"Vi racconto il mio Silvio privato"

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<strong>Pubblichiamo l'intervista di Stefano Lorenzetto a Rosa Berlusconi quando aveva compiuto 95 anni, nel gennaio 2006.</strong> Gli anni della guerra. I pasti saltati. Il soldato tedesco che voleva
spararle. Le valigie di cambiali per Milano 2. La madre del presidente del Consiglio si confida a cuore aperto<br />
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Pubblichiamo l'intervista di Stefano Lorenzetto a Rosa Berlusconi quando aveva compiuto 95 anni, nel gennaio 2006.

Rosa Bossi Berlusconi compie oggi 95 anni. Per gli avversari politici del figlio Silvio, presidente del Consiglio in carica, non è una notizia rassicurante. La signora Rosella – preferisce essere chiamata così – gode di ottima salute ed è lucidissima. Ieri sera, anziché andare a letto con le galline, ha riunito una trentina degli amici più cari alla Torre del Mangia, ristorante toscano di Milano, decisa a intrattenerli a tavola sino allo scoccare del giorno 25.
Quando ho chiesto al figlio Paolo, che incidentalmente è anche l’editore di questo giornale, se la mamma fosse nelle condizioni di reggere un’intervista di tre ore, la risposta è stata: «Io mi preoccupo per te». Infatti la vegliarda ha cominciato a parlare alle 9.30 e ha proseguito senza interruzioni sino all’una meno un quarto, allorché con rara delicatezza mi ha posto lei una domanda: «Ha bisogno d’andare in bagno a lavarsi le mani?». Poi ha guardato distratta l’orologio e ha sospirato: «Ù parlàa tropp. El me giudicarà mal. El dirà: come l’è scema quella donna lì. Pazienza. Sun come el Signur el m’ha fatt».
Il Signore l’ha fatta molto affabile, alla mano. L’ho dedotto da un particolare che purtroppo non posso rivelare per ragioni di riservatezza. La madre del premier abita al sesto piano di un condominio che ne conta otto, in zona Bande Nere-Lorenteggio, periferia ovest di Milano. I primi cinque pulsanti dell’ascensore sono ornati di scarabocchi e qualcuno ha inciso il nome Joe e altri ghirigori anche nell’acciaio delle porte. Insomma, un normale condominio italiano benedetto dalla presenza di bambini.
Nell’ingresso del signorile appartamento, che le luci soffuse trasfigurano in cappella votiva, fa bella mostra una Madonna con Bambino scolpita da Alceo Dossena nel 1936. «È l’anno in cui nacque Silvio. Mio figlio me la donò per l’80° compleanno». Solo che il primogenito, in un impeto ermeneutico, ha identificato così i personaggi del bassorilievo marmoreo: «Vedi, mamma, il bambinello che ti porge una rosellina sono io, mentre tu sei la Madonnina». La Sacra Famiglia è avvisata.
Sulla destra della scultura campeggiano due ritratti a olio di Rinaldo Geleng, il pittore prediletto di Federico Fellini: raffigurano Silvio e Paolo; su un’altra parete, Maria Antonietta, la secondogenita; nel salone, Luigi, marito e padre, scomparso nel 1989, che Rosella Berlusconi chiama sempre e solo «el me Gino». Mentre osserva questi dipinti con occhi adoranti, ho la sensazione che gli altri strepitosi quadri d’autore appesi ai muri rappresentino per lei poco più che suppellettili.
La gente crede che la mamma dell’uomo più ricco d’Italia abiti in una reggia nei paraggi di Arcore.
«Fosse dipeso da me, mi sarei tenuta la nostra vecchia casa di viale Zara 58. Qui i negozi hanno certi prezzi... Ma il mio Gino preferì venderla e trasferirsi in questo palazzo. Silvio ne tirò su quattro uguali. Per sei mesi era rimasto a osservare i muratori che costruivano gli edifici in zona. Tutto il giorno nei cantieri a imparare. Alla fine gli architetti dissero a mio marito: “Se lo porti via, o finisce che suo figlio si mette a fare anche il nostro lavoro”».
S’era appassionato all’edilizia.
