Vi racconto la rivolta d’Ungheria

La rivoluzione ungherese per me non comincia il 23 ottobre 1956, con la grande manifestazione studentesca di solidarietà coi polacchi a Budapest, ma la notte del 5 marzo 1953, quando il redattore-capo di notte della France Presse, mi telefona: «Stalin è morto». «Quante righe?», chiedo. «Trenta». Gioventù, studi di teologia, adesione al marxismo, ruolo accanto a Lenin fino al potere totale nel 1929, terrore, nuova Costituzione, Grande guerra patriottica, Yalta e Potsdam, Guerra fredda, santificazione al XIX congresso del Pcus nel 1952... Tutto in trenta righe!
La notizia non m’aveva sorpreso. Poche settimane prima, Arkady Stolypin (figlio esule in Francia del primo ministro dello zar, assassinato dagli anarchici), del servizio ascolti della France Presse, m’aveva segnalato sulla Pravda l’articolo di un luminare della medicina sui progressi che ormai allungavano l’esistenza. Per Stolypin era strano: infatti i «fondi» della Pravda erano sempre direttive per i capi del Pcus. Mai un articolo scientifico aveva avuto tale risalto. Concordo con lui che destinatario dell’articolo è Stalin: ripulito il Cremlino dai medici ebrei, arrestati per il complotto sionista, Stalin va rassicurato da uno dei rari medici non ebrei lasciati da Beria, capo della polizia. Perché? Perché Stalin - che ha appena festeggiato i settant’anni - è malato.
Il mio articolo per la France-Presse sarà una voce d’enciclopedia, culminante così: «Stalin il Grande è morto. Lo stalinismo sopravviverà?». Infatti, dalla fine della seconda guerra mondiale, Stalin pareva immortale. La reazione addolorata del popolo russo alla notizia ha stupito gli osservatori. Solgenitsin è testimone che perfino le famiglie delle sue vittime lo piangono e così tanti prigionieri del Gulag. Piangono anche gli ungheresi. Mi viene in mente il racconto di Milovan Djilas. Tito era stato invitato da Stalin alla fine del 1947 per discutere la sorte dell’Albania, ma temeva un agguato e aveva mandato Djilas. Cui Stalin disse: «Ci sono solo due vere nazioni nell’Europa centrale, quelle che hanno avuto una folta aristocrazia tesa a difendere i suoi privilegi contro i re nazionali o stranieri, finendo con l’insegnare al popolo la volontà d’indipendenza dalle autorità centrali. Perciò schiaccerò Polonia e Ungheria».
Lieti d’essersi liberati di Stalin, gli eredi pensano alle urgenze, con la neonata Ddr accolta nel patto di Varsavia; con la Polonia retta dal Maresciallo sovietico (ma nato polacco) Rokossovski, dove il malcontento dilaga nella primavera 1953; con l’Ungheria, dove la rivolta contadina serpeggia. Così convocano a Mosca il capo del governo, Matyas Rakosi, e un ex esule a Mosca, Imre Nagy, ministro dell’agricoltura. Eppure Nagy era stato allontanato dal potere nel 1949 come ostile alla collettivizzazione ordinata dal Cremlino alle democrazie popolari. Ed era sfuggito alla purga di Stalin tra i seguaci di Bucharin, fautore di un comunismo che avrebbe dovuto proteggere l’agricoltura e manifestare meno ostilità verso la Chiesa ortodossa, radicatissima nelle campagne.
Non ero stato il solo a sorprendermi di Nagy al Cremlino. Agosto 1955, in vacanza a Bohinj, in Slovenia, scopro che Tito è nella tenuta di caccia di Bled, ereditata dagli Asburgo. Telefono al capo di gabinetto di Tito, chiedendo un’intervista per France-Presse e Figaro. Rapida risposta: al ricevimento per il primo ambasciatore sovietico venuto dopo la rottura del 1949, Tito mi parlerà. L’indomani Tito mi chiede se conosco Nagy, appena nominato capo del governo ungherese e aggiunge: «Ho fatto molti viaggi a Mosca dopo la guerra, incontrando tutti i membri della banda ungherese: Rakosi, Gerö, Levai, Farkas, Lukàcs, ma Nagy non l’ho mai sentito dire». Mi conferma così che Nagy non è uno degli esuli che, tornati con Rakosi, si dividevano i posti chiave del Pc e dello Stato in Ungheria.
Avevo incontrato Nagy nel 1947, a Parigi, a capo di una delegazione parlamentare ungherese: allora presiedeva il Parlamento. Il suo eloquio differiva da quello criptico dei capi della nuova Ungheria. Nagy sapeva chi ero e rispondeva chiaramente, sinceramente, in un bel magiaro. Che cosa ci faceva uno come lui fra i comunisti?
Il discorso di Nagy del 4 giugno 1953 al Parlamento di Budapest avrebbe confermato la mia diagnosi: era stata una requisitoria contro la politica del predecessore, che ne elencava serenamente gli errori criminali, e denunciava la megalomania di una pianificazione che abbassava il tenore di vita. E così via per due ore. Con eleganza, Nagy aveva impresso tono autocritico alla condanna di azioni alle quali era stato contrario. Il discorso anticipava gli eventi russi dopo la morte di Stalin: «il disgelo», per dirla con Ilya Ehrenburg. D’altronde presto s’erano visti i limiti imposti dal Cremlino all’azione di Nagy, presidente del Consiglio. Caro agli stalinisti Molotov, Zukov e Kaganovic, Rakosi restava la guida del Partito e poteva sabotare l’azione di Nagy, sbarazzandosene al momento buono.
