Il viaggiatore mistico alla ricerca dell’uomo

Scienziato, scrittore, religioso e avventuriero dello spirito, attirò i sospetti del suo Ordine e del Vaticano

Ci si può innamorare di uno così: «Lunga figura energica e sottile, lineamenti accentuati da rughe precoci quasi intagliate nel legno duro. Lo sguardo brillante e vivace era ridente ma non ironico. Parlava con l’intensità e l’animazione di quelli che si appassionano alle cose. La sua parola giungeva all’anima con la potenza persuasiva propria degli apostoli...». Così lo descrive Henri de Monfreid, lo scrittore avventuriero sulle acque del Mar Rosso e trafficante d’armi, hascisc e schiavi. E se ne innamora Edith de la Héronnière, la scrittrice avventuriera vagabonda sulle strade di Compostella e ballerina, su piste di devozione, della danza annichilente di Zarathustra: ritmata al passo di una Ballata dei pellegrini (Sellerio).
Lui, il soggetto del ritratto - persuasivo come un apostolo, seduttivo come un eroe - è Marie-Joseph-Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), il gesuita paleontologo, lo scrittore esploratore, il viaggiatore mistico: inclassificabile avventuriero dello spirito come i suoi due compagni di viaggio meglio che avvocato del verbo di Santa Madre Chiesa.
Della Chiesa, il grande religioso - che moriva nel giorno di Pasqua cinquant’anni fa e vive oggi nella biografia della stessa Edith de la Héronnière (Teilhard de Chardin. Una mistica della traversata, L’Ippocampo, pagg. 318, euro 9,90) la più splendente delle letterarie resurrezioni - era piuttosto un figliol prodigo. Smanioso di allontanarsi da casa per esplorare in lungo e in largo - soprattutto in geologiche profondità - il corpo della Terra. Curioso di affondare le mani nel «Cuore della materia». Incline a frequentare cattive compagnie: come quella del pirata Monfreid, di cui sostenne i commerci clandestini e incoraggiò il talento narrativo, convincendolo a raccontare le sue avventure sul mare.
Per mare si erano incontrati, nel 1926, a bordo dell’Angkor. Teilhard, quasi cinquantenne, navigava per la seconda volta verso la Cina e solo tre anni dopo avrebbe fatto la sua straordinaria scoperta estraendo, dal campo di Chou Kou Tien, il cranio di un uomo adulto vissuto là, presso Pechino, cinquecentomila anni prima. Era il Sinanthropus Pekinensis, semplicemente «il Vecchio» per il suo scopritore: l’anello che, tra l’uomo di Neanderthal e il Pitecantropo, mancava a dimostrare l’«evoluzione» dell’umana «creatura» di Dio. «Un bel sasso nello stagno dei teologi», sapeva bene colui che teologo (o filosofo, o metafisico) non volle mai dirsi, e che una Curia più che mai sulle difensive nel pieno della crisi modernista non riuscì tuttavia a «ridurre» al ruolo specialistico e innocuo dello scienziato.
L’altra cattiva compagna, Edith, la pellegrina spinta sulla via di Santiago da una sola certezza - «Ci perderò Dio» -, e pronta a seguirlo fino ai confini del mondo - (non) ultima delle donne da cui fu tanto amato -, il prete geologo non poteva incontrare al tempo della sua vita mortale. Si conobbero negli anni Settanta, a Vézelay, in Borgogna, ai piedi della basilica da cui sono partiti tutti i pensieri (tutti i sentieri) della scrittrice filosofa errante: il pellegrinaggio galiziano e La ballade des pélerins, il viaggio in Sicilia e quel capolavoro di poesia e d’ironia che è il diario Dal Vulcano al Caos (L’Ippocampo, 2004). Lassù, in piena contestazione studentesca, una Sorbona freudo-marxista aveva organizzato, per iniziativa e sfida di una «prof» illuminata, un convegno sul controverso «evoluzionista cristiano». La Héronnière, studentessa, ne incrociò allora l’opera sulla scia di Bergson, il maestro dell’Evoluzione creatrice che anche al Pierre studente e novizio aveva dato «slancio vitale» e intellettuale, spalancandogli l’intuizione di un’opera divina destinata a prolungarsi e durare nel tempo.