«Venne a sapere che il conte Leonardo Bonzi vendeva molti terreni a Segrate, quelli su cui poi sorse Milano 2. Ma non aveva i soldi per comprarli. Carlo Rasini, proprietario della banca dove lavorava mio marito, gli concesse un prestito. Noi gli demmo tutto quello che avevamo da parte. “Però ricordati che di figli ne ho tre”, gli disse suo padre, “perciò un giorno dovrai aiutare la Maria Antonietta e il Paolo”. Alla fine mio marito lasciò la banca per seguire le imprese di Silvio. In casa avevamo valigie piene di cambiali. Ogni tanto el me Gino diseva: “Rosella, me buti giò de la finestra”».
In che anno vi eravate sposati?
«Nel 1935. Mi ha aspettato otto anni. Silvio ci scherza: “È per quello che sono venuto fuori così. Dopo una tale attesa papà ha dato il meglio di sé”».
Perché lo fece aspettare tanto?
«Mia madre morì a 38 anni, quando io ne avevo appena 16. Soffriva di cuore. Nel giro di tre ore spirò fra le mie braccia. Prima che chiudesse gli occhi, le giurai che avrei fatto da mamma a mia sorella e a mio fratello più piccoli».
Quindi lei era contraria ai rapporti prematrimoniali. Lo è ancora?
«Eh, certo. Guai! Il mio Gino mi ha sempre rispettata. È stato un grande amico, un grande fidanzato e un grande marito. Il primo e unico uomo della mia vita».
Come vi conosceste?
«Io abitavo in via Volta e prendevo il tram 4. Vedevo sempre questo giovane distinto che parlava di banca e di azioni con un’altra persona. Che uomo intelligente, che bella voce, pensavo dentro di me. Scendeva alla mia stessa fermata, in Cordusio. Un giorno al ritorno decisi di perdere il tram. “Rosina, non sali?”, mi chiese la mia amica. No, risposi, aspetto il prossimo per vedere se c’è su il biondino. Subito dopo s’avvicinò lui: “Permette, signorina, che mi presenti? Sarebbe un onore per me accompagnarla”. Io scoppiai a ridere. Secondo me aveva sentito tutto».
«Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti», scrive il salmista. Le capita spesso di sentirsi ben oltre il traguardo?
«Sì, e tutti i minuti della giornata ringrazio il Signore di quello che mi ha dato. Ho fatto tanti sacrifici, ma sempre volentieri. Da ragazza dovetti imparare la stenografia e trovarmi lavoro come segretaria. La sera, per arrotondare, dopo aver sbrigato le faccende domestiche stavo in piedi fino a tarda ora a sferruzzare i golfini neri che il partito fascista mi commissionava per le “piccole italiane”. Mi sono sempre licenziata io, per andare a guadagnare di più. L’ultimo impiego fu alla Pirelli, perché pagava 14 mensilità anziché 12 e in tempo di guerra distribuiva i pacchi viveri».
Ha sofferto la fame?
«Eccome! Una volta la fornaia di via Volta, impietosita, mi chiese: “Rosella, perché prendi solo il pane? Porta pure a casa ciò che ti serve”. Mi dispiace, le risposi, ma io compro solo quello che posso pagare. Spesso saltavo il pasto: dicevo ai miei che ero invitata fuori e invece andavo al parco con un libro».
E suo marito?
«Tornò dalla guerra dopo tre anni. Nel frattempo eravamo sfollati a Oltrona San Mamette. Incinta di Maria Antonietta, tutti i giorni raggiungevo a piedi Fino Mornasco, tre chilometri all’andata e tre al ritorno, per prendere il treno che mi portava a Milano. In stazione alcuni compagni di viaggio mi sollevavano di peso per non farmi affaticare e m’infilavano attraverso il finestrino nella carrozza affollata. Mi ero cucita dei mutandoni fino al ginocchio per non mostrare le gambe. Nel terrore di quei giorni era un momento d’ilarità. Ci si divertiva con poco, allora. Una sera un soldato tedesco intimò a una signora di scendere dal treno. Mi misi fra lui e la donna. Mi puntò la canna del fucile sulla pancia. Ero ormai all’ottavo mese di gravidanza. “Sparami pure”, gli gridai, “però prima guarda le facce intorno a te: da questo vagone non scenderai vivo neppure tu”».
Mise a repentaglio la sua vita e quella che portava in grembo.
