Vi racconto Scalfari, l’arrogante "Barbapapà" che ama il potere

In esclusiva un capitolo del nuovo libro del giornalista e scrittore &quot;Il revisionista&quot; (Rizzoli pagg. 474, euro 21) . Ed ecco il vero ritratto del fondatore-padrone della &quot;Repubblica&quot;<br />

Per gentile concessione dell’editore anticipiamo un capitolo dell’ultimo libro di Giampaolo Pansa, Il revisionista (Rizzoli, pagg. 474, euro 21), in libreria dal 20 maggio. Un’autobiografia intellettuale del giornalista settantenne, che ruota intorno alla guerra partigiana e alla guerra civile italiana. Pansa ripercorre più di mezzo secolo di storia e gli incontri con eroi sconosciuti e con tanti protagonisti del giornalismo e della politica. «Siete voi giovani che dovete tirare i sassi nei vetri. Così, quando i vetri si rompono, noi vecchi ci rendiamo conto che era il momento di cambiarli. Per ringraziarti, mio caro spaccavetri, ti darò una borsa di studio». Così, nel maggio 1959, Ferruccio Parri si rivolgeva a un giovane di ventitrè anni, non ancora laureato: quel giovane era Giampaolo Pansa. Quando aveva otto anni, il bambino Giampaolo aveva fotografato nella memoria la guerra e le sue conseguenze: i partigiani fucilati, i fascisti ammazzati, ma anche le ragazze che ballavano nude ai festini dei tedeschi e poi alle baldorie degli americani. Il destino di Pansa si compie quando, dopo le mille pagine della tesi sulla guerra partigiana tra Genova e il Po, viene assunto a La Stampa. Decenni di lavoro nei grandi giornali, di incontri con i big politici e i direttori famosi, che l’autore narra nei loro lati nascosti. Giulio De Benedetti, Italo Pietra, Alberto Ronchey, Piero Ottone, Eugenio Scalfari Claudio Rinaldi e molti altri.  

di Giampaolo Pansa

Era troppo potente il Pci degli anni Settanta. Doveva emergere per forza qualcosa o qualcuno in grado di limitarne il consenso, l’autorità, il prestigio. Però non era possibile che fosse un partito nuovo.
Il campo risultava troppo affollato. L’Elefante Rosso e la Balena Bianca si mangiavano da soli più del settanta per cento dello spazio disponibile. Ma a insidiarli poteva essere un giornale. E fu così che, nel gennaio 1976, nacque “la Repubblica” di Eugenio Scalfari.
Avrei dovuto esserci anch’io nella pattuglia dei fondatori. Alla fine del maggio 1975, Scalfari mi telefonò per dirmi che voleva vedermi. E mi convocò per il 2 giugno, festa repubblicana, in un residence di Milano, in piazza Santo Stefano, a due passi dalla turbolenta Università Statale.
Sapevo bene chi era Eugenio. Avevo letto i suoi articoli sull’“Espresso”, uscito proprio nel giorno dei miei vent’anni. Per noi ragazzi di provincia, laici e pencolanti a sinistra, quel settimanale era un Vangelo. Alla pari del “Ponte” di Piero Calamandrei e del “Mondo” di Mario Pannunzio. Ma Scalfari l’avevo visto dal vivo una sola volta. E non mi era piaciuto per niente.
Era un pomeriggio del gennaio 1970. Lui guidava a Milano un corteo contro la repressione. E io stavo sul fronte opposto, ma soltanto per motivi professionali: lavoravo per “La Stampa” di Ronchey e, come si usa dire, dovevo coprire l’evento. Mi ero piazzato alle spalle del vicequestore Vittoria, un signore di mezza età, mite, cortese. Di solito toccava a lui decidere la carica della polizia. Con un sospiro, si metteva l’elmetto, indossava la fascia tricolore e ordinava i regolamentari squilli di tromba.
Accadde così anche quel pomeriggio. Però non rammento se la carica fu violenta o blanda. Ricordo bene, invece, la figura di Scalfari, a quel tempo deputato socialista. Non aveva ancora la barba e si difendeva dal freddo con un magnifico tre quarti di montone. A non piacermi fu la sua aria supponente. E le occhiate arroganti che scagliava sul povero dottor Vittoria. Come per dirgli: io sono io e tu non sei nessuno. Ma adesso che ci penso, le occhiate di Eugenio potevano essere di apprensione e anche di paura. Del resto, Scalfari non era abituato agli scontri di piazza.
