«Vi racconto quali sono le ossessioni di Osama»

«Bin Laden nella regione del K2? Se è vero è una sorpresa. Ma è possibile: è una zona irraggiungibile, abitata da nuclei di fondamentalisti islamici. Il posto ideale per nascondersi». Steve Coll è forse il maggior esperto di Bin Laden e famiglia. Ex condirettore del Washington Post, ha appena pubblicato «The Bin Ladens» (in Italia è edito da Rizzoli con il titolo «Il clan Bin Laden»), la più completa storia del capo di Al Qaida.
Quale erano le ipotesi sul rifugio di Bin Laden?
«Si pensava fosse nel Nord Waziristan, nell’area tribale dove conta amici da vent’anni. Lì nel 1988 Osama stabilì il primo campo di Al Qaida. Da allora ha un rapporto privilegiato con il clan degli Haqqani.
E invece è più a Nord.
«Nella zona, all’inizio degli anni 80, arrivarono gruppi di arabi fondamentalisti per dare vita a una sorta di perfetta società islamica. Poi hanno sposato donne del posto e si sono mantenuti ai margini delle guerre combattute in zona».
Ma in che condizioni è Osama? Gli ultimi messaggi erano solo nastri audio. Sembra un indizio di debolezza.
«Probabilmente è solo per motivi di sicurezza. Il messaggio audio dà meno indicazioni. Ma non penso che questo sia un segnale significativo. L’ultima immagine è di ottobre. Mostra un Bin Laden un po’ invecchiato ma in salute. Addirittura la barba è meno grigia e ha le sfumature dell’henné, il colorante con cui gli uomini locali si fanno la tinta».
Ma fino a che punto comunica con il mondo?
«Con Internet o la televisione satellitare riesce a tenersi al corrente di quanto accade. I suoi testi dimostrano che legge libri e giornali in inglese. In Pakistan non è difficile trovarli. E Bin Laden è stato educato nelle migliori scuole. Aveva insegnati madrelingua inglesi e irlandesi».
Chi è con lui?
«Osama si è sposato cinque volte e ha più di 20 figli. Ma le mogli sono tornate tutte in Arabia Saudita prima dell’11 settembre con le figlie femmine e buona parte dei maschi. Quattro erano rimasti con lui. Uno, Sahad, si è rifugiato in Iran. Altri tre, Mohammed, Ladin e Hamza, sono nascosti in Pakistan, forse con il padre».
Ma è ancora in grado di gestire Al Qaida?
«Basta guardare agli attentati del 2005, o a quelli sventati di recente in Germania o Danimarca: i terroristi avevano visitato il Pakistan dove avevano ricevuto istruzioni e addestramento. Di sicuro funziona il suo, diciamo così, ufficio stampa, guidato da un convertito americano della California. Opera attraverso internet café, pc portatili, telefonini e produce molto materiale»
La sua capacità è quella di inserirsi nel flusso dell’informazione globale.
«Lo ha dimostrato in occasione delle elezioni presidenziali Usa del 2004. In quell’anno non riuscì a compiere un attentato come avrebbe voluto: l’America era blindata. Ma si esibì in un magistrale colpo mediatico. Fece arrivare un video messaggio tre giorni prima del voto. E Kerry, lo sconfitto, è ancora convinto che quel messaggio abbia avuto il suo peso sull’esito finale del confronto. Osama non ha mai lasciato passare un grande evento politico senza dire la sua. Sono convinto che lo farà anche in occasione del prossimo voto di novembre. Se non riuscirà a compiere un attentato farà almeno sentire la sua presenza dal punto di vista mediatico».
Ancora l’America, la sua ossessione.
«L’America e gli aerei. Sono sicuro che nel suo comportamento questo incrocio psicologico pesa. Suo padre fu il primo arabo a possedere un aereo privato alla fine degli anni 50. Ma il suo pilota americano sbagliò un atterraggio e nell’incidente Mohammed Bin Laden morì. Capo della famiglia divenne il fratello maggiore Salem, un altro punto di riferimento importante per il giovane Osama. Per lui gli aerei erano una vera passione. Ma durante un volo in Texas l’aereo che stava pilotando precipitò. Le circostanze della morte rimasero oscure e in Arabia si parlò anche di un complotto».