"Vi spiego perché i democratici Usa crollano prima delle presidenziali"

Drew Westen, nuovo guru della politica: "Quel che decide un’elezione è la pancia della gente, i liberal non lo capiscono"

Sul comodino di Hillary Clinton c’è un uomo sorridente. Si chiama Drew Westen. Il suo volto spunta dalla quarta di copertina di Political Brain. È il suo libro. Hillary lo legge perché gliel’ha suggerito il marito Bill e perché l’America non parla d’altro: Drew Westen è il nuovo guru, improvvisamente influente negli ambienti del partito democratico. Il suo cervello politico spiega perché la sinistra Usa negli ultimi anni si è disfatta alla vigilia di ogni elezione presidenziale: «I liberal pensano troppo. La loro è la politica della ragione, mentre la gente vuole la politica delle emozioni». Quel che decide un’elezione per Westen è la pancia: il candidato che fa innamorare il pubblico, che scatena passioni, che colpisce al cuore. Hillary legge e legge anche John Edwards e pure Barack Obama, tutti a caccia dell’idea vincente. Dicono che il libro sia passato per le mani di Rudy Giuliani e che lui l’abbia affidato a uno degli uomini del suo staff. Westen s’è ritrovato nelle classifiche di vendita del New York Times e di Amazon.com.
Lei scrive che in politica vince l’emozione e non la ragione. Perché?
«Cinquant’anni di dati elettorali dicono che le indicazioni migliori su come la gente vota sono nell’ordine: la sensibilità verso i partiti, la sensibilità verso i candidati, la sensibilità verso le caratteristiche personali dei candidati (forza, calore umano, leadership e solo occasionalmente competenza) e la sensibilità verso la linea politica degli aspiranti presidenti. La parte più razionale, quindi, è solo quarta. La gente vuole un leader con cui condividere dei valori e che sembri forte, affidabile e che mostri un’affinità “di pancia” con gli elettori».
Quanto è importante per un politico conoscere i processi emotivi?
«Credo non ci sia nulla di più importante nella politica Usa e forse in quella di tutte le democrazie occidentali. Leggere le emozioni dell’elettorato significa riuscire a “spostare” la gente».
È vero che Bill Clinton dopo aver letto il suo libro, l’ha chiamata? E che cosa le ha detto?
«Sì, mi ha chiamato per farmi i complimenti e per dirmi che nella sua esperienza politica lui s’è scontrato con alcuni dei principi spiegati nel mio libro. Ha apprezzato i suggerimenti su come i candidati dovrebbero rispondere, per esempio, nei dibattiti oppure agli attacchi degli avversari».
Crede che li abbia suggeriti alla moglie?
«Non me l’ha detto. Credo che però abbia parlato del mio libro con Hillary».
Parte della sua tesi è: i repubblicani sono più emotivi dei democratici. Perché?
«Sì è così. Sono molto più bravi a seguire le indicazioni dei loro strateghi e più capaci di tirare fuori le emozioni che spingono poi la gente a desiderare di sostenerli. Capiscono che la gente vuota col cuore e con i propri valori, e allora fanno leva proprio su questa spinta. Inoltre, non hanno paura di mostrare i loro difetti. I democratici purtroppo sono più confusi, attenti a evitare di mischiare l’irrazionalità con la loro parte eticamente scorretta. Ragionano troppo. Poi i repubblicani riescono a essere sempre più incisivi, mentre i democratici hanno la tendenza ad annoiare la gente con ragionamenti e metafore. Gli elettori vogliono solo sapere: “Condividi i miei valori?” “Ti preoccupi della gente come me?”».
Qual è il protagonista della peggior campagna elettorale della storia Usa?
«La lista è lunga. Kerry, Gore e Dukakis sono tutti in cima. Hanno pensato di vincere grazie all’intelletto in un Paese che in gran parte è anti-intellettuale. Tutti e tre hanno lasciato che gli avversari li colpissero con attacchi emotivi e non sono stati in grado di rispondere. Gli americani hanno capito che di loro non ci si poteva fidare. Che non erano in grado di essere dei comandanti in capo».
E chi è il migliore?
«Bill Clinton, seguito da Reagan. Clinton è stato in grado di essere così insolito da spingere la sua parte emotiva al massimo. Credo che nessun democratico sia riuscito a fare altrettanto in tutto il Novecento, a eccezione di Franklin D. Roosevelt».
Prendiamo la campagna per le elezioni del 2008. Secondo lei chi è il candidato più emotivo? E chi il più razionale?
«Tutti i candidati democratici hanno la stessa tendenza a elencare i loro programmi e le loro posizioni. Ho suggerito a più di uno di loro di evitare una campagna così razionale: può fare presa sui giornalisti liberal della East Coast, ma gli farà perdere le elezioni. Gli elettori vogliono sapere quali sono i loro valori, vogliono un paio di esempi su come governerebbero in caso di vittoria, non vogliono una lista per la lavanderia o un elenco di programmi che non saranno attuati. È lo spirito del programma che prevarrà, non la lettera. Oggi anche i repubblicani sembrano molto razionali, tutti preoccupati a prendere le distanze da Bush. A differenza dei democratici, però, nessuno di loro corre sul programma perché sanno che non è quello che la gente ascolta in questo momento. Ora è solo il momento di capire di chi ci si può fidare di più».
Su che cosa si decideranno le elezioni del 2008?
«Sulla guerra di Irak e sulla sanità. La guerra di Irak ora è ampiamente percepita come un errore. E adesso che la crisi del sistema sanitario colpisce la middle class, sta diventando un argomento elettorale. Se i democratici vogliono vincere devono capire che cosa vuole il ceto medio. Se continueranno a parlare solo di estendere l’assistenza a chi oggi non ce l’ha perché non può permettersela, perderanno ancora».