Quel 2 giugno 1975 ci scrutammo per bene. Lui aveva cinquantun anni ed era un direttore famoso, io ne avevo trentanove e lavoravo da inviato per il “Corriere” di Piero Ottone. Scalfari mi mostrò le prove grafiche della futura “Repubblica”. Ebbi l’impressione di un giornale piccolo e magro, anche se molto innovativo. E non ne rimasi entusiasta. A colpirmi fu Scalfari. Ieratico, fervido, sicuro di sé, del tutto tranquillo e certissimo di riuscire nell’impresa.
Mi spiegò che “la Repubblica” non sarebbe stata un giornale omnibus, buono per tutti i lettori. Voleva rivolgersi a una classe-guida: gli imprenditori, i quadri sindacali, i funzionari, gli insegnanti, gli studenti, i politici nazionali e locali. Aggiunse che intendeva fare un quotidiano liberal. Capace di essere una voce della sinistra, ma senza riguardi per nessuno, a cominciare dagli errori e dai difetti della sinistra italiana alla quale si sarebbe rivolto.
Poi concluse annunciando che aveva già iniziato a costruire la squadra di “Repubblica”. E snocciolò i nomi di Gianni Rocca, il suo secondo, di Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Massimo Fabbri, Gianni Locatelli. Volevo aggregarmi alla compagnia come inviato sulle faccende italiane? Gli dissi di no. Intendevo lasciare il “Corriere” soltanto dopo la partenza di Ottone. Lo ringraziai e ci salutammo.
Quando “la Repubblica” apparve, il 14 gennaio 1976, in via Solferino le risate si sprecarono. Lietta Tornabuoni sogghignò: «Sembra il “Corriere dei piccoli”!». La nostra sicumera divenne alterigia il giorno che cominciammo a misurarci con i giovanotti di Eugenio. A parte la pattuglia di giornalisti senior, erano dilettanti allo sbaraglio. E inclini alle balle spaziali. Nel giugno 1976, quando a Genova le Br uccisero il magistrato Francesco Coco e la sua scorta, “Repubblica” sparò un titolone di prima pagina che strillava: “I carabinieri lo sapevano”.
Poi il “Corriere” di Ottone finì. Il 21 ottobre 1977 Piero se ne andò appena in tempo per non incocciare l’epoca della Loggia P2. Scalfari fu così generoso da ripresentarmi un contratto da inviato. E all’inizio di novembre misi piede in piazza Indipendenza. In compagnia di Bernardo Valli, anche lui uscito da via Solferino.

Ho lavorato a “Repubblica” per quasi quattordici anni: il primo da inviato, gli altri da vicedirettore a fianco di Rocca. Non mi era mai successo di restare tanto a lungo in un quotidiano. E oggi mi sembra un tempo immenso. Impossibile da rievocare in queste pagine.
Qui mi limiterò a ricordare qualcosa su Scalfari. Il fondatore, il padre-padrone, il capo assoluto, l’anima e il corpo del giornale. “Repubblica” non sarebbe mai nata senza il suo genio professionale. E senza l’aiuto della Mondadori, allora guidata da Mario Formenton: editore coraggioso e galantuomo di quelli rari, affiancato da Giorgio Mondadori, figlio di Arnoldo.
Nell’autunno del 1977, Scalfari aveva cinquantatré anni ed era alto, magro, con una gran barba grigio bianca e il portamento fra l’altero e il solenne. Carlo Caracciolo, il suo vecchio amico e socio, avrebbe poi detto: «Eugenio porta la testa come il Santissimo in processione». Era il tocco della perfezione per il ruolo che Scalfari si era scelto: il mattatore di un quotidiano tutto diverso dagli altri. E destinato a influenzare in modo profondo la stampa italiana, obbligandola a cambiare.
Ma sulle prime il futuro di “Repubblica” non sembrava per niente fatto di rose e fiori. Quando entrai in piazza Indipendenza, il giornale non navigava in acque tranquille: vendeva poche copie e la pubblicità scarseggiava. Tuttavia Scalfari aveva un’illimitata fiducia in se stesso. Ed era convinto che, prima o poi, il successo sarebbe arrivato.
