Vi racconto la mia famiglia

E quell’antenato che sgozzava musulmani... 

Durante quei trenta giorni un giovane marinaio dallo sguardo buio come la notte, i capelli lunghissimi e neri come le penne d’un corvo, il coltellaccio alla cintola e un vistoso orecchino d’oro al lobo sinistro continuò ad aggirarsi nel porto con l’aria d’aspettare qualcosa o qualcuno. Sempre lì a scrutar l’orizzonte, a fissare i velieri che entravano in rada, a indagar sull’arrivo d’una fregata detta Bonne Mère e d’un brigantino chiamato General Murray. Non si allontanava nemmeno se lo trattavano male e Mazzei lo notò, domandò chi fosse. Il figlio d’un pescatore rapito vent’anni prima da pirati barbareschi, risposero, e da allora schiavo ad Algeri. In maggio i frati Trinitari della Redenzione avevano firmato con l’algerino Alì Pascià un accordo per liberare quattordici schiavi toscani, barattarli con quattordici schiavi turchi detenuti a Livorno. In giugno la Bonne Mère era partita con quest’ultimi per eseguire lo scambio. In luglio Pietro Leopoldo aveva riscattato a nome dell’imperatore d’Austria centoquattro tedeschi schiavi anch’essi ad Algeri e mandato il General Murray a prelevarli. Contemporaneamente s’era diffusa la novella che ai centoquattro tedeschi Alì Pascià avesse aggiunto tre livornesi di mancia e, nella speranza che suo padre si trovasse su una delle due navi, l’ingenuo ne aspettava il ritorno. Lo faceva ogni volta che si dava notizia d’un riscatto o d’un baratto, del resto. Senza curarsi di perder gli ingaggi si piazzava nel porto, aspettava, e vederlo quando i rimpatriati scendevano a terra era uno spettacolo che rompeva il cuore. «Daniello Launaro, Daniello Launaro! C’è tra voi Daniello Launaro?» urlava. Poi gli correva incontro, sbaragliando le guardie che arginavan la folla li agguantava per un braccio uno a uno e: «Sei Daniello Launaro? Dimmi che ti chiami Daniello Launaro!». Inutile ripetergli che non doveva illudersi, che gli scambi avvenivano solo per le persone ricche o importanti, mai o ben di rado per un povero pescatore. Vano ribadirgli che vent’anni eran troppi, che dopo vent’anni nessuno era mai ritornato, che quindi suo padre era di sicuro morto... Con caparbietà replicava che no, suo padre era vivo, e se non lo riscattavano i frati o i granduchi lo avrebbe riscattato lui. Coi suoi soldi \
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Eh, sì: il giovane marinaio che con le sue disgrazie e la sua ciotola d’acqua aveva incantato il Mazzei era tutto fuorché uno stinco di santo. Per comporre un dissidio ricorreva al coltello, per esprimere un’opinione si serviva delle mani, riottosità e rivolta costituivano per lui un sistema di vita e si capiva a guardarlo. Aveva le nocche sempre scorticate dai pugni che dava, il naso sempre rotto da quelli che riceveva, la schiena segnata dalle frustate inflittegli per indisciplina, le guance e le spalle incise di cicatrici lasciate da un giro di chiglia. Castigo che sui velieri veniva imposto nei casi di delinquenza o grave disubbidienza e che consisteva nel legare le gambe e le braccia del reo, gettarlo in mare appeso a due lunghissime funi azionate da una carrucola, con queste trascinarlo sotto la nave, tenercelo parecchi minuti, infine tirar su ciò che ne rimaneva. Di solito, un cadavere straziato dai chiodi e dalle sporgenze della chiglia. Lui, invece, lo avevano tirato su vivo. E guarito in quattro e quattr’otto con semplici impacchi di sale e di rhum. La sua forza fisica vinceva infatti qualsiasi malanno o tormento, e grazie alla sua pellaccia poteva stare sulla coffa cioè la piattaforma più alta dell’albero maestro ventiquattr’ore di fila: senza addormentarsi e senza precipitare. Era anche molto maleducato, eccessivamente orgoglioso, esageratamente vendicativo. Non sorrideva mai a nessuno, non chiedeva mai scusa a nessuno, non indulgeva mai a un istante di amabilità. E la risposta con cui aveva reagito al Dio-li-perdoni dei Trinitari, «Dio forse sì. Francesco Launaro, no», apparteneva alla sua natura di implacabile ultore. La promessa di sgozzare venti algerini, uno per ogni anno che Daniello aveva trascorso in catene, al suo malvezzo di lavare le offese col sangue. Inoltre era più analfabeta dei livornesi bollati da Pietro Leopoldo, per firmare gli ingaggi disegnava una barca, e più ateo dei libertari che scrivevano L’inferno spento, o Il paradiso annichilato o Il purgatorio fischiato. Non lo vedevi mai entrare in una chiesa, borbottare una preghierina, durante le tempeste rifiutava di raccomandarsi al Signore, e a scorgere un sacerdote o un rabbino o un muezzin perdeva la testa. «Ciarlatani, impostori!» Quanto al libertinaggio ci sguazzava dentro da demonio, favorito dal fatto che le prostitute si invaghissero di lui e lo servissero gratis. «Niente soldi, bel marinaio. Piuttosto vi pago io». Non che fosse bello, intendiamoci. Con quel naso rotto, quelle cicatrici sulle guance, quel manto di capelli neri come le penne d’un corvo, sembrava il ritratto del male. Però aveva un corpo robusto e gradevole, il suo volto scavato e bruciato dal sole emanava una misteriosa seduzione, la sua selvatichezza un fascino quasi irresistibile, e i suoi occhi avrebbero commosso una fiera. Lucidi, fondi, sconfitti, e carichi d’una tristezza terrificante.
