Ma vi ricordate

Dario non ha fatto niente. Tre presenze, una miseria senza nobiltà. Assist? Figurati. Gol, manco a parlarne. È lui il simbolo di questo derby un po’ da disperati. Juventus-Torino, stasera. Chi cerca un’immagine può prendere la figurina di questo ragazzo croato. Non quella di Rosina, non quella di Del Piero. Dario Knezevic, per piacere. Cioè il nulla o poco di più, perché se è bravo non lo sanno ancora in molti: gli infortuni, le scelte, le circostanze, quello che volete, insomma, però resta che non ha giocato che sprazzi e in quegli sprazzi non ha fatto la differenza.
Dici: è un difensore e i difensori non si vedono mai. Knezevic si vede di meno degli altri, però quest’estate Torino è stata un inferno per colpa sua. Il centro di un bisticcio di fogli e di dichiarazioni, di promesse e di certezze vacillanti. Pure qualche veleno, come se il Toro e la Juve avessero bisogno di un motivo per detestarsi: Dario era un giocatore del Livorno, un giovane croato, un centrale che può giocare anche da terzino, affidabile e poco falloso. Lo voleva il Torino e aveva chiesto al Livorno. «Si può fare: un milione e mezzo per la metà del giocatore». Cairo aveva detto sì, s’era stretto la mano con Aldo Spinelli. Però c’era la Juve che invece aveva già parlato con il calciatore. Il solito, il déjà vu di tante operazioni: era successo tra Juve e Parma con Figo, per esempio. Un calciatore conteso, due squadre, due contratti o qualcosa del genere. Il calciomercato è diventato un terno al lotto: finisce che dipende tutto da come tira il vento, dal potere che un giocatore ha con il club dal quale proviene. Iprocrisia, ovviamente. Scuse buone per giustificare voltafaccia improvvisi o figuracce clamorose. Allora è stato derby d’estate: dieci giorni di scaramucce e di dichiarazioni, di tira-e-molla. Juve-Toro-Juve-Toro: Dario in mezzo, come se fosse il principe del mercato, l’uomo per cui scannarsi, il calciatore per cui alimentare quella benedetta rivalità che non è solo una rivalità. Di mezzo c’erano dei contratti firmati oppure no. La Juventus con il pezzo di carta con il sì del calciatore e il Torino con quello siglato dal Livorno. Carta vince, carta perde. Juve. Con enorme seccatura di Cairo: «Se io vendo la stessa casa due volte, qualcuno potrebbe anche denunciarmi per truffa». Qualcuno cioè il Livorno. Quindi Spinelli, che sicuro di sé aveva anche fatto anche la voce grossa: «Non permetterò che Knezevic faccia le visite mediche per la Juventus». Dario era praticamente già sulla brandina, mezzo nudo con gli elettrodi dell’elettrocardiogramma attaccati al petto. Uno sgarbo, un affronto, un oltraggio. Oppure una normale trattativa di mercato che se non fosse stata tra Juve e Toro non avrebbe fatto parlare. Invece era derby, il primo dell’anno, senza campo e senza tribune, ma sui giornali, sulle radio, in televisione e sui siti ufficiali. La Juventus: «È nostro». Il Toro: «No, è nostro». Knezevic, non Amauri. Knezevic, non Rolando Bianchi.
Ha vinto la squadra che conta di più, quella più forte sul mercato, quella che aveva l’accordo con il giocatore. Perché dicono tutti che alla fine comandino loro e forse è vero: se non vogliono andare in un club che senso ha forzarli? Preso. «Adesso siamo a posto», disse il giorno dell’affare il Ds Alessio Secco. Trionfante. Felice Ranieri, felice la società che lo aveva avuto con la formula del prestito con diritto di riscatto. Felice Aldo Spinelli che aveva incassato 700mila euro subito e un milione e mezzo dopo un anno. Felice anche lui che con la banalità di quelle frasi da calciomercato di mezza estate aveva detto così: «Il mio sogno è sempre stato quello di giocare in una grande squadra».
Dario Knezevic alla fine l’ha realizzato. Panchina, infortuni, altra panchia. Finalmente dentro: ha esordito nella Juventus in Bielorussia, a Borisov, in Champions League. Poi ha giocato ancora, senza che qualcuno sappia persino che faccia abbia. Forte? Boh. Decisivo? Boh. Juve-Toro o Toro-Juve è sempre uno spettacolo, anche al calciomercato. Però qui oggi stanno tutti zitti. Nessuno oggi ha il coraggio di dire se ne è valsa la pena: forse si vergognano di ammettere che stavolta la risposta può essere no.