Ecco la prima regola che vidi applicare da Barbapapà, come lo chiamava la parte più giovane della redazione. La regola diceva: non dubitare mai delle proprie superiori capacità ed essere sempre certi di sfondare. Era questa sicurezza granitica a renderlo forte. E a non fargli mai perdere di vista il traguardo che si era dato: conquistare il primato fra i quotidiani nazionali.
Scalfari sapeva più di chiunque che non sarebbe stato facile arrivarci. L’ambizione non bastava, bisognava applicarsi al compito con una dedizione totale. Di chi è disposto a profondere tutte le proprie energie intellettuali e fisiche pur di non fallire, ma di vincere, e di vincere come nessuno prima ha fatto.
Anche negli anni successivi mi avrebbe sempre sorpreso la forza di Eugenio. Era una pila inesauribile di vitalità. Mi sarebbe capitato di vederlo triste, angosciato, ferito, persino umiliato, però mai stanco.
Alle dieci della sera, al termine di una giornata stressante, era inevitabile sentirsi degli stracci. Ma a Scalfari non accadeva. Ritornava in piazza Indipendenza dopo una cena di lavoro con chissà chi e si disponeva a cambiare quasi tutto. Per rimediare ai nostri errori. O semplicemente per fare meglio, sempre meglio.
Era anche un modo per riaffermare di continuo il ruolo di comandante indiscusso della squadra di giornalisti tutti scelti da lui, uno per uno. Un vantaggio del quale altri direttori non disponevano, ma che andava reso concreto ogni giorno.
Nell’autunno del 1977, la banda di “Repubblica” non superava i sessanta redattori. In parte erano firme strappate a quotidiani già sul mercato. Ma in maggioranza si trattava di giovani alle primissime armi. Su di loro Eugenio aveva un potere assoluto che lui sapeva esercitare con l’accortezza di far sentire importante chiunque.
Ne era una prova la riunione del mattino, dove si decideva il programma della giornata. L’incontro non era riservato soltanto ai capiservizio e al vertice del giornale, come accadeva nelle altre testate. Anche l’ultimo dei redattori poteva parteciparvi. Con diritto di parola, di proposta e di critica.
Barbapapà ascoltava tutti. O fingeva di ascoltarli. Su un foglietto prendeva nota delle obiezioni e dei consigli, anche quando sapeva che erano inutili o da non tenere in conto. Era un esempio astuto di democrazia professionale che serviva a registrare gli umori della truppa e, al tempo stesso, ribadire la propria autorità. E ogni volta, dopo aver fatto un esame impietoso del numero appena uscito, Scalfari informava la sua gente sui progressi nella vendita del giornale.
A partire dalla primavera del 1978, quando ebbe inizio il boom di “Repubblica” grazie al lungo sequestro di Moro, tutte le mattine Scalfari leggeva alla redazione il bollettino della diffusione. Da allora mantenne questa abitudine sempre, con una scansione via via più trionfale: «Abbiamo superato “Il Messaggero”, vendiamo più della “Stampa”, ci stiamo avvicinando al “Corriere”...». Rammento un suo proclama scherzoso: «Quando avremo battuto il “Corrierone”, vi sarà riconosciuto il diritto allo stupro e al saccheggio!».
Ma il tono del comandante in capo non sempre poteva essere trionfale. Spesso risultava arduo trasformare un’idea giusta o un’intuizione felice in un articolo ben fatto, croccante, scritto con eleganza vivace ed esattezza di dati. In quel caso, Barbapapà era costretto a vestire i panni dell’insegnante deluso, alle prese con una scolaresca riottosa a imparare.
Ho sott’occhio un suo ordine di servizio del 21 dicembre 1978, consegnato a tutti i redattori: “Cari colleghi, devo dirvi con molta franchezza che la qualità media del lavoro, sia di scrittura che di controllo e messa in pagina, e anche di acquisizione di notizie, è deludente. In questo periodo ci sono stati esempi macroscopici di trascuratezza, di leggerezza professionale e addirittura di irresponsabilità. Questa situazione si protrae fin dall’inizio della vita di ’Repubblica’...”.
