«Vi racconto come sarà il mio nuovo tg in rosa»

Cadute, lotte, nascite e rinascite, addii e ribellioni. Una vita, cento vite. Emilio Fede è un giocatore d'azzardo dove il tavolo è l'esistenza, la posta in gioco sono le sfide da affrontare con l'entusiasmo di un bambino. È stato lui, annunciando lo scoppio della Guerra del Golfo nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991, a far nascere il primo Tg in diretta dell'allora Fininvest. Domani sarà lui a dare il via a un nuovo telegiornale su Rete4.
Emilio Fede, lei si emoziona ancora?
«Mi sveglio la notte pensando a quali parole userò. Chi afferma che quando si accende la luce rossa si spegne l'emozione mente. L'adrenalina c'è anche dopo quarantotto anni di televisione».
Che Tg sarà?
«Al femminile. Farò crescere le “quote rosa”, sia in conduzione, sia come inviate. Andrà in onda in un nuovo orario - le 11,30 - in cui a casa c'è molta gente sola, ci sono i malati, gli anziani e anche, purtroppo, i disoccupati; gente a cui dare fiducia, ottimismo. Non voglio aggiungere malinconia alla malinconia. La diretta sarà regina, la vera televisione è mostrare quello che accade mentre accade, senza filtri, senza deformare una realtà che da sola supera l'immaginazione».
A proposito di diretta, nell'81 fu lei a trasmettere le immagini del piccolo Alfredino, il bimbo caduto in un pozzo.
«Il tragico inizio di un nuovo modo di fare tv. Ero direttore del Tg1 e nella riunione delle dodici sentivo il bisogno di qualcosa di vivo, di attuale: lo stesso che trasferisco nella linea del Tg che partirà domani. Il caporedattore Melodia mi disse: “Direttore, è arrivata una telefonata dai vigili del fuoco, stanno andando a Vermicino per salvare un bimbo caduto in un cunicolo». La trovai un'idea bellissima. Mi criticarono, ma la volontà era quella di raccontare una storia a lieto fine, il trionfo della vita, non la cronaca di una morte».
Da lì è nata la Tv del dolore, oggi la normalità. Come sono normali i programmi d'intrattenimento condotti da giornalisti, ma il primo esperimento lo fece lei negli anni ottanta con «Test», un successo. Era candidato al parlamento europeo come indipendente per il Psdi, correva per la presidenza Rai. Troppo! Doveva essere fermato?
«Un momento magico della mia carriera. Poi rimasi impigliato nella rete del gioco d'azzardo. I magistrati dicevano che venivo invitato a casa del Conte Caproni come specchietto per le allodole. Il tragicomico è che la mia presunta complicità era basata sul fatto che la moglie del Conte veniva chiamata Fede. Spiegai che era il diminutivo di Federica, ma non servì. In primo grado venni condannato, anche se il pm Davigo era convinto della mia estraneità e aveva chiesto l'assoluzione».
Perché allora la condanna?
«Con Giarda, il mio avvocato, incontrai Davigo per ringraziarlo. Mi disse: “Posso darle un consiglio? Se vuole essere assolto si dimetta dalla Rai”. Il ministro della giustizia era Rognoni, grande amico di Agnes e di De Mita con il quale Agnes giocava a scopone. Sicuramente una coincidenza, ci mancherebbe altro!».
Si dimise?
«Ero al Tg1 quando un esponente di Botteghe Oscure mi disse: “Vuoi rimanere direttore? Sposta il telegiornale a sinistra”. Dissi no. Sono coerente! Quando fui sollevato dall'incarico De Mita era segretario della Dc, mi chiamò: “Smetta di dire che l'ho cacciata, dica semmai che non l'ho sostenuta”. Certo, un bel giro di parole!».
Perse tutto.
«Sì, anche se poi dall'inchiesta mi hanno assolto. Oggi vedo Bertolaso, il suo bisogno di avere accanto la famiglia, mi vengono in mente quei tempi duri. La forza di reagire a testa alta me l'hanno data mia moglie e le mie figlie».
E due editori.
