Vi racconto il mio viaggio nella musica senza confini

Dai trionfi scaligeri alla collaborazione con le maggiori istituzioni
d’America. Ma l’esperienza più intensa è stata il concerto in carcere

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo uno stralcio di Prima la musica poi le parole (Rizzoli, pagg. 270, euro 20; in libreria da oggi), autobiografia di Riccardo Muti a cura di Marco Grondona.

di Riccardo Muti

Oggi l’ultima prova della mia biografia artistica è l’inizio della collaborazione con l’orchestra sinfonica di Chicago. Pensavo di aver finito con l’America dopo la lunga permanenza a Philadelphia: ma nel febbraio del 2010 c’è stato l’incontro con il Metropolitan, un avvenimento felice.

Poi Chicago, l’incontro nuovo e in termini che sorpresero me per primo. La presidente Deborah Rutter mi aveva contattato più di una volta nei tempi in cui cercava il nuovo direttore musicale per il suo complesso. Mi convinse dapprima ad accettare la direzione di un concerto (mancavo, a Chicago, da una trentina d’anni), e l’incontro con l’orchestra rivelò un’intesa intensa, tanto che nel 2008 la guidai per una tournée europea. Sono circostanze in cui il rapporto direttore-orchestra è destinato o a sciuparsi o a rafforzarsi. Alcuni mi scrissero alla fine la loro soddisfazione e perciò la richiesta della presidente e del consiglio d’amministrazione si fece più pressante.
Esitai a lungo: mi ero infatti convinto, negli anni dopo la Scala, che era giunto il momento di dedicare più tempo a me stesso. Può sembrare ingenuo: ma lo avevo fatto sempre poco e ora – come scrive Seneca in una celebre lettera – perfino un albero enorme del mio giardino che avevo piantato con le mie mani quando non toccava il metro d’altezza, era lì a restituirmi come uno specchio l’immagine del tempo che passa, il mio tempo. Proprio così: «L’anne ca passano chi po’ acchiappà?».

Alla fine, però, il calore dell’invito e la curiosità insaziabile per i progetti futuri mi hanno convinto ad accettare. Una premessa importante ho già esposto al board: a quest’età far musica, sia pure una bella musica, non mi basta più e intendo fare tutto quello che è in mio potere per portarla – anche «delocalizzando» le esecuzioni – vicino a classi sociali che, per ragioni diverse del tutto indipendenti dal loro volere, sono distanti dalla cultura. Chicago vede al suo interno, infatti, una società multietnica, con strati diversissimi e in parte estranei alla nostra musica. Penso perfino alle carceri statunitensi, ai tanti istituti minorili dove gli adolescenti scontano una condanna; il grande violoncellista Yo-Yo Ma, che ho interpellato, è tutto dalla mia parte e abbiamo già concordato alcune date in cui – a due con me al pianoforte o con una versione ristrettissima della Chicago Symphony – porteremo la musica nei penitenziari.
L’esperienza per me non è nuovissima: alcuni mesi fa, invitato dalla sua illuminata direttrice, la napoletana Lucia Castellano, fui nel carcere milanese modello di Bollate (la prima iniziativa era partita da un carcerato, che mi aveva chiesto, in una lettera, di andare). Centocinquanta reclusi seduti sulle scalinate di un piccolo anfiteatro interno mi hanno ascoltato eseguire al pianoforte musiche di Beethoven, Schubert e Chopin. Situazione di terribile contrasto: da una parte la musica che per sua natura illude di un mondo migliore, dall’altra la necessità cui li costringevano le loro colpe. Ma, anche, la musica che consola. Mi sono ricordato di quella Lettera da Stalingrado in cui un ufficiale, nel dicembre del 1942, suona sul pianoforte per strada l’Appassionata: «quelle cento reclute sedevano nei loro mantelli, le coperte tirate sin sulla testa; si sentiva sparare da tutte le parti, ma nessuno si lasciava distrarre: ascoltavano Beethoven a Stalingrado». E ho loro spiegato che perfino quelle note erano il risultato creativo di anime spesso infelici. Riuscì fra le mie sere più belle e mi fece riflettere sul fatto che un maestro non deve più essere a oltranza il punto di mira dei riflettori: specie nella seconda parte della vita, fatta carriera, deve ripararsi dai media e tentare il più possibile di trasmettere la musica agli altri se non vuole, lui effimero, precipitare nelle spire di un’attività effimera (noi non siamo creatori, ma semplici «traduttori» e non lasceremo mai nulla di definitivo, perché i criteri dell’interpretazione e del gusto mutano con gli anni). Bollate non era Poggioreale, ma tutto mi suggerì timidezza e mi fece guardare con pudore un universo tanto dissimile dal nostro, a cominciare dalle macchine scure con cui facemmo quei pochi chilometri che portavano scritto sul fianco «Polizia penitenziaria». Ci accolse un grande cancello di ferro, e mi mise i brividi. Ma appena entrato mi sono imbattuto in botteghe dove i carcerati producevano accessori ornamentali per alleggerire il luogo e capii che per quella pena, almeno lì, si tentava un «recupero».
Nella sala uomini e donne, vestiti con estrema accuratezza, mi parvero il miglior pubblico possibile; parlavo come se attorno non avessimo inferriate. Il discorso mi prese talmente che feci la domanda – cui sono abituato, di solito scatta del tutto spontanea – «Di dov’è lei?», indicandone uno col dito (anche a giovani cantanti, quando li vedo la prima volta, lo chiedo, e non so neppure bene io perché, forse per calibrare sulla loro risposta il mio comportamento). Mi rispose, non ci crederete: «Di Molfetta». Per qualche secondo rimasi «qual è colui che cosa innanzi sé subita vede ond’e’ si maraviglia»; ebbi cioè – se ricordo bene dai banchi del liceo – la reazione che ebbe Sordello vedendosi davanti Virgilio, come lui mantovano: «o pregio etterno del loco ond’io fui»! Poi lo misi alla prova e dissi due frasi in dialetto: capì alla perfezione.

