Un viaggio elegante nell’arte del ’900

Per la prima volta aperto al pubblico l’edificio di 4.000 metri che
ospita le civiche raccolte milanesi Il sindaco: "Fonde tradizione e
innovazione". Il direttore Marina Pugliese: "E' proiettato verso la
città"

Milano - A vederlo finito e nuovo di zecca, il nuovo museo milanese non delude le aspettative. Certo, abituati come siamo alle bizzarrie delle archistar che in questi anni si sono dedicate a fantasmagorici contenitori di arte contemporanea (ieri a Roma, dopo il Maxxi, è stato il turno del nuovo Macro) l’opera firmata da Italo Rota e Fabio Fornasari ha l’aspetto di un distinto signore in doppiopetto grigio. Niente voli pindarici, a parte la lunga rampa elicoidale che collega i tre piani aperti su piazza Duomo sotto lo sguardo severo della Fiumana di Pellizza da Volpedo; ma rigore e pulizia per offrire degno asilo alla collezione milanese del Novecento, in un percorso espositivo che per 4.000 metri quadri scandisce ritmicamente gli spazi suddivisi in stanze di media dimensione. Ovvero nessun effetto hangar come spesso avviene per i nuovi musei internazionali: ma, d’altra parte, il concept architettonico non prevedeva luoghi di sperimentazione quanto pareti adeguate per suddividere opere prevalentemente bidimensionali, per la stragrande maggioranza dipinti. Obbiettivo più che raggiunto e da lunedì il pubblico milanese e quello dei turisti potrà ammirare come si conviene le Civiche raccolte che dal Quarto Stato volano al Futurismo e allo Spazialismo, dall’Arte cinetica all’Arte Povera. Sui tre piani in cui si articola il dedalo delle sale, trovano posto capolavori come la «Bambina che corre» di Giacomo Balla, le «Forme Uniche» di Umberto Boccioni, il «Figliol Prodigo» di Giorgio De Chirico, e ancora la «Malinconia» di Mario Sironi o la «Merda d’artista» di Piero Manzoni.

La neodirettrice Marina Pugliese, impalmata in diretta dal sindaco Letizia Moratti, ha precisato che se oggi i musei «nascondono per mostrare, noi abbiamo cercato di ribaltare questo assioma pensando ad un museo proiettato verso la città, che si snoda intorno a più fulcri; in un percorso che, sviluppato in successione cronologica, parte dall’inizio del secolo e attraversa i maggiori movimenti e correnti dell’arte italiana per chiudersi simbolicamente con il 1968, anno di svolta sociale ed artistica verso nuove forme di espressione». Un museo, insomma, che parla della nostra storia e che, ha precisato la Moratti, «vuol coniugare tradizione e innovazione». Sul progetto di ristrutturazione dell’Arengario, ultimato in tre anni di lavori e che dalla metropolitana conduce il visitatore fino alla sala panoramica dominata dal grande neon di Lucio Fontana, si è soffermato anche l’autore Italo Rota, definendolo «un’installazione più che un’opera di architettura». Il nuovo museo aprirà al pubblico alla vigilia di Sant’Ambrogio, con una festa aperta da Gillo Dorfles a base di musica e performance e fino al 28 febbraio, grazie alla sponsorizzazione di Finmeccanica, l’ingresso sarà gratuito. Già domenica, però, l’Arengario ospiterà una preview esclusiva con direttori internazionali di musei, diplomatici e celebrità. Oltre alle sale didattiche, al bookshop e al ristorante affacciato sul Duomo, il museo offre anche uno spazio mostre che verrà di volta in volta dedicato ad esposizioni ispirate da opere della collezione non esposte. Ma non solo. In programma per marzo la mostra «Alla conquista del territorio. Arte e spazio urbano 1968/1976» a cura di Silvia Bignami e Alessandra Pioselli, che intende presentare alcuni momenti emblematici del rapporto tra arte e spazio urbano in Italia tra 1968 e 1976.