«Fu più forte di me. Ai miei figli non ho insegnato nient’altro che questo nella vita: l’altruismo. Tutte le domeniche ospitavamo a pranzo la Regina, un’amica di mio marito che viveva alla Baggina, l’ospizio per anziani. Lei andava matta per il lesso, mentre i ragazzi non lo sopportavano. Eppure per solidarietà lo mangiavano. Una domenica suonò alla porta un’altra vecchietta: “Me manda la sciura Regina. L’è morta. Mi ha detto di venire al posto suo”. Abbiamo tenuto a tavola anche lei per anni. Per fortuna non era fissata col bollito».
Sente spesso suo figlio da quando è premier?
«Mi telefona tutti i giorni. Possono essere le 9 oppure le 24, lui chiama per sapere come sto. Il lunedì sono a pranzo da lui ad Arcore».
Parlate in italiano o in milanese?
«Deve sapere che Silvio era l’unico, a Oltrona San Mamette, a parlare l’italiano e per questo i compagni di gioco lo rifiutavano. In una settimana aveva già imparato il loro gergo. Vedendomi allattare Maria Antonietta, concluse: “Come la vacca col vitèll”. La maestra mi diceva: “L’è pussè bravo lù de mì”. È sempre stato molto intelligente».
È vero che al liceo dai salesiani vendeva i compiti in classe?
«Sì, oltre al suo ne compilava un paio da regalare ai compagni meno fortunati che arrancavano e un paio per gli amici ricchi disposti a pagare».
Quale fu il suo primo lavoro?
«Vendeva elettrodomestici. Una vigilia di Natale portò sulle spalle un frigorifero Ignis a una signora. Salito al quinto piano, s’accorse d’aver sbagliato scala e dovette rifare il percorso. Tornò a casa stravolto. La fatica non gli ha mai fatto paura. Le prime mance le guadagnò lavandomi i piatti e dando la cera al parquet».
Quando nella primavera del ’97 scoprì d’avere un tumore, ne parlò con lei?
«No. Andai a trovarlo in ospedale dopo l’intervento, era già in via di guarigione. Se l’avessi saputo prima, sarei impazzita».
È stata sua ospite a Palazzo Chigi?
«Una sola volta, il 13 dicembre 2004, a pranzo, dopo un’udienza dal Papa. Giovanni Paolo II stava già molto male, si limitava ad ascoltarmi e ad accarezzarmi il viso. A tavola Silvio mi chiese: “Che cosa ti ha detto il Santo Padre?”. Niente, perché ha perso la voce, risposi. “Allora, è stato un incontro muto”, concluse mio figlio. No, no, ho parlato io».
Per dirgli che cosa?
«Che pregavo per lui. E che qualche volta doveva raccomandare il mio Silvio al Padreterno. Ne ha tanto bisogno».
Pensa che il Pontefice sia contento di trasmissioni come il Grande fratello, La talpa e Le iene trasmesse dalle reti Mediaset?
«No. Vorrei tanto che non le mandassero in onda. Tutte quelle donne nude... Io posai per lo scultore Alfredo Sassi e per il pittore Guido Tallone. La ragazzina del monumento ai Caduti nella piazza di Seregno sono io. Ma non mi sarei mai spogliata, avevo l’abito lungo fino ai polpacci».
Secondo lei quanti sono, in percentuale, gli italiani che adorano il suo Silvio e quanti quelli che lo detestano?
«Cinquanta e cinquanta».
E perché lo detestano?
«Forse perché è ricco. Ma che cosa si gode della sua sudata ricchezza? Niente, proprio niente. Lo stipendio di premier lo dà in beneficenza, ha abbellito a sue spese Palazzo Chigi, “mamma, vedessi che disastro i bagni”, mi telefonò il primo giorno che ci mise piede. Lavora come un dannato dalla mattina alla sera e in cambio riceve solo insulti. S’è fatto amici tutti gli statisti, oggi l’Italia è rispettata nel mondo. I comunisti lo odiano perché gli ha impedito di prendere il potere. Lo vorrebbero morto o in galera. Ma che cos’hanno fatto di buono, loro, per il nostro Paese? Pussè che fà scioperi, nagòtt, niente».
Ma Silvio non si riposa proprio mai?
«Appena può corre in Sardegna a guardare la sua montagna».
Quale montagna?
