Viaggio dietro le quinte dell’industria del bello

Da Cassina ad Alessi, gli imprenditori che hanno investito su gusto e stile

Di una di quelle rare volte, alla fine degli anni Cinquanta, in cui Ettore Sottsass incontrò il «patriarca» Adriano Olivetti. E mostrò a lui e al management il modello finale del grande calcolatore elettronico Elea. E Adriano rimase muto e pensoso. Per farsi però vivo qualche giorno dopo con una richiesta che esprimeva all’eretico architetto e designer trentino-piemontese la sua immarcescibile carica utopica: «Senta, non potrebbe mettere qui sul computer, accanto alla tastiera, un piccolo sole?».
E di quella volta, alla fine degli anni Sessanta, in cui i tre architetti torinesi Franco Teodoro, Cesare Paolini e Piero Gatti bussarono alla porta di Montedison. Con quell’abbozzo di involucro trasparente, pieno di polistirolo espanso in granuli (ma prima avevano fatto tentativi con l’acqua e con palline da ping pong) che avrebbe dovuto costituire la soluzione al problema della «poltrona anatomica» e in generale di oggetti adattabili a fisiologia ed esigenze del corpo umano. E di come Montedison sbatté loro quella stessa porta in faccia, rifiutando di fare ricerca sulla possibile evoluzione dei materiali utilizzati, pur essendo l’azienda leader nel settore chimico e delle resine sintetiche. E di come invece il coraggioso imprenditore Aurelio Zanotta accettò subito di realizzare il prototipo e, nel 1969, lo presentò al Salone del mobile di Parigi e nacque un bestseller internazionale, il Sacco (quello che faceva ululare d’imbarazzo il ragionier Fracchia): «Erano tutti impazziti, Sottsass abbracciava Zanotta» racconta Piero Gatti.
E di quell’altra volta, all’inizio degli anni Ottanta, che a Enrico Baleri venne in mente che i mobili, oltre che pubblicati sulle riviste internazionali ed esibiti negli showroom del centro, vanno venduti. Magari agli yuppies. Magari alle banche e ai design hotel. E così, per dare un impulso aggressivo e innovativo alla sua collezione, decide di contattare un «personaggio totalmente inedito, con tratti naif nel vestire, nel fingersi clownesco improvvisatore di oggetti improbabili per nascondere fiuto e talento (a sua volta) imprenditoriali, che lo porteranno al successo planetario»: Philippe Starck. E di come Enrico Astori, fondatore di Driade, rapirà Starck al collega e lo lancerà nel firmamento glamour, mentre Baleri continuerà a sperimentare. Rimanendo così, tra «Philippe» ed «Enricò» - come si chiamavano tra loro familiarmente il designer e l’industriale - quest’ultimo il vero eccentrico e il primo un vero imprenditore di se stesso.
Dietro ogni grande designer c’è una grande azienda: questo raccontano le storie, le curiosità e gli aneddoti di Design in Italia. Dietro le quinte dell’industria (Five Continents, pagg. 240, euro 55), ricchissimo backstage di vocazioni, innamoramenti, tradimenti, crisi e nuovi ruoli della finanza nelle imprese che hanno fatto la storia e la fortuna del design e dei designer italiani nel nostro paese e nel mondo, a partire dagli anni Cinquanta.
Il progetto è ambizioso e nasce dall’incontro di Stefano Casciani, vicedirettore di Domus e a sua volta designer, e Tom Sandberg, il fotografo che ha deciso di dedicare una serie di ritratti a tre generazioni di industriali, manager e progettisti che hanno fatto la storia del design Made in Italy degli ultimi cinquant’anni.
Per la prima volta, questa storia non viene ricostruita attraverso le biografie dei grandi autori, volti ormai altrettanto noti che quelli dello star system. Bensì dal punto di vista degli imprenditori, del loro flair e del loro gusto per il rischio e per la sperimentazione - di idee e di materiali - dagli inizi pionieristici all’avvento di ipermediatizzazione, globalizzazione e crisi contemporanee. «Per questo» ci ha spiegato lo stesso Casciani, «le vicende che racconto in questo libro non sono storie di single, ma di matrimoni, per così dire». Tra Gio Ponti e Cesare Cassina, tra Achille e Pier Giacomo Castiglioni e Dino Gavina, tra Joe Colombo e Giuseppe Ostuni, tra Ernesto Gismondi e Sergio Mazza e poi Vico Magistretti, per citarne alcuni.
«Dai padri fondatori fino alle generazioni più recenti» racconta Casciani, «dalla fine degli anni Quaranta con Cassina, che subito dopo la guerra ha iniziato a lavorare in settori che rappresentavano l’Italia come le navi da crociera con l’aiuto di architetti come Gio Ponti, gli imprenditori italiani sono stati accomunati sostanzialmente da due caratteristiche. La prima è senz’altro l’origine di tipo artigianale delle imprese. Intesa in senso positivo, come capacità di innovazione e sperimentazione. Artigiani partiti da settori come l’ebanisteria e la falegnameria come Cassina o che proseguono la tradizione della pelletteria come Poltrona Frau sono stati capaci di realizzare con la stessa qualità e attenzione il processo industriale. La seconda è il rapporto con i progettisti e con gli architetti. Le aziende del triangolo industriale prima e poi quelle del nord est sono sempre state più attente a un continuo apporto innovativo e alla ricerca sugli spazi abitativi rispetto ad altri paesi più conservatori».
Mano a mano che la storia, e i ritratti di straordinaria vividezza che accompagnano il volume, si avvicinano ai giorni nostri tuttavia, una sorta di melanconia inizia a pervadere le pagine, come se un periodo meraviglioso, un momento magico, anche per l’economia, pervaso di entusiasmo e creatività, si fosse perso per sempre. Tanto che l’ultimo capitolo di questo backstage si intitola «La fine della storia? Mutazioni genetiche del design italiano». E nei giorni dell’apertura del Salone Internazionale del Mobile, la settimana milanese che segna il più importante appuntamento italiano dedicato al design e dove il libro - che sarà in libreria l’8 maggio - viene presentato in anteprima, in occasione della mostra fotografica alla galleria Artra, non si può fare a meno di chiedersi se qualcosa di quei padri fondatori sia rimasto nel Dna delle aziende italiane o se le grandi concentrazioni finanziarie se lo siano portate via per sempre.
«Con un po’ di patriottismo si può affermare che negli ultimi dieci anni sono state ancora le aziende italiane a produrre i “casi” di design internazionale» ribatte Casciani. «Da Philippe Starck in avanti aver collaborato con un marchio di design nostrano assicura ai designer una patente di qualità ovunque nel mondo. A imprenditori di ultima generazione come Claudio Luti per Kartell, Piero Gandini per Flos, Roberto Gavazzi per Boffi o Alberto Alessi, tanto per offrire una campionatura, interessa profondamente rischiare e investire in nuove tecniche e nuovi autori. Per quelli come loro il design rimane una merce da non svendere. Bisogna ammettere però che dagli anni ’50 ad oggi le aziende di famiglia si stanno riducendo anche nel design. Il rischio per i progettisti è che se non sono già affermati non riescano a far riconoscere il loro talento, perché non può più esistere un rapporto “amichevole” con l’impresa. Per quanto mi riguarda, poi, esiste una nostalgia “letteraria”, molto personale. Non penso certo a un ritorno al passato, ma ho amato i grandi imprenditori di quegli anni. E ne conservo un ricordo romantico».