Avevo scelto brani non troppo complessi: cominciai con Warum? di Schumann, Perché? Siccome nella vita ciascuno di noi si fa mille domande e per alcune non troveremo mai risposta, nessuno poteva capire meglio di loro. Seguitai con alcuni preludi di Chopin che sono pezzi brevi o brevissimi – di brevità dodecafonica – in grado di afferrare immediatamente gli ascoltatori, anche se assai moderni. Raccontai come a Bülow fosse riuscito tutto sommato abbastanza semplice dar loro dei titoli e tradurre in una sola parola tutto il loro contenuto espressivo. Un improvviso di Schubert li fece sorridere perché raccontai la scena di quel vecchio film sul compositore in cui, stando assieme ad altri artisti secondo le regole della vita bohèmienne, racconta di essersi innamorato e – richiesto chi fosse la bella – si siede al pianoforte e suona quel brano di così sublime poesia. La reazione degli altri è di stampo molto americano: a uno cade il sigaro dalla bocca, al pittore si ferma la mano, tutti sono più o meno attoniti; alla fine il musicista rivela il nome. Per concludere raccontai qualcosa della vita di Beethoven, della sua lotta contro la sofferenza fisica e spirituale, e attaccai il Chiaro di luna.
La reazione fu unanime; per tutti si trattò della cosa più bella dell’intero concerto. Per me fu quella una delle serate più singolari della mia vita: si sono avvicinati, hanno voluto farsi fotografare, un’umanità meravigliosa mi è venuta attorno.

Un giorno, frequentavo il liceo, nell’ora di Filosofia il bravissimo professore Domenico De Simone ci lesse una frase di Nietzsche di cui mi sono innamorato e che ha aiutato spesso uno che, come me, si è trovato a girare il mondo con un «nido di memorie» nel cuore: «Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di realizzarne le premesse». L’esperienza di Bollate – come quelle più serie della mia vita – io la sento perciò tuttora non come semplice ricordo e impotente nostalgia, ma come il fatto di cui devo realizzare le premesse, un evento che può illuminare in parte anche quel che dovrò fare nei prossimi anni a Chicago.