«Vi spiego che cosa offre Hamas a Israele»

Gian Micalessin

da Ramallah

La prima regola è non chiamarlo spin-doctor. Usate quella parola e il professor Nashat Aqtash fuggirà a gambe levate. Quel termine, appioppato dagli americani ai registi delle campagne elettorali, al dottor Aqtash non piace proprio. «Guardate il contratto, mi hanno promesso 180.000 shekel, 30mila euro. Quella cifra serviva solo a organizzare la comunicazione e i rapporti con i media per i candidati di Hamas a Ramallah e Gerusalemme». Aqtash, 54 anni, docente al dipartimento di comunicazione dell'Università di Bir Zeit forse non è uno spin doctor nell'accezione americana e milionaria del termine, ma sicuramente conosce bene l'organizzazione che, dopo averlo assunto, ha stravinto le elezioni palestinesi. «Non sono stato io a farli vincere - spiega a Il Giornale - la mia strategia comunicativa ha solo reso più attraente l'immagine di un gruppo presente da 70 anni nel campo delle opere sociali. Hamas, benché fondata nel 1978, discende dai Fratelli Musulmani. Quell'organizzazione operava in Palestina già negli anni Trenta. Questa continuità è stata fondamentale per contrapporsi alla storia di Fatah iniziata solo negli anni ’60. Gli altri due elementi cruciali per la vittoria non li abbiamo creati né io né Hamas. La corruzione dilagante è una creatura di Fatah e dell'Anp. La gente ha votato Hamas per mettere fine a quel malcostume. Il terzo fattore, capace di spostare almeno un quinto dei voti ottenuti da Hamas, è frutto della politica Usa. Le loro interferenze, le minacce di tagliare i fondi hanno creato l'effetto opposto convincendo gli elettori che Hamas era il partito migliore. L'unico veramente indipendente da Israele e da Washington».
Hamas cambierà i suoi programmi?
«Per i palestinesi la lotta contro l'occupazione è perfettamente legale e quindi Hamas non deve cambiar programma. Fatah, dal punto di vista palestinese, cercando di soddisfare le esigenze d'Israele e dell'Occidente senza ottenere nulla, ha fallito e ha svenduto la propria causa. Per questo gli elettori hanno dato fiducia ad Hamas. Assecondando le richieste americane Hamas farebbe la stessa fine di Fatah».
Non possono isolarsi dal mondo.
«No, ma il mondo chiede ad Hamas di suicidarsi e lui non è così stolto da farlo. Hamas non può riconoscere Israele prima di un ritiro sui confini del ’67. Ovviamente Hamas sa che Israele non può farlo immediatamente e offre un compromesso, ma nessuno in Occidente sembra voler accorgersene».
Ci aiuti lei.
«È semplice. Nessuno in questa generazione può trovare una soluzione. Israele non si può ritirare immediatamente e Hamas non può rinunciare alle terre dei palestinesi. Per superare questo impasse l'unica soluzione è una tregua di lunga durata, magari di venti o trent'anni. La regola fondamentale è smettere di uccidersi, restare sulle proprie posizioni, sviluppare da parte palestinese le istituzioni proprie di uno Stato indipendente e cercare nel frattempo di sviluppare un dialogo».
L'Occidente non sa neppure chi siano i veri capi di Hamas. Lei ha capito chi comanda?
«No, non lo sa nessuno, ma è importante prestar attenzione al processo decisionale. Quando emerge una questione importante la leadership non si esprime immediatamente, ma lascia che venga dibattuta lungo tutta la scala gerarchica. L'interpretazione diventa vincolante solo dopo l'esame del comitato di comando. Ma nessuno conosce i membri di quel comitato e nessuno sa come decida veramente. Hamas resta un'organizzazione impenetrabile e misteriosa, ma anche disciplinata, efficiente e unita. Durante la campagna elettorale ogni problema veniva discusso dentro e fuori dalle carceri, in Cisgiordania e a Gaza. Solo alla fine si decideva. Originariamente molti candidati erano contrari alle elezioni, ma quando il partito ha deciso di partecipare nessuno si è tirato indietro».
Sapevano di vincere?
«Perfettamente. Il mio consiglio di accontentarsi del 30 per cento non è stato mai preso in considerazione. Loro correvano per la maggioranza assoluta e l'avevano pianificata da lungo tempo, tutto il resto era solo apparenza».
La maggioranza assoluta li costringe a dialogare con l'Occidente.
«È esattamente l'opposto. Una vittoria così ampia imbarazza l'Occidente perché lo costringe a metter in discussione i risultati di un voto democratico. Hamas nel frattempo si concede il lusso di restar a guardare senza dire o fare nulla».
Alla fine dovranno mettersi d'accordo con il presidente Abbas e formare un governo.
«E chi lo dice. Loro sicuramente hanno già deciso, ma per ora non lo fanno sapere. Qualsiasi decisione prendano creeranno grossi problemi. Se guideranno il governo tutti i negoziati con Israele dovranno passare nelle mani dell'Olp, ma nel frattempo anche Hamas vorrà entrare nell'Olp. Se staranno fuori dal governo o si limiteranno a una partecipazione simbolica il primo ministro e il presidente non potranno ignorare un partito che domina il Parlamento. Comunque vada il loro peso si farà sentire».
L'Egitto fa pesanti pressioni su Hamas affinché riconosca Israele.
«L'Egitto e i Paesi arabi sono semplicemente preoccupati perché sanno che gli Stati Uniti non potranno impedire ad Hamas di governare. Sanno che se a casa loro si votasse regolarmente Hamas o il suo equivalente vincerebbe anche lì. E quel voto esprimerebbe, come da noi, il rifiuto di regimi troppo legati a Washington».
Per governare servono soldi, come faranno senza i finanziamenti occidentali?
«La vittoria è stata pianificata da tempo... i soldi per loro non sono mai un problema. Conoscendoli avranno pensato a finanziamenti alternativi. Mal che vada ci sono i soldi iraniani, ma non so se a voi occidentali e a Israele converrà regalare la questione palestinese a Teheran».