Vi spiego quant’è inutile essere deputato

Io sono un parlamentarista fanatico e controcorrente. Sono cresciuto nel culto del Parlamento inglese, quello sulla cui porta la regina deve bussare tre volte prima di essere ammessa. E sono depresso e arrabbiato per lo sfacelo dell’immagine del Parlamento italiano. La verità? Oggi questa istituzione non serve quasi a niente. Gli italiani si concentrano sul preteso scandalo dei pianisti e allora confesso: quando vado al bagno a fare pipì dopo quattro ore inchiodato sulla panca, il mio vicino se occorre vota per me e io per lui quando gli rendo la cortesia. Suonano il piano quelli della maggioranza e quelli dell’opposizione. Io credo che sia una sorta di ultima trincea mentale di difesa. Io vorrei che il Parlamento riacquistasse la sua dignità perduta, la sua funzione smarrita (non da oggi: da quando frequento le camere è sempre la stessa solfa) e la sua dignità.
Quando scrivevo su questo Giornale che avrei voluto una carica dei carabinieri a cavallo contro i girotondini che osavano circondare le Camere e dileggiare i parlamentari, dicevo quel che anche oggi penso. Ma poi? Guardiamo la nostra giornata. In che consiste? Discussioni verbose, dialettali, prefabbricate, scontate, inutili. Nessuno ascolta, in genere, chi parla; e chi parla non merita altro che disattenzione e sbuffi. La mia felicità è arrivata il giorno in cui alla Camera oltre che al Senato hanno messo le prese elettriche sicché uno si può portare il computer e lavorare mentre voci da caporali, da una parte e dall’altra urlano «verde» o «rosso».
Se non si deve votare, e se non si è comandati di parlare, è inutile andarci. Ma in genere ci si va, perché prima o poi si vota. Ma si arriva a votare in modo ozioso, frenato dalle continue richieste di «richiamo al regolamento» o di intervento «sull’ordine dei lavori». Se il Presidente di turno ti vuole bene e tu gridi «Ordine dei Lavori», quello ti accende il microfono e tu se credi puoi anche parlare di tua zia Carolina, tanto non gliene frega niente a nessuno.
Pochi sanno di che cosa si sta discutendo perché in genere si discutono emendamenti su emendamenti alle leggi. Gli emendamenti vengono illustrati e discussi in modo stentoreo, avvocatesco, ora meridionale e ora settentrionale, raramente in lingua italiana, la quale però è molto rispettata dai deputati delle minoranze etniche ma con accento tedesco. Due legislature fa sentivo la senatrice Tana De Zulueta usare un italiano perfetto, raffinato e sofisticato, colto ed evoluto, ma con l’accento di Stanlio e Ollio.
Il Parlamento della Repubblica oggi non serve quasi a niente, parola di un rappresentante del popolo. I deputati guadagnano troppo? Dipende dai punti di vista. Dal punto di vista del deputato o del senatore se la tortura dell’inutilità, della vacuità, della dispersione delle energie potesse essere compensata con del denaro, direi che guadagniamo soltanto una piccola parte di quel che una buona assicurazione sulla dignità ci dovrebbe assicurare.
Dal punto di vista poi del prodotto, chiamiamolo così, i nostri stipendi sono soldi buttati. Altro che prendersela con gli assistenti parlamentari, le autostrade gratis e i biglietti aerei nazionali: l’intera baracca è un peso per le casse dello Stato, il che è una tragedia perché quella baracca nobile che è il Parlamento dovrebbe essere il baluardo, l’agorà, il presidio della democrazia. In quel fortilizio ciascuno di noi dovrebbe sentirsi, come ordina la Costituzione, rappresentante dell’intero popolo italiano e dovrebbe esercitare il proprio dovere senza vincolo di mandato, guidato soltanto dalla propria coscienza.
In realtà maggioranza e minoranza, veltroniani e dipietristi, berlusconiani e leghisti, siamo tutti dei nominati dai nostri partiti e stiamo lì a recitare delle piccole modeste parti già scritte il cui momento più esaltante, più spirituale, più divino, è quando infili le dita nella buchetta che sta sul tavolo e palpeggi quei tre tastini, bianco rosso e verde come la bandiera e, a comando e secondo i comandi, spingi il tasto giusto: perché se spingi il tasto sbagliato, allora sul cartellone della tombola elettronica alto sul muro si vede la tua pallina solitaria rossa in mezzo ai verdi o viceversa e fai una figura barbina. Se poi sei un dissenziente, tutti ti guardano, incerti se seguitare a frequentarti o lavarsi le mani dopo averti toccato.
