Il viaggio dell’anima dal passo della Cisa fino a Pontremoli

Il percorso spirituale dei vecchi pellegrini si ripete con nuovi compagni di cammino

Resta da scendere al mare per quella Lunigiana di borghi arroccati e statue stele, sulla Francigena che scandisce il sacro. Hai in mano «La strada dei pellegrini - San Caprasio patrono della Via Francigena» curata da Riccardo Boggi. Una guida sui generis dove le pietre marchiano il cammino e le tracce restituiscono una mappa precisa di devozione. Questa volta hai convinto l'uomo-cellulare a mollare l'auto, entusiasmo zero, ma i chilometri scarpinati t'hanno caricata e lui abbocca. Giù dalla Cisa a guadagnare la piana di Luni, lungo la Francigenza dalle molte facce, mulattiere, sentieri sterrati o strade asfaltate. Più selvaggia, più magica, più vicino al silenzio dell'anima. Non è facile, un po' più avanti intuisci una sagoma, allunghi. Si chiama Nina, la sua compagna di viaggio l'aspetta a Pontremoli. Sola? Un «Sì» pronunciato con naturalezza disarmante, «sola da Aosta, poi qualcuno con cui condividere un po' di strada lo trovi sempre, come voi, no?» Già, come noi. «Non puoi sentirti sola, il limite temporale s'annulla e lo spazio si dilata». Nina ne ha macinati di chilometri; forse c'entra un po' la catarsi, ma accidenti se la invidi. Aspetti sempre l'ombra della percezione di quella sensazione lì, calcando un'impronta o scostando un ramo. Nel pianoro una cascina. Nina saluta l'uomo che si asciuga il sudore, lui fa segno di avvicinarsi: «Avete bisogno? Riposatevi un po' qui al fresco, che Pontremoli non scappa». Sul tavolo quel formaggio che sa di tutto e un fiasco di bianco ghiacciato. E' Gaspare, lui li aspetta i pellegrini, gli sembra di conoscere un po' di mondo nei loro racconti, gli sembra di riempire gli spazi che oggi sono vuoti. La mano callosa e robusta, «buon viaggio e portate su questa strada una preghiera di Gaspare». Persino l'uomo cellulare ha smesso di bofonchiare. Pontremoli è davanti a te, alle sue porte l'oratorio di San Terenziano che ospitò eremiti, e poco oltre l'abitato di Mignegno i resti della chiesa di San Giorgio cui era annesso un monastero. Qui arrivano la strada di Monte Bardone e quella del Borgallo che, attraversato il territorio della Pieve di Vignola, portava in quello della pieve di Saliceto. Saluti Nina, sfogli la guida di Boggi. Ecco l'ospedale di Pontremoli, dedicato come quello di Fivizzano a Sant'Antonio Abate, che ricorda l'ospitalità dei monaci di Vienne. Intorno architetture medievali e barocche con le loro storie di fede e sventure, poi il castello testimonianza di una religiosità ligure-apuana che fece della Val di Magra un santuario a cielo aperto. Resta la chiesa di San Pietro e il suo labirinto scolpito su una piccola lastra in arenaria, «simbolo del pellegrino terreno, del cammino dell'anima che accompagna il cammino della strada». La realtà del muoversi in pericolo, un po' quel viaggio medievale che oggi solo intuiamo, un po' le insidie dello spirito. Incontri la piccola chiesa di San Lazzaro, a ricordo di una sorta di taverna e ospizio, il Groppus de Tabernula, che sorgeva dove la strada scendeva poi verso il mare, sia guadando il Magra verso la sponda destra che proseguendo sulla sinistra. Ti muovi nel tempo in quella Pontremoli del Bancarella dove i libri sono anticipati dai segni, e te la lasci alle spalle, diversa dalle decine di volte che l'hai sfiorata. Diversi il suo castello e il suo ponte e le sue strade di passaggio. Allunghi il passo. Strana sensazione. Più avanti, oltre la stretta gola tra Villafranca e Lusuolo, le colline di Bibola e l'antico tracciato della francigena percorribile solo a piedi. Arranca un trattore. «Uno strappo?» Occhiataccia dell'uomo cellulare. «Due olandesi hanno preso per Bibola. Anche voi?». Macché, vesciche a parte, l'intenzione è di proseguire lungo la statale della Cisa. «E va bene che i briganti si sono estinti, che non li fermavano neanche bordone e bisaccia» ridacchia il tipo. Beh, in effetti l'hai letto sulla guida-Boggi non hanno risparmiato neppure l'abate di Cluny, «derubato e denudato dalle soldataglie dei Malapsina di Villafranca». Segui la statale, passi Scorcetoli e raggiungi Filattiera d'impianto duecentesco: da qui l'asfalto ricalca la «via romana». È un tripudio verde punteggiato di borghi, una sosta in un bar osteria e le quattro chiacchiere per raccogliere indicazioni. «Vuole sapere troppo, lei-butta lì un omone sdentato-Ma i pellegrini non dovrebbero stare zitti e camminare?». Mica torto l'uomo, che a ficcanasare ti perdi l'insieme. La storia la lasci scrivere a Boggi, la Lunigiana è lì con le sue Francigene che spuntano un po' ovunque da godere fino in fondo. Ti prestano una bici, ma il tuo amico molla il colpo: «ci vediamo ad Aulla». Vabbé ormai è fatta (quasi), che questi posti già li conosci. È il «come» che cambia. Malgrate, il borgo medievale di Filetto, il castello di Malnido e finalmente Villafranca con il suo ponte e gli antichi mulini. L'aria ti schiaffeggia mentre la strada scende in piano verso Aulla, e la sua Abbazia di San Caprasio che tanta parte avrà nella storia della Lunigiana e che «oggi è tornata ad essere una delle più antiche testimonianze di un centro attrezzato per l'accoglienza dei pellegrini della Via Francigena». Dal 2001 l'intensa attività archeologica che ha svelato le reliquie di Caprasio e l'impianto originario di una chiesa del X-XI secolo. Entri e sei negli stessi spazi sacri dei pellegrini medievali, di fronte alle spoglie di un santo che era già qui quando passò l'arcivescovo Sigerico.