«Vi svelo i segreti dei miei ex pupilli Brunetta e Sacconi»

da Roma

«Se li conosco bene? Ahhhhg!... Berlusconi mi ha scippato la corrente!». Ride e sospira, Gianni De Michelis, parlando dei suoi due pupilli, oggi leader di prima fila nel Popolo della libertà. L’ex ministro degli Esteri del pentapartito (e leader del nuovo Psi), ha corso le ultime elezioni sotto le insegne del rinato Garofano (senza quorum). E guarda con affetto (ma anche con una punta di malinconia) a Maurizio Sacconi e Renato Brunetta, i due ministri che erano fior fiore della sua squadra.
Che fa, De Michelis, si arrabbia con il Cavaliere?
«Noooo! Guardi, non sono possessivo, è motivo di orgoglio per me, che le intelligenze di Renato e Maurizio siano valorizzate al governo».
Li considera davvero sue «creature» politiche?
«Che vuole che le dica? Per me, loro sono carne della mia carne: vent’anni di battaglie insieme, spesso contro tutto e tutti. Se lei mi chiede un episodio di vita comune non so risponderle. Dovrei dire tutti».
Li portava anche nelle sue serate in discoteca?
«Ah, ah, ah... Lei non conosce bene Maurizio, allora. È molto austero, molto serioso. La pista è l’unico spazio che non abbiamo condiviso in un quarto di secolo».
Brunetta sì, invece?
«Renato è più mondano. Ma anche con lui, la consonanza è politico-intellettuale. Molti non sanno che nell’83 fu lui, con il povero Tarantelli, l’estensore materiale del decreto sulla scala mobile. Era il mio capo segreteria, allora!».
Dove ha pescato Sacconi?
«Correva l’anno 1972. Era proprio un ragazzino».
La datazione è certa?
«Facile, è l’anno delle Politiche in cui misi per la prima volta il naso fuori da Venezia. Non fui eletto per 200 voti, arrivai terzo. Ma in quel giro del Veneto, trovai persone straordinarie come Maurizio».
Era lombardiano come lei, la sinistra del partito?
(Ride). «Peggio!».
Cioè?
«Bertoldiano. Nel senso dell’ex ministro del lavoro Bertoldi, uno della sinistra “carrista” che non era andato nel Psiup. Se ci pensa, Maurizio ora è al suo posto, eh, eh».
Lei contò, nella sua iniziazione politica?
«Eccome! Allora la sua principale attività era il tennis».
Che fa, lo sminuisce?
«Mica per hobby! Sul campo aveva dei numeri: si guadagnava da vivere, era incerto se fare il maestro o competere per la Davis... Eh, eh».
L’ha strappato lei alle racchette, insomma.
«È finito in politica perché aveva un grande talento».
Diventa deputato giovanissimo, nel 1979...
«Sì, allora era ancora il tempo delle preferenze. Eravamo in doppietta: De Michelis-Sacconi, uno io, e - credo - il 13 lui».
Brunetta invece no.
«Non ne parliamo. Per anni Renato mi ha rimproverato questa cosa, di non essere riuscito a farlo eleggere».
Cosa le diceva?
«“Ma Gianni!, non hai capito che il migliore sono io?”».
E lei non lo aveva capito?
«Non sempre i migliori in politica ce la fanno. Lui era chiuso da un deputato più anziano, e Craxi, che usava Ripa di Meana e Rigo per contenere me, aveva ammirazione, ma anche una punta di diffidenza verso questi ragazzi talentuosi».
Anedotto su «Gianni e Maurizio» negli anni Settanta.
«Oddìo, chieda a lui. Nel senso che Maurizio si era specializzato in una riuscitissima imitazione del sottoscritto».
Addirrittura.
«Sì, ma non... laudativa. Al contrario, mi sorvegliava con la sua ironia. E insomma... il suo pezzo forte era questa storia del rischio di golpe».
Ai tempi dei rumori di sciabole e delle trame eversive?
«Una di quelle notti io e lui, imbeccati da De Martino, dormimmo fuori, certi che i fascisti tentassero un golpe».
E cosa accadde?
«Nulla! Ma io, col mio temperamento, non sapendo se sarebbe durata, in questa nottata già programmavo mesi di attività politica clandestina».
E invece?
«E invece la sera dopo tornammo a casa! Maurizio mi prese per il culo per un mese».
Aneddoto brunettiano?
«Più che discoteche, noi tre, frequentavamo fabbriche».
Non faccia «revisionismo».
«Davvero. Per strappare l’egemonia ai comunisti, che avevano appena arruolato Massimo Cacciari».
Con che risultati?
«La componente socialista prima nei consigli di fabbrica! Passammo un mese in apnea a preparare una grande conferenza operaia, con una chiara impronta antiluddista e riformatrice. La relazione...».
Scriveste a quattro mani?
«Di più. Passammo una notte svegli, a scrivere, ciclostilare, discutere... Poi la finì Renato là, pochi minuti prima di iniziare».
E come andò?
«Venne Cefis, un trionfo!».
Il sogno di Brunetta?
«All’epoca? Ehh... Il Nobel».
E il suo?
(Ride).«Dicevo che sarei diventato il capo dell’Italia. In Veneto avevamo anticipato il Midas di un anno, rappresentavamo già allora la parte più moderna del paese».
Le differenze fra i due?
«Come il giorno e la notte, non li ha visti?».
I loro limiti?
«Si compensano. Renato impulsivo, a volte. Maurizio prudente, a volte. Sono due oratori fantastici. Ho sentito 20 giorni fa Sacconi davanti agli industriali di Treviso... Perfetto!».
Di quella storia che resta?
«Cosa? Oltre 90 deputati Pdl sono ex Psi. I cervelli dell’Italia di oggi, sono gli stessi che formammo noi venti anni fa».