Viaggio dove l'intelligenza diventa un telefono

A Shenzhen nel quartier generale di Huawei: un città super hi-tech ma a misura d'uomo

Alice Rosati

Dici Huawei e pensi subito agli smartphone di ultima generazione, uno di quelli in tasca di un italiano su quattro. Poi vai a Shenzhen, in Cina, Zona Economica Speciale nella provincia di Guandong, là dove sorge il quartier generale della società in una città con 45 mila dipendenti, e ti rendi conto che dietro a quello smartphone con cui interagiamo in media 46 volte nell'arco di 24 ore c'è un colosso che punta tutto su ricerca e sviluppo. E soprattutto alla leadership mondiale, come dice Richard Wu, Ceo di una società che ha investito 9,2 miliardi di dollari solo nel 2015, ovvero circa il 15% del fatturato globale. Ed è proprio questo il segreto della rapida crescita, con 16 centri di Ricerca&Sviluppo, 36 joint Innovation Center, 45 Training Center e 50 mila brevetti registrati. Con in solo obiettivo: «Make it possible», rendilo possibile. «L'innovazione per Huawei non è mai fine a se stessa, le nuove tecnologie devono migliorare la vita dell'utente - afferma Pier Giorgio Furcas, Deputy General Manager Consumer Business Group di Huawei Italia -: il prezzo che un consumer paga per un device noi glielo restituiamo in valore di prodotto. Il che significa, ad esempio, poter avere sul modello Mate 9 la batteria che dura di più sul mercato, o avvalersi della collaborazione di altri partner per sviluppare tecnologie di cui non abbiamo totalmente il know-how. Com'è il caso di Leica per la fotocamera».

Il più importante centro di R&D si trova a Shanghai ed è lì che viene controllata la resistenza e l'affidabilità dei prototipi chiamati con nomi in codice di frutti e città, e dove si testano tecnologie futuristiche. Nei laboratori, ad esempio, i telefoni vengono messi in scatole che funzionano come la centrifuga di una lavatrice per verificare che non si rompano, dei robot premono a ripetizione i tasti per provarne il funzionamento, mentre con la riproduzione della tasca posteriore di un paio di jeans si analizza la robustezza del dispositivo. Oltre al prodotto, il plus di Huawei è di poter disporre delle infrastrutture che forniscono la connettività per testare e implementare gli standard dei prodotti con grande velocità. «Siamo l'unica società al mondo ad avere l'ecosistema completo composto da reti, apparati per le aziende e dispositivi», sottolinea James Zou, General Manager Consumer Business Group di Huawei Italia. Ad oggi il colosso della Silicon Valley cinese fornisce soluzioni a 45 dei primi 50 operatori mondiali in 170 paesi e il networking è proprio il baluardo per costruire il futuro. E se lo smartphone ha cambiato le nostre vite, il prossimo step sarà la velocità visto che Huawei ha già investito 600 milioni di dollari per sviluppare il 5G, lo standard che consentirà di trasmettere i dati a 10 Gigabit per secondo entro il 2020, ma forse anche prima.

La visione ambiziosa del brand era d'altornde già piuttosto chiara al suo fondatore Ren Zhengfei, ingegnere dell'esercito cinese, quando nel 1987 pensò al nome Huawei che significa, appunto, fare qualcosa di bello e di notevole significato. Oggi a Shenzhen quella piccola azienda che faceva reverse engineering è diventata un quartiere a sé, con l'obiettivo creare nuovi posti di lavoro e far emergere talenti. Huawei infatti non è quotata in borsa ed è detenuta per il 98,6 per cento dai suoi dipendenti e per l'1,4 per cento dal suo fondatore: ogni anno vengono assunti migliaia di neolaureati, cui viene data la possibilità di continuare a formarsi nel polo universitario interno al campus aziendale e di vivere in uno dei 3300 alloggi messi a disposizione gratuitamente per i primi sei mesi e poi a un prezzo di affitto molto calmierato rispetto agli standard carissimi della metropoli da 8 milioni di abitanti. In più i lavoratori possono usufruire di ristoranti aziendali, ospedale, piscina e viali alberati dall'atmosfera zen per rilassarsi. Con corsi universitari anche i lavoratori di altre imprese: «Il sapere deve essere alla portata di tutti - dice James Zou è l'esecuzione a fare la differenza e a decretare il successo». Anche se, da circa due anni, la linea di produzione è diventata top secret anche agli stessi manager.

L'headquarter di Shenzhen ora è diventato stretto alla multinazionale che, entro il 2018, trasferirà quasi tutti gli uffici fuori città, a Song Shan Hu, nella zona dei laghi, in cui saranno presenti scuole e ogni genere di comfort per aumentare il benessere di chi lavora e per i suoi familiari. Questo per dimostrare anche che il made in China è entrato in una nuova era, dove insieme alla tecnologia è l'elemento umano a fare la differenza. Insieme agli smartphone, naturalmente.