Se guardiamo alle Camere come una azienda che produce buone leggi per il Paese, la produzione è zero. E non perché le leggi non escano fuori, altroché se escono, ma non hanno quasi nulla a che fare con il lavoro del Parlamento, salvo quel poco che si fa nelle Commissioni, dove comunque i numeri comandano. Non vorrei essere frainteso: ciò accadeva col governo Prodi e accade oggi col governo Berlusconi e non dipende da altro che dalla evoluzione di un sistema che di fatto ha riscritto la Costituzione materiale senza aver toccato quella formale.
Quanto a me, siedo fedelmente e continuamente alla Camera (credo di essere uno di quelli col record delle presenze) e mentre siedo lavoro: mi porto da lavorare, seguo quel che succede, voto, ma per lo più vengo preso da crampi. Crampi al cervello. I discorsi sono quasi tutti fatui, retorici, prevedibili, vanitosi, con sprazzi ora di tedio e ora di odio, secondo le circostanze.
Non voglio offendere nessuno perché il problema non è poi tanto personale: ma se al posto di tutti quelli che ci sono – fra cui io che scrivo queste note - ci fossero altrettanti e diversi cittadini della Repubblica, penso che sarebbe la stessa cosa. Il Parlamento langue perché non serve, questa è la verità. E languendo perde identità. Perde funzionalità, perde dignità. I deputati di prima nomina a quest’ora hanno capito l’andazzo e si sono depressi. Noi veterani ci sentiamo come i vecchi galeotti che sanno come ottenere un po’ più di sbobba e marcare visita.
Sto per caso scrivendo un pezzo di colore? Dio me ne scampi. Queste sono note di dolore e di frustrazione, che sono profondamente tristi per chi come me si sente un patriota della democrazia parlamentare, un fanatico del Parlamento. E allora? Quel che vedo io oggi è straordinario? Diverso? Folle? Esagerato? Non credo. E allora, che cosa sta accadendo? Provo a spiegarlo. Durante i decenni della prima Repubblica, democristiana e cattocomunista, di centrosinistra o di altra formulazione fantasiosa, il Parlamento era fortissimo, erculeo, e i governi erano fragili e malaticci, moribondi.
I capibastone dei partiti e delle correnti facevano e disfacevano governicchi pallidi rachitici che duravano meno d’un anno: era il regno della correntocrazia, della partitocrazia, della democristianeria e la politica si svolgeva tutta fra i sussurri e i fruscii nel Transatlantico di Montecitorio, giustamente definito il salone dei passi perduti.
E oggi? Oggi i giornalisti – milioni di giornalisti accreditati perché siti internet, tv regionali, locali, satellitari, urbane, suburbane acquatiche terrestre lacustri sono tutte accreditate con le loro radio – non hanno interlocutori e si affollano come sciami di api quando vedono un leader riconosciuto.
E non gli pongono domande: allungano un microfono come un imbuto e sperano che dentro ci finisca qualcosa. I giornalisti ormai non fanno domande. Pronunciano delle parole introduttive e porgono l’imbuto. Se vedono un capogruppo, un leader, si affollano stancamente.
Oggi l’esecutivo è fortissimo, fa e disfa il Parlamento. Ieri il Parlamento faceva a pezzi i governi. Oggi le parti si sono invertite. Di conseguenza il Parlamento è diventato un salotto, non corrono grandi odi, non si vedono lampeggiare le lame. Le folle esterne reclamano la gogna per i pianisti, e il Presidente della Camera gli promette le impronte digitali.
Io ho detto che mi rifiuterò – per il decoro del Parlamento, non del mio – e ho controproposto la macchina della verità, così, per divertirsi un po’: cominciamo dalle domande semplici tipo come si chiama suo padre. Poi si vede se il sismografo registra la bugia alla domanda se hai votato per qualcun altro.
La politica, per quel che vedo, non abita più qui da tempo. Di fatto viviamo in una democrazia presidenziale – che sarebbe stata presidenziale anche se avesse vinto Veltroni – ma senza i contrappesi di una democrazia presidenziale. Il Parlamento di fatto e non soltanto da questa legislatura è diventato lo studio di un notaio di decisioni già prese, di votazioni già stabilite.
In aula qualcuno urla, ma prevale la noia e il senso dell’inutilità, quasi della beffa.