Vi racconto i nostri vizietti

Caro direttore,
c’era una volta l’Inviato speziale. Solo peperoncino, sennò diventava triste. Reporter geniale di Torino con la perenne esigenza di mangiare piccante. Ad ogni olimpiade stilava la mappa dei ristoranti etnici e se li passava tutti, dalle bettole nepalesi ai bistrò con piatti sudanesi serviti su pelli di antilope. Invitava regolarmente i colleghi italiani abituati a prosciutto e mozzarella e li convinceva ad assaggiare i più esplosivi pigmenti del luogo. Al primo boccone qualcuno piangeva, qualcun altro si tuffava fantozzianamente su una bottiglia d’acqua. E lui, sadico, sorrideva sotto i baffi. Un vero recordman della lingua bruciata. Il titolo mondiale gli fu tolto nella sala stampa di Atlanta da un giornalista peruviano, che di fianco al computer piazzava bicchieroni di gazpacho gelato e condito da un peperoncino esiziale, grazie al quale abbatteva le mosche con l’alito.
Caro direttore, ci siamo. Manca una settimana e partono i bastimenti. Nel senso che le redazioni sportive dei giornali italiani si trasferiscono a Pechino per i Giochi di penna. Paralleli, esilaranti, qualche volta sgangherati, sempre dolci e romantici come coloro che vi partecipano. Inutile stare a tratteggiare gli italiani all’estero, basta ricordare Diego Abatantuono (il sergente Lo Russo) in Mediterraneo. A lui o a qualcun altro della pattuglia dispersa nell’isola dell’Egeo, somigliamo tutti.
Sono momenti divertenti, qualche volta epocali. Dopo tre olimpiadi (Barcellona, Atlanta e Sydney più Nagano con i moon boots) posso dire che i cerchi sono quattro, il quinto è un cerchio alla testa. Piscine con 50 gradi di temperatura, zone miste per interviste più simili a tonnare che a luoghi di lavoro, sperduti palazzetti dove c’è sempre un pistolero romagnolo che vince una medaglia alle 23.45, con la chiusura del giornale un quarto d’ora dopo. Ma i colleghi italiani ti aiutano a sentirti vivo.
C’è il Guru del ciclismo che a Barcellona non riusciva a tornare dalla collina del Montjuich: la zona era transennata, la coda per i taxi infinita e i chilometri da percorrere cinque. Che fa? Finge un malore e si fa portare in albergo in ambulanza. Senza dimenticarsi, una volta crollato sull’asfalto, di strizzare l’occhio ai colleghi per evitare epitaffi in prima pagina.
C’è il Supercronista misogino che si presenta allo stadio olimpico anche nel giorno di riposo dell’atletica. E sta lì a contare i seggiolini vuoti sino al tramonto. Domanda d’obbligo: «Perché?». Risposta con grugnito: «Perché è l’unico posto dove posso evitare di incrociare i colleghi del mio giornale».
C’è il Pool Vincente del grande giornale e di mamma Rai. Che invidia, il Pool Vincente. È costituito da minimo 15 inviati. Viaggia in business class come i senatori (mentre i comuni cronisti stanno in economy con i deputati); dorme in alberghi a cinque stelle protestando sin dalla prima sera con la reception perché l’aria condizionata è un filino alta; noleggia Bmw tremila di cilindrata, salvo poi perdersi tutte le sere nei sobborghi di Atlanta o di Sydney. E non si mescola mai con i comuni mortali in sala stampa. No, il Pool Vincente ha gli uffici personalizzati, riproduce a diecimila chilometri di distanza l’atmosfera calda della redazione. Caffè, brioches, Tv a cristalli liquidi. E veleno, ettolitri di veleno. Certo, perché 15 argomenti interessanti al giorno non esistono. E a rotazione i grandi inviati bivaccano innervosendosi, convinti che in sede centrale qualcuno non li faccia scrivere per via di un complotto politico.
L’Inviato speziale, il Guru, il Supercronista, il Pool Vincente. Ma l’animale più esotico dell’Olimpiade della penna è l’Uomo di Colore. Non stiamo parlando di un velocista giamaicano, ma del colorista. Del giornalista dal polpastrello di velluto sempre a caccia della notizia trasversale. Come quel collega che a Seul nel 1988 scoprì che alcuni parrucchieri del centro avevano allestito nei retrobottega un’avviatissima attività con massaggiatrici sexy all’opera dall’alba all’alba. Scrisse una pagina memorabile. Poi si affezionò talmente alla sua scoperta che trasferì dal barbiere il domicilio, bucando la notizia del doping di Ben Johnson.
L’Uomo di Colore è raffinato e suscettibile. Talvolta merita l’applauso, qualche altra la beffa. Come quel giorno ad Atlanta, quando spedimmo un insigne colorista a Savannah (300 chilometri) dicendogli che avrebbe scritto un articolo immortale, seduto sulla panchina di Forrest Gump. Lui si precipitò, già pregustando la citazione postuma sul Foglio del lunedì. Arrivato in loco, scoprì che la panchina sta a Hollywood. E ci tolse il saluto per mesi.
Tornano le olimpiadi, partono gli inviati. Con in valigia il sogno del grande scoop, le pillole per il mal di testa e una scaletta obbligata. Primo pezzo: le misure antiterrorismo. Secondo pezzo: le misure antidoping. Terzo pezzo: «Attieniti alle misure che sei troppo lungo. E poi c’è già tutto su internet».
Quindi caro direttore, quando i reporter a cinque cerchi - al culmine di questi racconti ai quali ad ogni giro di grappa viene aggiunta un’iperbole - ti riveleranno di avere dato la vita al giornalismo, non crederci. È l’esatto contrario. È il giornalismo che ci ha dato una vita. Sennò sai che noia.
Giorgio Gandola