Vi racconto mio papà, l’altra faccia del negozio

Era tutti i giorni così. Mio padre, le braccia sporche di grasso, andava a lavarsi e poi si sedeva a tavola. Qualche volta il pranzo era freddo. Tanto non avrebbe finito di mangiare. Qualcuno bussava. Sempre. Uno era rimasto a piedi sotto la pioggia, un altro aveva bisogno dell’olio perché la spia gridava rosso, qualche contadino aveva rotto un manicotto, un cuscinetto un qualsiasi pezzo del trattore proprio il giorno della mietitura. Mio padre posava la forchetta e scendeva. Da piccolo pensavo che in tutte le famiglie fosse così, quando ho scoperto la verità incalzavo mio padre: «Ma non puoi dire no?». Lui mi guardava, dicendo: «Non puoi tradire un cliente, altrimenti va da un’altra parte».
Mio padre faceva il meccanico in un paese di tremila abitanti. Lo confesso: sono figlio, fratello e amico di artigiani e commercianti. Mia madre si alzava tutte le notti per mettere il lievito nell’impastatrice. Aveva un forno. Mia sorella è laureata in chimica farmaceutica ma si sveglia alle sei del mattino perché la pasticceria è la sua vocazione, la sua vita. Sono anni e anni che non va in vacanza. Mio fratello fa lo stesso lavoro di mio padre. E ne ha ereditato il pasto. Tutto questo racconto per dire: conosco il problema.
È una vita che sento i commenti sui commercianti. Evasori, con la mano rigida ogni volta che c’è da battere uno scontrino, gretti, ignoranti, piccola borghesia, gente che non si accontenta mai, che carica e ricarica sui prezzi, avida di soldi e guadagni. È una vecchia litania. I commercianti hanno a che fare con i soldi, li toccano, non ce li hanno in banca come finanzieri e imprenditori. E chi tocca i soldi, per una certa morale, è sempre un po’ impuro. Era già così ai tempi dei mercanti medievali. I predicatori sentenziavano in latino: marcator ergo peccator. Un sentimento che non è mai cambiato più di tanto. I commercianti non sono mai di moda. Nessuno scrive romanzi su di loro. Non vanno in paradiso. E non sono neppure santi. C’è chi evade, chi è malmostoso, chi fa il furbo, chi per una minerale, una omelette e un caffè ti fa pagare 20 euro, come scrive Massimo de’ Manzoni. Ed è vero. Posso confermare, quel giorno c’ero anch’io.
I consumatori non sono fessi, conoscono la lista della spesa. E i commercianti che sporcano il proprio nome non vanno lontano. Il mercato non sopporta due categorie di persone: i vigliacchi e gli imbroglioni (questi ultimi sono più bravi a cavarsela, ma quando cadono fanno più rumore). Il fallimento è la loro dea della giustizia. Una dea nera, che sa di morte. E molti di loro se la sognano la notte. Ci convivono, perché i commercianti non hanno ammortizzatori sociali. Quando vanno giù, affogano. Ed è giusto così. È la legge antica della professione. Quando c’è la crisi, una crisi come questa, la sentono sulla pelle. Quest’anno, nei primi sei mesi, quelli che sono andati a fondo sono 15mila in più rispetto al 2007. E non sono loro i responsabili di questa crisi.
L’inflazione non è un’invenzione dei bottegai. Non è la cattiveria dei figli di Shylock, il mercante di Venezia, a far lievitare i prezzi. Un solo dato: i prezzi alla produzione sono aumentati del 49 per cento. È per questo che la storia del capro espiatorio non mi piace. L’irritazione da bar è umana, ma non risolve il problema. Ora tutti parlano di inflazione e pesano il proprio portafoglio. Ma l’inflazione italiana non è poi tanto più grave di quella europea. È sul Pil, invece, che siamo diversi. Noi affondiamo verso lo zero, gli altri galleggiano. È per questo che i commercianti continuano a ripetere: l’inflazione è un problema, ma la produzione è un dramma.
Sono spaventati. Guardano l’orizzonte e vedono una palude. Tutto fermo. E passano la notte a pensare, a interrogarsi. Molti di loro sperano di sfangarla lavorando ancora di più, giorno e notte. Altri, quelli di cui parla de’ Manzoni, corrono alle scialuppe di salvataggio. Si salvi chi può e caricano i prezzi fino alla follia. E poi c’è chi, semplicemente, si è arreso, strozzato dalle tasse (che comunque in questo Paese restano troppo alte), dagli studi di settore, dai redditi presunti, da una burocrazia che non aiuta chi lavora. Come il fruttivendolo sotto casa, che se ne va in vacanza dopo dieci anni. «Non volevo chiudere, ma poi ho detto a mia moglie: qui non si vende nulla, tanto vale andare al mare». I commercianti disillusi sono un brutto segnale. Sono la spia di un’Italia senza speranze.
Vittorio Macioce