«Alberto Peruzzo mi ha voluto a ReteA dove ho fatto partire il primo Tg nazionale privato. Quando andai in Fininvest Peruzzo fece una cosa indimenticabile: interruppe il Tg e al suo posto mise una scritta: “Emilio Fede ci ha lasciato per andare a lavorare con Berlusconi, fino a quando non troveremo qualcuno come lui le trasmissioni saranno sospese”. Mi vuole ancora un bene dell'anima!».
Come Berlusconi?
«Lui per me è un fratello. Mi è stato vicino nei momenti difficili e sono convinto che lo sarà in quelli che dovessero venire. Sbaglia chi pensa a un rapporto di dipendenza, non è mai intervenuto per dirmi che cosa dovevo fare. Ha rispetto della mia professionalità. Lui dice: “Vedi Emilio, loro ci aggrediscono, ci riempiono d'insulti, tu invece non hai mai aggredito nessuno e la sinistra te lo riconosce”».
Lei è innamorato di Berlusconi. Non ha vacillato neanche quando ha intervistato Bersani?
«Ho buoni rapporti con Bersani, ottimi con D’Alema. Quando era segretario del Pc l'ho intervistato, la sua scrivania era piena di civette. È superstiziosissimo. Quando fecero le cravatte con la civetta decisi di regalargliene una “azzurro Forza Italia”. Lui mi scrisse che non sapeva se avesse mai avuto il coraggio d'indossarla e nella busta mise mille lire: “Lei che è superstizioso sa che i portafortuna bisogna pagarli! Grazie”. Eccole, le tengo ancora sulla scrivania». L'aggressività non paga.
Il premier dopo essere stato colpito in piazza Duomo ha parlato di amore che vince sull'odio.
«Lui non ha rancore verso nessuno, non è capace di odiare. È pieno di attenzioni per gli altri, detesta perfino che chi lavora per lui sia chiamato “dipendente”, sono tutti collaboratori. Nel mio decimo libro, Io e Silvio, ho provato a descriverlo. Impossibile. Ho stracciato il contratto con la casa editrice. Non si può raccontarlo. Bisogna viverlo, conoscerlo. Ho passato con lui anche i momenti tristi. L'ho visto nel dolore quando è morta la madre. Ero lì, lei si mise su un fianco, chiuse gli occhi e cessò di vivere pregando convinta che di là ci fosse ad aspettarla il suo Luigi, il marito. Pensai alle colazioni della domenica in cui lei arrivava ben pettinata e diceva: “Mi costa un po' caro, ma oggi sono andata dal parrucchiere a farmi bella", era umile. Berlusconi è cresciuto in una famiglia in cui si respirava un'atmosfera di onestà, di sacrifici, di lealtà. Le cose terribili di cui lo accusano sono autentiche mascalzonate a orologeria».
Lei come ha vissuto la scomparsa della sua di madre?
«Io ho un sacro terrore della morte, non credo nell'aldilà pur essendo cattolico nella preghiera e nella speranza che qualcosa ci sia, ma ho vissuto la sua morte con la consapevolezza che il passaggio è stato sereno. Quando se n'è andata abbiamo trovato uno scialle che lei stessa aveva ricamato e un biglietto: “Per favore, quando sarò morta mettetemelo. Ho il naso grosso e sono brutta, non vorrei apparire davanti a Lui cos씻.
Ma è vero che è un prete mancato?
«Ero un giovane seminarista salesiano. Durante una processione a un certo punto dovevo saltare fuori - naturalmente facevo il diavolo -, invece ero corso dietro a una ragazza. Mi tolsero la tonaca e finì lì».
Sarebbe diventato Papa.
«No. Arciprete di Arcore!».
Avrebbe conosciuto lo stesso il Cavaliere. Ricordate mai la notte in cui è scoppiata la guerra a Bagdad ed è nata l'informazione Mediaset?
«No, ma le racconto un episodio che lo riguarda. Una di quelle notti, erano circa le tre, mi chiamò e disse: “Senti Emilio, devi cambiare l'evidenziatore della rassegna stampa perché il giallo non sta bene”. E io: “Scusa, ma tu alle tre di notte hai notato l'evidenziatore sbagliato?”».