Povero Francesco, ne aveva ben donde. E i motivi per essere un demonio non gli mancavano davvero. Per incominciare, a ventun anni viveva nella solitudine d’un pesce preso all’amo e buttato in un barattolo vuoto \
* * *
«Mi chiamo Francesco Launaro e voglio arrolarmi».
«Perché?».
«Perché credo in Dio, nella Madonna, e nei Santi».
«Vai alla Messa, al Vespro, conosci le orazioni?».
«Signorsì, Eccellenza. Meglio d’un prete».
«Vediamo se sai il Salve Regina».
«Salve Regina, Madre misericordiosa, vita, dolcezza, speranza nostra, salve. A te ricorriamo, esuli figli di Eva...».
«Bene. E quei capelli?».
«Si tagliano, Eccellenza».
«Quell’orecchino?».
«Si butta via».
«Quel coltellaccio da macellaio?».
«È una reliquia, Eccellenza, un cimelio benedetto. Se me lo lasciate, prometto di non usarlo nemmeno per sbucciare una mela» \
***
Vennero giù dal crinale. Gli ufficiali, con l’elmo e i burnus bianchi. I soldati, col turbante nero e a torso nudo. In mano avevano la scimitarra e un sacco vuoto che non si capiva a cosa servisse. ¡Los Moros! ¡Qué vienen los Moros! I Mori! Arrivano i Mori! urlò il tenente spagnolo impugnando la sciabola. Poi urlò: ¡Santiago y tierra de España! Per Santiago e per la Spagna! E saltò fuori dalla trincea, gli andò incontro con la sciabola sguainata. Lo seguii insieme a un pescatore di Livorno e a uno studente di Pisa, ed ero molto contento perché da troppe ore si stava lì a sfogliare la margherita: aspettare che i pifferi e le trombe e i tamburi ci mandassero all’attacco. M’ero quasi rassegnato a morire senza saldare il conto. Il corpo a corpo fu un gran carnaio. I Mori sono parecchio bravi a usare la scimitarra, con un colpo ti tagliano in due prima che tu possa rispondere ahi, e noi dell’Austria non s’aveva che la baionetta dello schioppo d’ordinanza. Un aggeggio che infilza e basta. Il coltello lo portavo, sì, ma per scaramanzia. Mi dispiaceva mancare alla parola data e pensavo: pazienza, è quasi lo stesso. Però quando mi tagliarono in due il pescatore di Livorno cambiai idea. Era un ragazzo dabbene, aveva chiesto d’arruolarsi per pura generosità, e mi pareva di vedere il mi’ babbo da giovane. Si aprì come un’albicocca, accidenti, e subito gettai la baionetta. Presi il coltello e da quel momento incominciai a sgozzarli. Balzandogli alle spalle, tenendogli il collo fermo da dietro, e contandoli. Uno... due... tre... quattro... cinque... Lavoravo svelto: ne sgozzai cinque in quella mandata. Poi, sempre coi sacchi che non si capiva a cosa servissero ma che ora non sembravan più vuoti, risalirono il crinale. Si allontanarono per riposarsi. Mi riposai anch’io e alla seconda mandata ne sgozzai sei. Alla terza, quattro. Tornarono più volte, senza che quel porco di O’Reilly si degnasse di aiutarci. Con la cavalleria che stava ferma sulle navi, ad esempio, o con qualche cannonata. E la cosa durò fino al calar del sole cioè finché loro smisero di attaccarci e il porco ordinò la ritirata. Gli altri furono molto contenti della ritirata. Pur di salvarsi avrebbero venduto la mamma e non gli importava nemmeno di lasciare quel tappeto di compagni morti. Io invece n’ebbi un gran dispiacere perché di Mori a quel punto ne avevo sgozzati diciannove, non venti, e mi sentivo tanto avvilito che nella speranza di sistemare il ventesimo aspettai il sorger del giorno: salii sull’ultima scialuppa. Ci salii con lo studente di Pisa e il tenente spagnolo, tutti e due feriti e preoccupati di consolarmi. Uno diceva che certo avevo sbagliato il conto, uno diceva che bisognava considerare quelli infilzati con la baionetta: parole vane in quanto ero certo d’averli contati bene e quelli infilzati con la baionetta non li volevo considerare. Però appena si arrivò a un quarto di nodo dalla riva accadde una cosa. Accadde che una dozzina di Mori scesero di nuovo coi sacchi, e il tenente spagnolo singhiozzò: Oh, Virgen Santísima, ¡madre de Dios! ¡Ahora comprendo! ¡Mirad lo que hacen, mirad! Ora comprendo. Guardate che fanno, guardate! Guardai e finalmente pure io compresi a cosa servissero i sacchi. Strano che non me ne fossi accorto prima. Servivano a metterci le teste dei nostri compagni morti. Gliele mozzavano e se le menavano via. Mi buttai giù dalla scialuppa. Mentre entrambi gridavano sei-impazzito, dove-vai, raggiunsi a nuoto la spiaggia. Ci misi un po’ a raggiungerla. Quando uscii dall’acqua ne rimaneva solo uno. Quel che bastava, e dopo averlo sgozzato ghermii la sua scimitarra. Saldai così il mio conto. Oggi non lo salderei. So che vendicarsi porta male, che quei venti algerini m’hanno portato male. Ma allora non lo sapevo, e per chi l’ha avuta grossa la vendetta è una gran medicina. A compierla provai sollievo e scoprii finalmente la pace».
Oriana Fallaci