Vi racconto la vera sindrome di Gianfranco

Ma perché lo ha fatto? Gira e rigira è quella la domanda su Fini che resta senza risposta. Tutti parlano del pasticciaccio brutto, da Montecitorio a Montecarlo, tutti conoscono le tappe dell'escalation ma in fondo non ci sono risposte alla domanda che pure sento ripetere ovunque io vada: ma cos'ha nella testa Fini, perché ha combinato tutto questo casino, dove vuole andare? Non pretendo di darvi una risposta convincente, mi limito a comporre le possibili spiegazioni in un racconto che tiene conto di tutte le più accreditate versioni, eccetto le tempeste ormonali. Escludo anche le cause patologiche, tipo la scatola cranica dei dobermann che a una certa età comprime il cervello e li fa impazzire, fino ad azzannare il padrone.

Fini soffriva della sindrome di Salieri. Sapete, Salieri era un musicista che non sopportava il successo del suo collega Mozart e dicono che abbia avvelenato il suo più famoso amico-rivale. Per tradurlo in termini correnti, diciamo che Fini ha vissuto per anni alla destra del Padre, soffriva del complesso del vicario; apparire sempre coprotagonista, cofondatore, spalla e cognato del Re, alla lunga logora e frustra. Non dimentichiamo il lato umano, la psicologia elementare. La stessa cosa accade al principe Carlo che ha passato una vita a fare l'erede, ma la regina non schioda e ora prevedono di bypassarlo. A Carlo per la rabbia gli sono cresciute le orecchie, a Fini il rancore.

A ciò si aggiunge la frustrazione dei sondaggi, dove Fini spopolava. E questo gli dava un senso di insofferenza anche verso il suo partito e la sua destra: si era convinto di essere più amato del suo partito e più grande della sua destra. In realtà confondeva la popolarità con il consenso, il generico apprezzamento con il voto. Se è per questo anche Almirante era ammirato da mezz'Italia e detestato dall'altra metà, ma poi visse al 5 per cento, per dirla con una poesia di Montale. Così Bertinotti. Mai confondere gradimento e consenso. Ma questa convinzione, probabilmente alimentata da chi gli sta vicino, lo ha portato a far crescere l'autostima e a nutrire un duplice fastidio: verso Berlusconi che gli faceva ombra, pur essendo più basso di lui, ma anche verso la sua destra, dalla base ai colonnelli tutti, che considerava con disprezzo la sua palla al piede, senza accorgersi che era il suo fondamento: è come un uccello che se la prende con l'aria perché fa resistenza al suo volo senza accorgersi che è l'aria a sostenerlo in volo, e senz'aria cadrebbe a terra.

Abbiamo così due spiegazioni di partenza, intrecciate e compatibili. Ma direte voi, un vero politico sa pazientare, conosce i tempi giusti per uscire allo scoperto, non rompe il gioco a metà fino a inimicarsi i suoi stessi elettori. Fini era il naturale successore di Berlusconi, e dopo la diaspora di Casini ancora di più; era perfino accettato dalla Lega, verso cui solo ora ha scoperto i suoi livori nazionalistici. Perché allora non ha avuto pazienza? Qui viene l'ipotesi chiave. Fini ha il terrore di succedere a Berlusconi come premier, ha orrore del gran lavoro, sa che sarebbe schiacciato sotto il peso del governo, non ce la farebbe. Lui aspira al ruolo di Speaker Supremo, cioè di presidente della Repubblica. Perché lui vuol essere Capo ma senza la fatica di governare; vuol essere sopra i partiti e non dentro, perché ha nausea dei medesimi, è single. Bello fare il presidente della Repubblica, magari qualche bel discorso a reti unificate, ricevi i potenti della Terra, passi dal Principato di Monaco al regno d'Italia, fai immersioni nelle tenute di Stato... Per andare al Quirinale deve azzoppare il suo più temibile concorrente interno, Berlusconi, e amicarsi la sinistra, senza aspettare il turno per Palazzo Chigi. Ecco, la partita è il Colle.

In tutto questo, capirete bene che a Fini il suo partitino gli serve solo come leva provvisoria, come calzante per mettersi le scarpe presidenziali; poi non serve più. Dopo aver scaricato il Fronte della Gioventù, l'Msi, l'elefantino, An, avete ancora qualche dubbio che Fini non sia disposto a sbarazzarsi dei suoi?

Non trascurate poi l'incoraggiamento avuto: dopo una vita d'insulti e di ghetto perché fascista, non gli è parso vero l’elogio della stampa e della sinistra.

Alla costruzione del movente manca però la causa scatenante. Quando Fini ha svoltato? Dicono al predellino che Fini ha subìto; ma sapeva che correndo da sola An, svuotata da anni di sfinimento, avrebbe perso voti. Io penso a due altre ipotesi, una vistosa e l'altra nascosta. La causa vistosa accadde due anni fa. È la convinzione finiana che Striscia la notizia lo abbia killerato per conto del Cavaliere, mandando in onda quei terribili filmati sulla Tulliani e Gaucci. Fu la svolta. Lui chiese la testa di Ricci e di Confalonieri, fece il diavolo a quattro, annunciò la fine di Mediaset... E invece, mi ha raccontato Antonio Ricci, il filmato andò in onda quasi per caso, anticipato da uno spezzone su Blob; giaceva lì da qualche giorno, lo tirarono fuori per casuali circostanze, senza parlarne con i vertici di Mediaset che magari avrebbero tentato di bloccarlo... Lui se la legò al dito, come poi col Giornale. Perché Fini è vendicativo, non ha la duttilità del politico intelligente né la magnanimità del vero capo.

Insomma la causa prossima fu Gaucci. Non è una gran bella causa e non è certo una base adatta per diventare presidenti della Repubblica, semmai per diventare presidenti del Perugia calcio, completando la successione a Gaucci...

In alternativa, se cercate una ragione più alta, complessa e dietrologica, ve ne prospetto un'altra concomitante: si narra dell'ostilità di Fini al progetto berlusconiano dell'accordo con Putin sul gasdotto che passa dall'Iran; un progetto sgradito agli ambienti che stanno dietro a Fini, che lo seguono da tempo, non solo agli Esteri, e lo hanno sdoganato nei luoghi giusti. Non so quanto sia vero, ma fa emergere anche l'ipotesi che Fini, come è sempre stato, sia eterodiretto, guidato, telecomandato. Insomma questo è il quadro generale delle ipotesi. Ora mi direte voi che ci azzecca con tutto questo il progetto politico, o addirittura culturale, la destra più moderna, la libertà, il futurismo, la legalità, e pure il suo partitino provvisorio, il suo pied-à-terre in aula. Ora i conti tornano, le contesse un po' meno...