Almeno sul piano intellettuale l’azione di Nagy era però definitiva. L’apparato culturale del Pc - scrittori, giornalisti, scienziati - era stato scosso da parole e fatti di Nagy nel suo mostruoso mentire per ideologia. Una vera crisi morale.
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Gli intellettuali comunisti avevano una doppia vita: dovevano vedere la realtà, come tutti, ma volevano credere colpevoli Rajk e molti altri compagni, usati come capri espiatori. Ho assistito al crollo di un grande intellettuale, dal 1954 corrispondente da Parigi del quotidiano ufficiale, quando Nagy gli rimproverò: «Come ha potuto mentire tanto?». Pentito d’avere obbedito al suo direttore, l’intellettuale tornerà in Ungheria e diverrà nel 1955, quando Rakosi destituirà Nagy, suo devoto, per finire come lui condannato a morte nel 1958.
Per capire gli eventi ungheresi del 1956, occorre tener conto della penosa conversione - da preti spretati - degli intellettuali comunisti ungheresi (e, dopo la rivolta, degli intellettuali comunisti nel mondo). «Arrestane duecento e tornerà l’ordine», diceva a Rakosi l’albanese Enver Hodja, che lo racconta nelle memorie. Ma, col nuovo corso di Mosca, Rakosi può al massimo espellerli dal Pc e inasprire la censura. Troppo tardi. Lo spirito di resistenza contagiava i comitati del Pc a Budapest e nelle città industriali, piene d’intellettuali. Le notizie da Mosca l’incoraggiavano a ribellarsi: permesso per Solgenitsin di pubblicare il libro sulla prigionia, ravvicinamento all’Ovest, evacuazione dall’Austria e relativo trattato, normalizzazione dei rapporti con la Germania Federale, già bersaglio di propaganda ostile per il riarmo «atlantico». Infine il viaggio a Canossa, cioè a Belgrado, di Krusciov e Bulganin.
Inviato di France Presse, ho ascoltato il mea culpa dell’erede di Stalin per la campagna contro Tito, le sue idee, il suo Paese dopo la rottura del 1948. Krusciov, che non citava Stalin e incolpava del dissidio Beria; ma soprattutto che il Pcus ormai riconosceva «più vie al socialismo», legittimando quella jugoslava.
Poco dopo il rientro a Parigi avevo saputo che Nagy, informato degli esiti dell’incontro di Belgrado, mandava al comitato centrale del Pc ungherese un memorandum ispirato dagli argomenti di Tito sulla compatibilità fra socialismo e interesse nazionale, che confutava le accuse di deviazionismo. Due anni dopo abbiamo ricevuto - come sezione ungherese dell’associazione per i diritti dell’uomo, allora da me diretta - una copia del memorandum, pubblicandolo poi, preceduto dal mio «Ritratto del presidente Imre Nagy», col titolo Un comunismo che non dimentica l’uomo.
Mesi dopo l’incontro di Belgrado, nel febbraio 1956, Krusciov pronunciava il famoso lungo discorso il cui testo integrale sarà noto solo più tardi, un po’ alla volta. Conoscevo da tempo i crimini rivelati da Krusciov. La biografia di Stalin scritta da Boris Souvarine (Adelphi), dal 1929 ex dirigente bolscevico, ne indicava i principali prima della seconda guerra mondiale, specie la carestia provocata in Ucraina e la deportazione di milioni di contadini ostili alla collettivizzazione agli inizi degli anni Trenta. Ma anche altri dissidenti avevano preso carta e penna: russi come Krivitzki (Sono stato agente di Stalin, Mondadori, 1939) e l’alto funzionario Kravchenko (Ho scelto la libertà, Longanesi, 1947), ungheresi come Koestler (Buio a mezzogiorno, Mondadori, 1946; Il yogi e il commissario, Bompiani, 1947). Tale era però la potenza della propaganda sovietica che non solo milioni di membri dei Pc, ma anche molti intellettuali rifiutavano le loro testimonianze: le credevano ideate dalla Cia. La conferma dei crimini di Stalin da parte di Krusciov fu dunque folgorante per i «devoti». Dal colpo, la «fede leninista» non si solleverà più. Capi di altri Pc non perdoneranno Krusciov, anche perché alle rivelazioni seguirà lo scioglimento del Kominform, teoricamente con sede a Praga, che era stato fondato nel 1947 per coprire la gestione poliziesca e diplomatica dei Pc europei. Era un gesto del Cremlino per riconciliarsi con la Jugoslavia: del resto il Kominform avrebbe dovuto aver sede a Belgrado, ma Tito non voleva agenti sovietici nella sua capitale.
Altra conseguenza della svolta era stata la revoca di Rakosi come capo del Pc, tanto attesa dal popolo ungherese, ma decisa da Krusciov. Come constata Pierre Grémion in Intelligence de l’anti-communisme. Le Congrès pour la liberté de la culture à Paris, 1950-1975 (Fayard, 1995), da allora sono divenuto l’uomo del momento fra gli intellettuali parigini come giornalista della France Presse particolarmente ben informato su Ungheria, Polonia, Jugoslavia e collaboratore di testate come Les Lettres Nouvelles (poi La Quinzaine Littéraire) di Maurice Nadeau, il Figaro littéraire, France Observateur di Claude Bourdet e Gilles Martinet (qui avevo sostituito il compagno di strada K.S. Karol), Esprit e Preuves di François Bondy, dopo aver esitato. Infatti - come coglie Grémion - diffidavo dell’atlantismo militante della rivista. Ero infatti ancora neutralista, in linea con Esprit e l’Observateur.
(1. Continua

Traduzione di Maurizio Cabona)