italiana si infila in un imbuto gestito dalle reciproche sonnolenze di Ciriaco De Mita ed Enrico Berlinguer, e dove emerge un uomo politico, Bettino Craxi, deciso a rinnovare il sistema.
Dopo qualche annusamento, tra Giuliano e Craxi si determina un rapporto profondo. C’è chi tra i tanti odiatori a tout azimut di Ferrara, descrive l’approccio al craxismo come frutto di un opportunismo del futuro fondatore del Foglio. Che il nuovo corso socialista sia anche il veicolo per l’affermarsi di homines novi è evidente, ma che quella via possa essere considerata una via tranquilla per una persona già ben radicata nel sistema di potere comunista (che tante folgoranti carriere ha assistito nel nostro Paese) è una vera imbecillità.
Io stesso negli anni Ottanta, che allora mi battevo – più o meno gloriosamente - nel Pci per riaprire una via di innovazione, ero preoccupato per l’avventura in cui si buttava il mio amico. Mi ricordo che gli proposi di venire a lavorare a Milano, e a questo scopo spedii un curriculum a suo nome a una ricca società di pubbliche relazioni, famosa e ben inserita nel coté della sinistra.
Venne poi la stagione del suo sfondamento televisivo, frutto di un talento per larghi versi irresistibile. Ma intanto la insaziabile ricerca di senso che (in parte come quella di cibo) segna la vita di Giuliano, aveva preso quel binario su cui anche gli studi filosofici la indirizzavano: giustamente Ferrara ha invitato chi si stupisce delle sue attuali posizioni sull’aborto, sulla difesa della vita, a rileggersi ciò che scriveva negli anni Ottanta. Anche se è vero che la sinistra conformista italiana consente ai Bobbio, ai Pasolini, persino ai Ferrara di sostenere certe tesi se non diventano oggetto di battaglia politica e soprattutto di convergenza con la Chiesa. Perché quest’ultima scelta trasforma una digressione intellettuale in tradimento della morale politica corrente.
Alla stagione del rinnovamento seguì quella tragica dei regolamenti di conti per via giudiziaria: ecco un’altra occasione in cui qualche imbecille ha parlato di opportunismo «ferrariano». Il contrario della verità: basta esaminare la grande carriera che fecero tutti coloro che, prima appoggiati da Craxi, lo abbandonarono in quel periodo. Si tratta, invece, di un’altra prova della generosità di Giuliano, della sua fermezza nel battersi per le cause in cui crede. Dopo una breve stagione ministeriale con Berlusconi - altra impresa rischiosa, tra il fuoco degli arresti e delle minacce, compiuta per senso del dovere - c’è l’attuale stagione, quella del Foglio. Un’impresa che ha un principale marchio di fabbrica: rompere il conformismo di sinistra, mantenendo l’interlocuzione con chiunque a sinistra, anche all’estrema sinistra, non rinunci alle ragioni e allo stile del dialogo. Tanti gli obiettivi da infrangere del conformismo di sinistra: si iniziò con il giustizialismo, quella vocazione della sinistra di considerarsi portatrice non tanto di idee giuste quanto di purezza, per ritrovarsi se non sotto mucchi di teschi come a Phnom Penh almeno sotto mucchi di monnezza come a Napoli. Vennero le battaglie dopo l’11 settembre, a svegliare l’Occidente contro la sfida del fondamentalismo islamico. Oggi, ma la battaglia è iniziata con la questione della fecondazione artificiale, viene la guerra in difesa della vita, per affermare l’esigenza di una morale naturale come contesto (non dogmatico, non costrittivo ma impegnativo nel misurare il senso delle scelte) dell’agire politico. Una scelta difficile perché fa i conti non solo con la sinistra novecentesca che Giuliano e io abbiamo ben bene vissuto, ma anche con quella che viene dai secoli precedenti e che ha evidenti ragioni di orgoglio (l’affermazione delle ragioni dell’uguaglianza tra gli uomini, il superamento di posizioni retrive). La sorpresa di Giuliano in questa ultima stagione è di avere scoperto personalmente interlocutori della raffinatezza intellettuale di Ratzinger, Ruini ma anche Scola, Biffi e tanti altri uomini di Chiesa, con cui aveva avuto in passato frequentazioni più diplomatiche e da lontano. Forse una svolta, non mi pare una metamorfosi.