«Vi racconto due o tre cose che so di Fini»

di Stefano Lorenzetto

Un giudizio estetico, prim’ancora che etico, su Gianfranco Fini si potrebbe trarre da particolari all’apparenza insignificanti. Per esempio dal fatto che giusto un mese fa si sia presentato alla commemorazione del magistrato Paolo Borsellino, trucidato dalla mafia a Palermo, masticando il chewing-gum (e non era nemmeno la prima volta che il presidente della Camera ruminava nel corso di cerimonie ufficiali). Ma i motivi per cui Giorgio Guazzaloca, ex sindaco di Bologna ed ex componente dell’Antitrust, diffida della terza carica dello Stato devono essere piuttosto gravi se, a distanza di due anni, si ostina a non voler rivelare al Giornale come e perché s’è confermato in questo suo severo convincimento: «Io Fini non lo stimo per nulla».
L’opaca vicenda dell’abitazione ereditata da Alleanza nazionale a Montecarlo - e finita nella disponibilità di Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini, attraverso un giro di società offshore - non poteva certo indurre Guazzaloca a cambiare opinione sul suo concittadino assurto al vertice di Montecitorio. Anzi. «Guardi, leggevo sul Resto del Carlino che il presidente Francesco Cossiga ha abitato fino a poco tempo prima di morire in una casa in affitto. Ho detto a mia moglie: chi ti fa venire in mente? Non che mi consideri un eroe, ma io abito al quarto piano di una casa senza ascensore e pago l’affitto».
Lo scontro Fini-Guazzaloca merita d’essere ricapitolato. Bologna, sera del 25 febbraio 2008. Prima di una cena elettorale a Palazzo Re Enzo, i cronisti interpellano Fini sull’eventualità che il centrodestra possa puntare sull’ex sindaco per le elezioni comunali 2009. «Guazzaloca è una persona che stimo», risponde il leader di An, «ma in una città come Bologna ci sono anche altre autorevoli candidature». L’indomani Guazzaloca alza il telefono e detta all’Ansa una dichiarazione che vale un epitaffio: «Sono d’accordo su quasi tutte le cose dette da Fini ieri a Bologna. C’è una cosa sola che ci divide: lui dice che mi stima e avrà i suoi buoni motivi, io invece non lo stimo e ho i miei buoni motivi». Passa un giorno e in soccorso di Fini arriva, sempre via Ansa, il sindaco in carica a quell’epoca, Sergio Cofferati: «Ho sempre rispettato i miei interlocutori in politica. Leggo i giornali e cerco di farmi un’idea dei miei avversari. Non ho mai espresso valutazioni che riguardassero le persone, ma non posso dire la stessa cosa dei miei interlocutori».
Un ex segretario della Cgil che difende un ex camerata del Msi da un ex sindaco di centrodestra. Bizzarro.
«Bizzarro, sì. E premonitore».
Perché non stima Fini?
«I motivi riguardano altre persone, quindi non sono autorizzato a rivelare il perché».
Come fa a lasciare in sospeso un discorso di tale portata?
«Posso dire solo questo: ha tenuto dei comportamenti che dal punto di vista etico considero riprovevoli. Ma non l’ha fatto con me, bensì con persone di mia conoscenza. Di questo sono assolutamente certo. Tanto che lo dichiarai in epoca non sospetta, quando Fini era già presidente della Camera e in grande ascesa. Lo dichiarai perché lo pensavo. Ecco, lo penso tuttora».
Mi perdoni, ma comportamenti politici o privati?
«Io non distinguo fra politico e privato. Sarebbe troppo comoda una simile schizofrenia: comportarsi politicamente in un modo e privatamente in un altro. È da questo che nascono le doppie verità, che cosa crede? Mi fanno un po’ pena coloro che difendono determinati comportamenti sostenendo che dal punto di vista penale non sono rilevanti. Vorrei ben vedere! Sei un politico, ci mancherebbe altro che commettessi dei reati».
E dunque?
«Lorenzetto, qui stiamo parlando di un cerchio più ristretto, mi capisce? Quello dell’etica, del rispetto della parola data, della lealtà, degli insegnamenti che ci hanno dato i nostri genitori. Glielo spiego con un esempio. Avevo 10 anni, andai con mio padre a Lugo a ritirare una vacca per macellarla. Babbo, ma non l’hai pagata, gli dissi sulla via del ritorno. Mi rispose: “La pagherò fra otto giorni”. E se non torni a Lugo a pagarla? “Nessun altro allevatore in Italia mi darà più una bestia”, concluse mio papà. Sono questi esempi che nella politica dovrebbero trovare la loro massima espressione. E dato che nei rapporti personali mi considero molto selettivo, Fini l’ho tagliato fuori per sempre».
Che idea s’è fatto della vicenda che riguarda l’appartamento nel Principato di Monaco?
«Può darsi che il presidente della Camera riesca a dimostrare che non ne sapeva nulla. Ma nella realtà si fa un po’ fatica a credere che sia così».
Resta il fatto che An, per alienare quella casa, si rivolse a due società con sede in un paradiso fiscale delle Piccole Antille, il che è contro la legge. Senza contare la violazione della clausola testamentaria che imponeva di usare il bene ereditato «per la buona battaglia».
«Ci sono situazioni che interessano le Procure. E situazioni che interpellano le coscienze. Io ho sempre avuto una diversa concezione della politica. Chi vi si dedica è obbligato più di chiunque altro a tenere comportamenti virtuosi. Penso che la tolleranza verso certe piccole debolezze abbia contribuito a un degrado strisciante che ora è sotto gli occhi di tutti».
A Bologna che si dice?
«Mah, cosa vuole, al di là del fatto che Fini sia nato qui, si ragiona a seconda del tornaconto elettorale. E siccome Fini in questo momento è più vicino alla fazione politica che teoricamente dovrebbe essergli avversa, Bologna non si scandalizza più di tanto».
Lei come si comporterebbe al posto di Fini?
«Per carità, non mi permetto. Già lo vedo molto in imbarazzo per conto suo».
Si dimetterebbe o no?
«Non mi sarei mai messo nelle sue condizioni. Avrei preteso una condotta più prudente non solo da me stesso ma anche da coloro che mi stanno attorno. Quando le questioni attengono all’etica, alla morale, tutto è demandato alla sensibilità dei singoli. Io dico che l’intera vicenda è perlomeno inquietante».
Tale da rafforzare la sua disistima per l’uomo.
«Io sono un tipo che si cura molto dei particolari. Se ne scorgo uno, anche piccolo, ma che dal mio punto di vista rappresenta una spia di un certo modo di agire, ne traggo le conseguenze».
E quante spie vide accendersi nel caso di Fini?
«È vero che facevo il macellaio, però in queste cose non sono mai andato a peso, a quantità. Sono conosciuto come una persona piuttosto equilibrata, non ho ossessioni, non nutro antipatie preconcette. Su Fini mi sono fatto la mia idea e non la cambio. Non lo accuso di nulla. Però mi assumo la responsabilità di riconfermare quel giudizio: non lo stimo. Il tempo s’incaricherà di dire se Guazzaloca è stato temerario o aveva visto giusto».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it