Vi racconto come ho attraversato il fiume dell’odio

Mentre scrivevo Va’ dove ti porta il cuore, ero convinta che si trattasse di un libro di passaggio. Da anni infatti stavo pensando e lavorando su un’altra idea e quella storia così insolita, che si era intromessa nella mia creatività, mi sembrava soltanto un felice e inaspettato intermezzo. Evidentemente il libro che da anni avevo in mente non era ancora pronto e, in qualche luogo misterioso della mia mente e del mio cuore, se ne era formato un altro. Mentre lo scrivevo, dovevo continuamente scacciare le immagini e personaggi dell’altra storia che ritenevo più importante: non è il vostro momento, tornate a casa.

Poi, quando è uscito Va’ dove ti porta il cuore, con il suo successo planetario, le cose si sono un po’ complicate. Tutti si aspettavano, per il libro seguente, lo stesso successo, mentre io non avevo alcuna intenzione di abbandonare la profondità del mio cammino creativo. Avrei potuto, certo, rassicurare i lettori con una riproduzione quasi costante, anche se ogni volta più scadente, dello stesso prodotto ma il mio rapporto con la scrittura non è quello di un manager - che tenta di uguagliare o superare i bilanci - ma quello di una persona che segue con passione il suo percorso interiore.

Sapevo che Anima Mundi era un libro complesso, doloroso, che avrebbe potuto spiazzare tante persone, ma era proprio quello che da anni volevo scrivere. Non ero invece preparata allo straordinario linciaggio mediatico che ne è seguito. Il giorno stesso della sua uscita, tutti i giornali pubblicarono degli attacchi al libro e alla mia persona semplicemente vergognosi. Certo, avevo osato toccare la tragedia del comunismo e dei lager di Tito e questa era una ragione più che sufficiente per trasformarmi in una fascista. Cosa c’è di meglio infatti, in Italia - per eliminare per sempre dal panorama culturale una persona - che additarla al pubblico ludibrio con questo termine?

In Anima Mundi - come in tutte le mie opere - non c’è traccia di fanatismo né di ideologia perché non mi appartengono e le considero delle straordinarie forme di cecità. È in realtà un libro sulle tenebre che ha prodotto il Novecento e sullo smarrimento che ne è conseguito, sulla ricchezza dell’animo umano e sulla possibilità di rigenerarsi sempre nella luce del perdono e della compassione. Ma per i mass media è invece diventato, fin dal primo giorno, un libro da demonizzare. Per anni ho subito di tutto: offese, insulti, attacchi, calunnie, gesti di disprezzo, scritte ingiuriose sui muri, minacce di morte, oltre a un totale ostracismo in tutti gli ambienti culturali.

Ho sempre avuto una natura mite e questo inaspettato fiume di odio e di disprezzo - che in parte scorre tuttora accanto a me - ha alterato profondamente la mia vita quotidiana. Credo che una simile campagna di demonizzazione nazionale sia capitata solo a Lucio Battisti, non a caso, come me, una persona mite ed estranea alle malignità del mondo. Per sfuggire a questo fiume maleodorante, Battisti ha scelto di andarsene a vivere a Londra ed è scomparso dalle scene.

Anch’io, quando la vita quotidiana si è fatta veramente pesante, sono stata tentata di andarmene ma, per fortuna, abitavo in campagna, coltivavo un frutteto e un uliveto, curavo l’orto, avevo appena piantato una vigna: non potevo partire e non vederne i frutti. In più, non vivevo - e non vivo - da sola ma con delle persone che avevano bisogno di me. Come potevo abbandonare tutto questo?

Sono una persona profondamente innamorata della vita. Tutte le mattine mi sveglio di buonumore, perché il giorno che si apre mi sembra sempre una straordinaria avventura. Credo che il tempo sia lo spazio in cui edificare il senso della nostra vita. È così che sono riuscita a sopravvivere, continuando a fare le cose in cui credevo. Ho continuato a piantare alberi, a studiare - e a insegnare - arti marziali, a compiere il cammino di crescita, di amore e di consapevolezza con tutte le persone e gli esseri viventi - animali e piante - che avevo intorno. Che altro senso della vita ci può essere, se non questo?

Interrogarsi e cambiare. Crescere e modificarsi ogni giorno, con la certezza che «se la vita è un percorso in salita» - come ho scritto in Va' dove ti porta il cuore - è proprio questa salita, questo sforzo a dare un significato profondo allo scorrere del tempo. L’immobilità genera fantasmi e i fantasmi sono dei volonterosi carcerieri. Non vedere la realtà, ma ciò che si vuole - o si crede - sia la realtà. Così ogni passo che si fa è un passo sul posto, un passo che, invece di costruire, genera menzogne. E cosa c’è di più triste di una vita che si avvolge su se stessa, una vita che avviluppandosi in malumori e pregiudizi invece di costruire, distrugge?
Susanna Tamaro