Spesso i rilievi erano diretti a singoli giornalisti, sempre per iscritto. Anche in quel caso la lezione era dura, ma si concludeva con un consiglio per poter “fare meglio”. Ne leggo una: “Roma, 23 febbraio 1980. Caro X, il tuo pezzo di ieri è nettamente inferiore alla tua capacità e all’importanza del fatto di cronaca che ti era stato affidato... Fin dalle prime righe il servizio deve portare il lettore al centro dell’atmosfera di quanto è accaduto. Ha bisogno di una prosa adeguata. Di una descrizione dei personaggi da far rivivere sulla pagina, con i loro sentimenti, le loro angosce, i loro dolori, la loro violenza... Fare il cronista non è un mestiere facile, richiede spessore umano, intuito, rapidità, cultura”.

Ma è nel rapporto con i partiti che Scalfari si rivelò imbattibile. Nel confronto-scontro con le tante parrocchie politiche, a cominciare dalle più forti, Eugenio era mosso da una convinzione ferrea: il direttore di “Repubblica” contava molto di più di qualsiasi leader di partito. Riassunta così può apparire una presunzione senza fondamento. Invece era una rivoluzione copernicana per il giornalismo italiano.
Molti direttori si sentivano piccoli rispetto a questo o a quel big. Scalfari era certissimo dell’opposto. Il Sole era lui, Barbapapà, mentre i leader politici erano soltanto dei pianeti senza importanza che gli ruotavano intorno. Un giorno spiegò alla truppa: «Quando loro non ci saranno più, il nostro giornale sarà ancora qui, sempre più influente, sempre più letto».
Nel braccio di ferro con i partiti, Scalfari aveva un’arma segreta, un metodo di guerra imprevedibile e in grado di spiazzare chiunque: la linea politica libertina di “Repubblica”. L’aggettivo “libertino” gli piaceva molto, applicato al suo giornale e quando parlava di carta stampata. Per esempio, sosteneva che fare bene un settimanale come “L’Espresso” era possibile soltanto se il giornalista scelto per dirigerlo era capace del libertinaggio più sfrenato.
Lo disse quando uno dei nostri colleghi più bravi, Paolo Pagliaro, caposervizio della politica interna, lo informò di aver ricevuto un’offerta dal settimanale di via Po e che l’aveva accettata. Scalfari tentò invano di dissuaderlo. Gli disse: «Tu sei un uomo d’ordine, tutto d’un pezzo, molto coerente e rigido anche con te stesso. Sei il contrario del libertino. Quello che invece occorre a un giornale come “L’Espresso”».
Per direttore libertino, Eugenio intendeva un giornalista spregiudicato, fantasioso, sorprendente, capace di cambiare sempre cavallo e non impacciato da troppi lacciuoli. E anche pronto a contraddirsi. Disposto a pubblicare un servizio o un’opinione che smentiva quanto aveva stampato nel numero precedente. Determinato a ospitare firme che facevano a pugni l’una con l’altra.
“La Repubblica” di Scalfari fu per anni un giornale dedito al libertinaggio intelligente. La pagina dei commenti non era monocorde come accade oggi. Anche gli articoli sfornati dalla redazione spesso si contraddicevano. L’esempio più clamoroso fu la coesistenza di due linee opposte nel raccontare e giudicare il terrorismo brigatista: quella di Bocca e la mia.
Nella primavera del i 1980, Scalfari arrivò al punto di farci scontrare in un dibattito destinato alla pubblicazione. Il risultato fu una doppia pagina della sezione Cultura, scritta da un giovane e preoccupato Lucio Caracciolo. Anche in questa scelta l’obiettivo di Eugenio era sempre lo stesso: raccontare la complessità della situazione italiana, conquistare nuovi lettori e dimostrare ai partiti che era lui, e non loro, a condurre il gioco.
Dall’avamposto di piazza Indipendenza, il Libertino andò subito all’assalto dei lettori comunisti, strappandoli uno per uno a una tetra “Unità” e a un traballante “Paese sera”. Scalfari vinse a mani basse. Tanto da far dire a Giancarlo Pajetta: «“La Repubblica” è il secondo giornale dei comunisti che però lo leggono per primo».
I militanti del Pci vennero conquistati con la linea della fermezza nei molti giorni del sequestro Moro. Il calvario del leader democristiano fu raccontato da noi con una cura senza precedenti. E procurò al giornale un successo di vendite decisivo. La prima fotografia di Moro nel carcere delle Brigate Rosse mostrava il prigioniero che teneva in mano una copia di “Repubblica”. Uno spot orrendo, ma formidabile. Quasi una manna dal cielo, che nessuno in piazza Indipendenza si aspettava.