Ipotesi seducente, e la giovane donna ne fu teoreticamente - e platonicamente - sedotta: come altre donne intellettuali e impegnate che prima di lei avevano ceduto alla maliosa seduzione dell’appassionato uomo di chiesa. La cugina e scrittrice Marguerite Teillard-Chambon che durante la Grande Guerra fu intima confidente e destinataria delle lettere del «Cavaliere di Dio» volontario al fronte nelle Fiandre. La femminista Léontine Zanta, che del «gentiluomo religioso» amò il volto da El Greco, «cesellato dall’ascesi, splendente di vita interiore». La scultrice americana Lucile Swan, che quel volto cesellò su pietra, senza «mai!» riuscire a scalfire il casto ascetismo del teoreta cui ispirò la riflessione su L’eterno femminino e L’evoluzione della castità.
Il jamais!, confessato nella corrispondenza dall’artista innamorata, rende tutta la misura del limite estremo cui Teilhard si era spinto sulla soglia dei tre voti accettati vestendo l’abito talare. In preda a mille dubbi, prendendo l’ordinazione dopo il congedo, aveva pronunciato le solenni promesse: ma come amare Dio «senza aver amato qualcuno come lui»? Come votarsi poveri, rinunciando alle potenzialità offerte dal denaro «per glorificarLo e servirLo»? Come obbedire a tutti i costi, conoscendo prezzo e valore della libertà? Eppure jamais si era poi ricreduto. Né mai la Chiesa poté puntare contro di lui il suo dito arcigno, l’Indice, cogliendolo in flagranza di colpa o di eresia.
Non occorreva perciò una difesa da parte della biografa che, senza reticenze, torna continuamente sui sospetti dell’Ordine e del Vaticano, come pure sulle insofferenze e le insubordinazioni del sospettato. Non apologetico, perciò è il senso del suo racconto. E nemmeno agiografico, se del biografato restituisce la proporzione di una mistica tutta umana, terrena, mondana, coltivata nell’intreccio di pensiero, fede, e ricerca, nella coerenza del religioso con lo studioso e lo scrittore, nell’identità dell’uomo di scienza, di lettere e di Dio.
Uomo casto, ancorché amante e amato, Teilhard fu mistico «impuro»: in ogni stagione della vita conobbe il momento in cui il sentimento del sacro è intorbidato da quell’acedia, amarezza, angoscia di nulla, «noia di Dio» che inacidisce la linfa dei mistici e ne demistifica la percezione dell’essere fino al nichilismo. Né fu un «puro intellettuale», dedito per definizione (di Malraux) alla ricerca del consenso: dialettico, dissenziente, dissidente - ma sempre obbediente... - Teilhard accolse l’esilio cinese e le innumerevoli trasferte (in Etiopia, India, Sudafrica, Stati Uniti...) come un arricchente destino di estraneità. E neppure nell’Asia sondata palmo a palmo consentì naturalizzarsi: della Cina accarezzava gli altipiani ma detestava le ceramiche, studiò la saggezza dei mistici ma rifiutò di imparare la lingua. Restò insomma quel che era: un pensatore occidentale, fiducioso nel progresso, figlio di Francia e pronipote consanguineo di Voltaire («Prego spesso per lui!» diceva, del prozio della mamma). La purezza, a questo «pensatore della luce - scrive la sua biografa - che esumava i fossili e esplicitava il Divino della materia» non appartenne neanche nella declinazione asettica della scienza.
I suoi metodi erano tutt’altro che ortodossi se, trovato un vecchio osso, ci passava sopra la lingua per assaggiarne porosità e mineralità. Ma è anche con i sensi, con il gusto, che si poteva misurare la misteriosa metamorfosi del creato. E «ogni sensazione rivela una presenza infinita», disse Teilhard in una conferenza, con frase che Marguerite Yourcenar cita continuamente nelle sue lettere. I due non si conobbero. Approdarono entrambi a Mount Desert Island nel 1952, senza incontrarsi, eppure ci fu tra loro una convergenza spirituale: «Così procede il pensiero - conclude Edith - spargendo i propri semi ai quattro venti per fecondare le creazioni più diverse». E farle poi evolvere...