«Vi spiego il mio successo»

Dopo l’uscita dal Brancaccio in tanti mi hanno fatto proposte ma non ho lo spirito del manager

Quasi 160mila spettatori, per l’esattezza 158.787 biglietti staccati in 79 repliche spalmate su due stagioni: dall’amato Brancaccio al Gran Teatro. Numeri che fanno gongolare il campione d’incassi della risata in proscenio, Gigi Proietti, e la dicono lunga sulla popolarità di un attore galvanizzato dall’esperienza - che per molti sarebbe stata devastante - di fare macchina indietro e tornare alle origini: recitare sotto una tenda. Anche se maxi e iper tecnologica, con tanto di megaschermi, com’è il Gran Teatro. «Sono numeri da concerto che mi rendono felice. Oggi che non ho più un teatro, a Roma lascio delle belle esperienze» spiega Proietti snocciolando le cifre come farebbe un top manager e stemperando l’amarezza dei mesi scorsi. Nessuna animosità nei confronti di Costanzo, ribadisce, ma linfa nuova e tanti progetti in ballo: dal cinema estivo coi Vanzina alla riduzione teatrale di Una giornata particolare di Scola, con Sandra Collodel e Corrado Tedeschi. «Se alle cifre già dette sommiamo gli spettatori del Silvano Toti Globe Theatre (il teatro di Villa Borghese di cui Proietti è direttore artistico, ndr) arriviamo a quota 35.560 cioè 2400 spettatori a sera».
Un successo, considerato che sono passati solo due mesi e ieri è andata in scena l’ultima replica di uno show a cui Proietti è molto legato, Di nuovo Buonasera, omaggio all’antica arte del varietà con tanto di orchestra, girls e macchiette che rialzerà il sipario la prossima stagione. Con qualche aggiustamento al copione e tocchi di novità.
«È uno spettacolo che il pubblico ha molto amato e anch'’io: dopo A me gli occhi please è il mio preferito» dice, ricordando le repliche della domenica pomeriggio col parcheggio del Gran Teatro zeppo di pullman provenienti da tutta Italia: «Qualcuno poteva pensare che dentro non c’ero io, ma Papa Ratzinger» scherza Proietti. Invece c’era proprio lui, re Gigi, un artista da trent’anni simbolo di un certo modo di fare teatro; protagonista sulla scena, ma anche dietro le quinte. «Gli ingredienti per intercettare il pubblico, visto che il mio baule d’artista non è ancora colmo, sono sempre gli stessi. Credo nella ritualità laica della scena, non mi piacciono gli steccati tra i generi e credo che il palcoscenico debba funzionare come collante nella società. Detesto il pubblico omogeneo e il mio progetto, in qualità di operatore teatrale, è calamitare a teatro diverse tipologie di spettatori». Una scelta vincente, considerati gli attestati di stima dei colleghi e l’affetto del pubblico da nord a sud, considerato l’imprinting romanesco. «Il dialetto? Con la musica è stata la mia arma vincente, specie a metà carriera quando ho cominciato a recitare negli spazi grandi. Le parole in dialetto sono delle “intenzioni”, rappresentano dei modi e il romanesco è uno slang molto teatrale». Alla domanda se è d’accordo con Albertazzi che afferma «ci vuole una vita per imparare a non recitare», Proietti sorride: «Giorgio provoca, ma un pizzico di verità c’è. Del resto il teatro è la grande finzione». Sulle voci di corridoio che lo davano tra i più corteggiati per la direzione artistica del Sistina, glissa: «Mai detto. Dopo i fatti del Brancaccio, in molti si sono fatti avanti con delle proposte, ma nulla di concreto. Gestire un teatro delle dimensioni del Sistina, poi, sarebbe un lavorone e io non ho lo spirito del funzionario». Morale della favola? Oltre al progetto artistico su Pippi Calzelunghe, da realizzare in futuro per il Teatro India e la consulenza esterna al Teatro di Roma, a Proietti piacerebbe creare un organismo collegiale che riunisca i direttori dei teatri di cintura del teatro pubblico. Un’ipotesi che viaggia parallelamente alla paventata consulenza del Teatro di Roma. «Anche qui niente di ufficiale e comunque lavorerei da esterno. L’Argentina non è il mio teatro. Mi sono accorto che i parametri di giudizio estetico dei teatri pubblici sono diversi dai miei, chissà, forse hanno ragione loro, ma io credo che la commedia non sia solo quella di Goldoni: è un pozzo senza fondo. Come Roma».