I democristiani cominciarono a leggere “Repubblica” nello stesso periodo. Compresi quelli che erano per la trattativa su Moro. E non l’abbandonarono più. In seguito, quando Ciriaco De Mita divenne segretario della Dc e restò a Piazza del Gesù per sette anni, dal 1982 al 1989, il Libertino si prese una sbandata per l’Uomo di Nusco. Era convinto che avrebbe modernizzato l’Italia, al punto di trasformarla in una Svizzera mediterranea. Ma si ravvide presto. E soprattutto non si sentì mai inferiore al gran capo della Balena Bianca: era Scalfari a consigliarlo, e non il contrario.
Fu a corrente alternata anche il rapporto con Bettino Craxi, divenuto segretario del Psi proprio nell’anno di nascita di “Repubblica”. Ma in questo caso il libertinaggio di Scalfari fu assai contenuto. I due non si potevano soffrire, com’era fatale tra protagonisti che un tempo avevano vissuto nello stesso partito.
Erano diventati deputati nel medesimo anno, il 1968, e nella medesima circoscrizione, la Milano-Pavia. E lì avevano cominciato a non sopportarsi. Per le solite questioni legate al voto di preferenza, ma soprattutto a causa del carattere, più ancora che della posizione politica.
Bettino riteneva Eugenio un subdolo filocomunista e lo avversava con asprezza. E non poteva accettare che un direttore di giornale si sentisse superiore a chi era stato scelto dagli elettori, ossia dal popolo. Eugenio lo ripagava con gli interessi. A dividerli senza rimedio fu poi una disistima profonda.
Durante il sequestro di Moro, lo scontro divenne pesante. Craxi era per la trattativa e Scalfari per la fermezza. L’elezione di Sandro Pertini al Quirinale, sostenuta da “Repubblica” e contrastata invano da Bettino, li separò ancora di più.
I craxiani arrivarono a dire che Barbapapà era il capo del Pinf, il Partito irresponsabile dell’informazione. Eugenio li ricambiò coniando per il leader del Psi il soprannome di Ghino di Tacco, il bandito di Radicofani. Senza mettere nel conto che, per schernirlo, Craxi avrebbe cominciato a firmare in quel modo i suoi corsivi sull’“Avanti!”.
Nella primavera del 1989, Scalfari e Caracciolo vendettero a Carlo De Benedetti le loro azioni del Gruppo Espresso-Repubblica. E diventarono miliardari. L’Ingegnere gli suggerì di costituire un fondo di solidarietà per i giornalisti del quotidiano e del settimanale. Così avrebbero potuto aiutare i colleghi in difficoltà e le loro famiglie, utilizzando una quota microscopica dei tanti denari ricevuti.
Ma entrambi rifiutarono il consiglio di De Benedetti. Per tirchieria o perché non ritenevano che tra i loro compiti ci fosse anche la beneficenza. Smentendo la loro proverbiale astuzia di imprenditori, non seppero rendersi conto di quanto stava per succedergli in casa. O forse lo immaginavano, però se ne infischiarono.
Dopo la vendita, un malumore prima mai visto incrinò la redazione di “Repubblica”. E anche il carisma di Barbapapà ne fu intaccato. Lo si vide alla fine di quell’anno, quando Silvio Berlusconi scatenò la guerra di Segrate per la conquista della Mondadori e di “Repubblica”. Una parte dei giornalisti, con Bocca in testa, si schierò con il Cavaliere, suscitando l’ira stupefatta di Eugenio.
Poi emerse la mediazione di Giulio Andreotti, condotta con intelligenza da Giuseppe Ciarrapico. Il Libertino salvò il giornale, ma non il proprio mito personale. Rimase il comandante in capo di piazza Indipendenza. Però troppo carico di soldi per poter conservare l’immagine illibata che tutti i leader debbono sempre mostrare alla truppa che li segue.
Cominciò qualche partenza non prevista da Eugenio. Il primo ad andarsene subito, all’inizio del 1990, fu Peppino Turani. Sembrava molto legato a Scalfari e aveva scritto con lui Razza padrona, un bestseller sul capitalismo italiano, uscito nel 1974. Era la star dell’economia di “Repubblica” e passò al “Corriere della Sera” proprio quando stava cominciando lo scontro con Berlusconi. Barbapapà si sentì pugnalato alla schiena. Ma qualche anno dopo gli perdonò lo sgarbo e lo volle di nuovo al giornale.
