Vi racconto la verità sul mio addio a Milano

Mi dispiace non potere lavorare più per la città di Milano, cui ho dato tutto il mio impegno e la mia conoscenza per aumentare, come chiunque sa e ha visto, l’offerta di arte, di musica, di teatro, anche offrendo stimoli e punti di vista insoliti. I risultati sono davanti agli occhi di tutti e soltanto su questi avrei voluto essere giudicato e magari ringraziato. Sono sempre stato leale e non ho mai pensato, se non per la libertà di pensiero e di visione che la cultura chiede di mettermi in contrasto con il sindaco o con la giunta o di fare gratuite provocazioni, lo stesso attuale ministro della Cultura Sandro Bondi lo ha riconosciuto in un bell’articolo in cui chiedeva alla Moratti di non limitarmi nelle proposte e di non censurare le bellissime mostre di Witkin e Saudek, tristissimo episodio di conflitto contraddetto dai risultati: 15mila visitatori, nessuna protesta che giustificasse la pretesa tutela da parte del sindaco.
E questo è il problema: io non cercavo contrapposizioni o contrasti, ma non potevo immaginare di essere messo sotto tutela dal sindaco che non dice il vero quando mi attribuisce «comportamenti contrari alla lealtà nei confronti del sindaco e della giunta, incidendo negativamente sull’operato e l’immagine di tali organi». Io sono sempre stato leale e ho cercato di comporre e far convivere contraddizioni che sono tipiche della cultura contemporanea, aumentando la disponibilità all’ascolto dell’amministrazione e migliorandone l’immagine rispetto al rischio di un grottesco bigottismo e alla minaccia all’immagine fisica della città derivata dall’abbattimento del garage di via Podgora, dalla distruzione dello stabilimento dell’Alfa Romeo, dal mostruoso progetto di City Life, stigmatizzato duramente da Berlusconi, dal parcheggio in Sant’Ambrogio, fino al rischio, sventato grazie al mio intervento, dell’abbattimento del garage Traversi e della trasformazione in centro commerciale del Teatro Nuovo. E non era in contrasto né col sindaco né con la giunta la difesa dei monumenti della città, la battaglia per impedire lo sventramento del Teatro Lirico. Poi le mostre: il successo della nuova attività della Rotonda della Besana, i trionfi, per afflusso di pubblico, delle grandi mostre di Palazzo Reale, con code e curiosità che non si vedevano da anni.
Attendevo di essere ringraziato, non cacciato. Lavorerò altrove, ma non lascerò Milano, proponendo liste per la cultura alle prossime elezioni per la Provincia, anche in accordo con la Lega, per promuovere la cultura e l’identità del Nord, per portare, secondo gli insegnamenti di Roberto Longhi e di Francesco Arcangeli la Padanìa come identità culturale nella Padania. Anche la sinistra ha ammesso di avere sottovalutato la radice popolare della Lega: oggi io credo che occorra riconoscerne anche le radici culturali, dal romanico ai sacri monti, da Antelami a Caravaggio, da Wiligelmo a Morandi, con l’orgoglio di personalità come Bramante, Leonardo, Correggio, Parmigianino, Tanzio da Varallo, Procaccini, Morazzone, i grandi Maestri ferraresi, i grandi registi in un lungo e esaltante percorso. Idee, progetti ignorati e oggi, con la mia espulsione, cancellati dalla Moratti. Il mio impegno politico in prima persona, dopo lo «scippo» dei miei voti ha consentito alla Moratti di diventare sindaco, sarà anche per impedirle il secondo mandato verso l’Expo, con il proposito di indicare al centrodestra un candidato più consapevole della dignità di una città che non può essere ostaggio di speculatori senza controllo in nome di una falsa modernizzazione. I pochissimi finanziamenti garantiti dal sindaco alla cultura, come ha chiarito bene Massimo Vitta Zelman in una polemica recente sulle grandi mostre milanesi ignorate e minimizzate dal sindaco per un atteggiamento competitivo nei miei confronti, sono il segnale di un limite profondo di visione che è stato contrabbandato nel modo più ingiusto e irriconoscente come una mia mancanza di rispetto verso la giunta comunale e addirittura «nei confronti dei cittadini». Niente di più falso.
Devo riconoscere che la Moratti ha avuto coraggio a scegliersi me come nemico dopo due anni di collaborazione piena e convinta. Ha voluto riprodurre la situazione di conflitto che si era creata con il ministro Urbani. Faticando a sopportare il confronto. Sappia allora che io politicamente e umanamente non sono disponibile a essere accusato di ciò che non ho fatto e defraudato del riconoscimento per il lavoro e l’impegno che ho messo nel ruolo di assessore.
Oggi i miei collaboratori erano particolarmente tristi, avviliti, le mie segretarie hanno pianto, i tanti che hanno lavorato con me sono apparsi costernati. Ma non avrei immaginato che nella città di Milano, che ho subito lasciato per tornare a Roma, Sabrina, rimasta a recitare al Teatro Parenti, avesse lungamente pianto per l’ingiustizia da me patita. Così, desolata e abbattuta, mia madre a Ferrara. Sappia Letizia Moratti che le chiederò conto di quelle lacrime.
Vittorio Sgarbi