Che ricordo ha di quelle notti ?
«Eravamo un gruppo di “disperati” che non dormivano mai. Una notte crollai, stavo per addormentarmi e suonò il telefono, era un redattore: “Direttore hanno attaccato!”. Erano i primi missili su Israele. Mi alzai di scatto e mi venne il colpo della strega, nonostante il dolore andammo in diretta. I primi. Un'avventura straordinaria realizzata grazie all'entusiasmo di pochi, ma con molta voglia di fare. L'informazione Mediaset partì da lì, con me, con Studio Aperto, un nome inventato per l'occasione in due minuti».
Diede in anteprima anche la notizia che Bellini e Cocciolone erano liberi.
«Intercettai le immagini di Tarek Aziz e intuì, vedendo un gesto che poteva significare vittoria, che erano stati liberati due italiani. Diedi subito la notizia. Poco dopo sulla Rai Carmen Lasorella disse che avevo speculato sulle vite di quei soldati, che non erano vivi. Un'agenzia Ansa la smentì, la chiamai e le dissi: “Carmen, la tua è un'informazione in guêpière”. E chiusi il telefono».
Com'è l'informazione Mediaset oggi?
«Diversa. Importante. Ma sono convinto che quelli della prima epoca che oggi passano alla nuova Agenzia giornalistica, sapranno trasferire anche ai più giovani una capacità di lavorare straordinaria, lo spirito di sacrificio. Il grande inviato Luigi Barzini diceva: “Il giornalismo è missione, non è questione di gradi, inviati si nasce e si muore”».
I giovani di oggi sono capaci di sacrificio?
«C'è una domanda di riserva?».
Il suo rapporto con Dio?
«È cambiato quando ho ricevuto la comunione dalle mani di Papa Wojtyla. Sono bastati una carezza sul viso e poche parole. Ho più rispetto per i deboli. Mi affidò a un giovane sacerdote dell'Opus Dei a Roma che mi spiegò una cosa fondamentale: in Chiesa non ci devi andare per obbligo, ma per necessità di parlare con Lui. Le religioni sono importanti, tutte, credo sia lì la chiave per una vera integrazione».
Con sua moglie, la Senatrice Diana di Feo, vi vedete poco, ma vi sentite ogni giorno e parlate della vita. Cito Berlinguer: cosa vi dite di «questo sporco, intricato mondo»?
«Lei è critica, ma impegnata. Oggi si occupa molto dei problemi della Campania, anche quelli minimi, è instancabile e convinta che se tutti danno una mano qualcosa si può fare. Certo, è difficile! Questa società è fragile come quel terreno che frana in Calabria, i vizi superano le virtù».
Che cosa vorrebbe trovare intorno a lei?
«Il rispetto per l'amicizia, la riconoscenza, che chi ha il potere non ne abusi. Nella vita bisogna essere forte con i forti e debole con i deboli, altrimenti salta tutto».
Dentro di lei che cosa cerca?
«Serenità, tranquillità, il rapporto indissolubile con la famiglia, meno voglia di birichinate».
Dove sono i suoi momenti felici?
«Nel lavoro, nella famiglia, con gli amici e quando riesco a sentire il presidente sereno. Lavora moltissimo, non si ferma mai».
È vorace, la vita la mangia. Come lei?
«Una volta la mia massima golosità era il cannolo siciliano. Oggi è la vita. E nella vita, l'unica cosa che ho chiesto a Berlusconi è di approvare un disegno di legge che consenta di andare in anagrafe e chiedere la riduzione di almeno vent'anni d'età!».
Ha paura della morte? (mentre risponde fa le corna).
«La morte è un mistero come la vita, da una parte mi attrae, dall'altra mi angoscia. Io cerco di evitare i funerali, mi mettono tristezza, sono claustrofobico. Quando nell'omelia sento: “Il nostro fratello è stato chiamato...” ho l'impulso di spegnere il telefonino, così sono sicuro che se chiamano non mi trovano!».