«Villa La Certosa. Rob de mat, scrive discorsi anche là. Gli amici gli hanno fatto una sorpresa: un libro con le foto di quel paradiso terrestre. Silvio ha una venerazione per la natura. All’architetto del verde Gianni Gamondi e ai giardinieri Giuseppe e Carlo Carteri ha ordinato di non tagliare le piante per nessun motivo. Quelle morte le riveste con rampicanti. Quando il presidente della Repubblica era in vacanza alla Maddalena, Silvio lo ha invitato a Punta Lada. E sa che cosa gli ha risposto Ciampi? Che lui non va nelle case private. Peccato! Pensi che Pertini, durante un pranzo con Silvio al Quirinale, esclamò in presenza dei camerieri: “Un giorno direte che io l’avevo predetto: Berlusconi diventerà capo dello Stato”».
Una solenne investitura.
«Io glielo auguro, perché un presidente della Repubblica fà nagòtt ed è onorato da tutti».
Proprio niente non mi pare.
«Sì, vabbè, ma fa sempre meno del capo del governo. Però a Ciampi riconosco il merito d’aver riacceso l’amor patrio negli italiani. Mi spiace solo che non abbia voluto conferire la medaglia d’oro a un ragazzo in carrozzella al quale hanno ucciso il papà in Irak».
Quando nel 1994 suo figlio decise di scendere in campo, lei era d’accordo?
«No. Ma non gli dissi nulla. Ora ho paura per questo accanimento nei suoi confronti. Hanno sparato al Papa, figurarsi se non possono tirare un colpo di rivoltella anche a lui».
Immagino che lei voti per Forza Italia.
«Si capisce».
E prima per chi votava?
«Non mi ricordo più. Sono passati tanti anni...».
La aiuto. Per la Dc?
«Certo non per i comunisti».
Le hanno rinfacciato di chiamarsi Rosa come la mamma di Mussolini.
«In famiglia ero Rosetta. Il mio Gino mi ha chiamato fin da subito Rosella e Rosellina. E di cognome faccio Bossi. Una volta glielo rinfacciai al capo della Lega: le sembra un caso che una Bossi abbia sposato un Berlusconi? Faccia il bravo, la prego. Ora la malattia lo ha migliorato, lui è fra quelli che vogliono più bene a Silvio. Sperèm».
Ma chi è l’amico più fidato?
«Sono due: Fedele Confalonieri e Gianni Letta».
E l’amico più ingrato?
«Anche questi sono due: Enrico Mentana e Maurizio Costanzo. Non li sopporto».
Dell’opposizione chi salva?
«Rutelli è il meno antipatico. Prodi invece non posso vederlo. Prima che introducesse l’euro mi regalai per Natale quattro paia di calze, spendendo 12.000 lire. L’anno seguente ne comprai solo tre paia: il prezzo era raddoppiato».
Quanto prende di pensione?
«Prendevo 1,3 milioni al mese. Morto il Gino, che guadagnava molto più di me, mi pare d’essere arrivata a 1.600 euro. Anche troppi per le mie esigenze, visto che non pago l’affitto».
Ho letto che recita quattro rosari al giorno.
«I giornalisti esagerano sempre. Ne dico uno la mattina e uno la sera. A volte me ne scappa un terzo se mi sveglio di notte».
Ma si può sapere quante sono queste benedette zie suore che pregano per Silvio?
«Erano sette. Ne restano due. Più due cugini sacerdoti».
Che cosa conta di più nella vita?
«L’amore. Amare ed essere amati sono le uniche cose che valgono».
Le capita di pensare al «dopo»?
«Non ho paura. Sono pronta. Mi metto nelle mani di Dio. Silvio ha fatto preparare una bella tomba di famiglia nel suo parco, ma la Giunta di sinistra non gli ha dato il permesso di usarla. L’è cussì bella, ha tanti posti... Io non so se vado lì oppure al Monumentale col mio Gino, suor Silviana, zia Marina e mia sorella Maria che è morta tre mesi fa».
Mi sembra prematuro parlarne.
«Comunque ho già prenotato dai frati una messa di suffragio per tutti i mesi del 2006. Forse nella cappella privata ad Arcore avrei poche orazioni, lei che ne dice? Ghe pussè gént che prega al cimitèri».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it