Io lasciai “Repubblica” nell’estate del 1991. A guerra di Segrate conclusa e dopo aver pubblicato nel 1990 dalla Sperling & Kupfer L’intrigo, un libro molto repubblicano, anzi scalfariano, sul conflitto con Berlusconi. Claudio Rinaldi mi aveva chiesto di andare con lui all’“Espresso”. Scalfari non la prese bene, come se il mio fosse un gesto di insubordinazione. O un tradimento. Quando lo seppe, mi disse a denti stretti: «La tua stanza resterà vuota. E Rocca rimarrà l’unico vicedirettore».
Nell’aprile 1996 anche Scalfari se ne andò, lasciando la direzione del giornale al più giovane Ezio Mauro. Da pochi giorni aveva compiuto settantadue anni. Rimase nel gruppo, come editorialista principe di “Repubblica” e dell’“Espresso”. Via via diventò la statua di se stesso. Con la barba di un biancore marmoreo. E lo sguardo non più rivolto alla ciurma redazionale, bensì a un orizzonte lontano che pochi riuscivano a intravedere.
Il trascorrere degli anni ha cancellato i rapporti tra noi. Per colpa mia o per colpa sua? Forse per colpa di entrambi. Quando morì Rocca, ci ritrovammo a dare l’ultimo saluto a un amico che, con Barbapapà, aveva costruito più di chiunque il successo di “Repubblica”. Nella cerimonia al cimitero del Verano, andai a stringere la mano a Eugenio. Ma lui se ne restò seduto e sembrò non riconoscermi.
Non ne rimasi stupito. Era il febbraio 2006 e avevo già cominciato a pubblicare i miei lavori revisionisti. Sapevo che a Scalfari non erano piaciuti. L’aveva fatto capire nel rispondere a una lettrice del “Venerdì”, il supplemento settimanale di “Repubblica”. Quella signora gli aveva chiesto se avrebbe letto un mio libro uscito in quei giorni. Eugenio rispose di no. E si disse certo che non potevo aver raccontato nulla di nuovo.
Scalfari aveva un rapporto curioso con il fascismo. Da giovane era stato un mussoliniano entusiasta e aveva scritto su “Roma fascista”, il giornale del Gruppo universitario della capitale. Poi era stato espulso dal Guf per aver sostenuto in un articolo che il partito era inquinato nella sua tempra morale da profittatori attenti solo ai propri interessi.
Dopo l’armistizio non aveva fatto nessuna scelta. Troppo astuto per aderire alla Repubblica sociale e poco coraggioso per andare con i partigiani. Quando aveva vent’anni riparò con i genitori in Calabria, a Vibo Valentia, in una proprietà degli Scalfari. Dove se ne rimase tranquillo sino al 1946.
Nei tanti anni trascorsi insieme a “Repubblica” non abbiamo mai discusso della guerra civile. Eravamo antifascisti entrambi. Ma di quella guerra, e delle polemiche storiografiche e politiche su una stagione di sangue, a Eugenio non importava niente. Forse le considerava faccende senza rilevanza, vecchie e noiose. Faccende da reduci. E lui non era reduce da nulla.
Quando gli capitava di occuparsi della Resistenza, Scalfari di solito si sdraiava sul luogo comune, sulla linea più banale. Ma incappando in giudizi non sempre coerenti. All’inizio degli anni Novanta, scrisse in un editoriale su “Repubblica”: «La guerra partigiana e la Resistenza non furono un fatto di una piccola minoranza combattente, ma di tutto un popolo». Niente di strano, lo aveva già detto il comunista Longo, in un libro del 1947. E lo ripetevano tutti i retori della lotta di Liberazione.
Poi Giordano Bruno Guerri, sul “Giornale” del 6 giugno 1994, lo pizzicò rinfacciandogli una contraddizione. In uno dei suoi libri, L’autunno della Repubblica, pubblicato nel 1969 da Etas Kompass, aveva sostenuto l’esatto contrario: «La Resistenza fu un fatto di minoranza, limitato sia geograficamente (interessò soltanto l’Italia a nord dell’Arno) sia socialmente».
Quisquilie, cose da nulla. Rispetto alle bordate che il Pci di Berlinguer sparò contro “Repubblica”. Quando si rese conto che Scalfari era davvero un libertino. E non voleva saperne di fare i comodi delle Botteghe Oscure.