Viaggio lungo il fiume tossico «Qui vogliono farci morire tutti»

PUZZA Un odore di gas forte e acre che mozza il respiro e ti taglia la gola come una lama

nostro inviato a Orio Litta (Lodi)

Il Lambro è quella roba che scivola là in basso. Un caffelatte viscido e denso. Una gelatina ripugnante, marezzata da striature scure che si allungano e si ripiegano per poi riallungarsi ancora, risplendendo cangianti, beffarde e velenose, sotto i raggi del sole. Ma non è il peggio. Il peggio è la puzza. Un odore forte e acre, quasi di gas, che mozza il respiro e ti taglia la gola come una lama. Sei all'aria aperta, intorno è campagna, Padania grassa e mucche pezzate con le mammelle gonfie. Sei all'aria aperta, eppure tossisci.
Impreca, invece, Domenico Filippo - «Filippo è il cognome» - che si tira dietro su questi pascoli le sue 1.200 pecore aiutato dal cane Fero. «Lui come me è pastore e come me è pure bergamasco», spiega accarezzandolo. Più che imprecare, minaccia, il Domenico, barbona bianca da profeta e occhi tinti d'azzurro come il suo bastone d'ordinanza. «Quelli lì, quelli che hanno fatto questo schifo, li attaccherei a uno di questi alberi, per poi tagliargli le gambe partendo dal basso, un pezzetto alla volta. Oppure bruciarli, ma sempre iniziando dai piedi. Tanto il cattivo odore c'è già».
Sono in pochi - da queste parti la gente lavora - quelli che si muovono lungo le sponde. Nessun perdigiorno, nessun demente che fa «ciao mamma» con la mano agitata in favore delle telecamere. Chi è qui, è serio. È qui per dovere, per mestiere, per ruolo istituzionale. Ma i sentimenti... Quelli no, l'onda fetida non se li è portati via. Perché anche se il Lambro, fogna dei milanesi, non lo ha mai amato nessuno, la vista di quell'acqua malata, orrenda come una lebbra chimica, riempie di tristezza gli occhi ai volontari della Protezione civile e ai vigili del fuoco, alle guardie municipali così come agli uomini della forestale. Tristezza che si aggiunge alla loro spossatezza.
Anche Giuliano Zaneletti, assessore all'Ambiente di Orio Litta, paese a poche anse prima del Po, ha la faccia e il colorito di chi è sveglio da 24 ore. Eppure è in vena di ricordi. «Poco più avanti, ai Sabbioni, dopo che il Lambro si stringe leggermente prima di diventare un tutt'uno con il Grande Fiume, lì dove adesso si lavora attorno a quella che è l'ultima barriera, noi da ragazzi venivamo a farci il bagno in estate - rievoca con nostalgia -. Era la nostra spiaggia, il lido dei poveri, quelli con la morosa per mano e l'anguria sotto il braccio».
Ed è soprattutto al Po, infatti, che pensano tutti. Al Po e più oltre all'Adriatico. «Sarà anche vero che tanto è stato fatto stanotte e che il peggio ormai è passato, ma questi due salsicciotti galleggianti qui sotto, possono fare ben poco - sentenzia con l'aria di chi sa un anonimo signore guardando giù dal ponte della SS 234, la statale Mantovana -. Se vogliono salvare il Po devono fare barriera molto più avanti, a Isola Serafini, vicino a Caorso, perché lì la corrente fa una curva e deve risalire. Quasi si ferma. Ma se intanto penso a chi è stato - sospira di rabbia - mi viene soltanto in mente di prenderlo, sbatterlo dentro e buttare via la chiave».
La brava gente del fiume è così. Incazzata e al lavoro. Non ha visto un telegiornale e nemmeno una fotografia di quel decrepito impianto di Villasanta di Monza, ammasso di ruggine che per ironia della sorte sorge in fondo a una strada battezzata Vicinale del Sole. Di quel Grande Untore che ha vomitato fuori 600mila litri di petrolio la gente di qui non conosce il nome, non ha nemmeno il tempo di chiedersi «perché?», ma ne sente benissimo la puzza. «Sembrava quasi che questo fiume stesse cominciando a rinascere un pochino, ma adesso, dopo questa mazzata - medita triste Franco Lucchese, volontario di San Zenone al Lambro, paese più a monte di Orio - ci vorranno anni». Intuizione confermata proprio ieri dalla scienza, dal Cnr. Sono stanchi, Lucchese e i suoi colleghi. Dal pomeriggio di martedì, da quando hanno ricevuto lo stato d'allarme, respirano quella melma viscida e nera fatta filtrare ad arte dalla chiusa della centrale Enel. Un lavoro duro, andato avanti tutta la notte. Un lavoro duro per tutti. Volontari, tecnici dell'Enel ed esperti di un'azienda specializzata in bonifiche, la Cosint di Sesto San Giovanni, hanno regolato e controllato il deflusso mentre enormi idrovore risucchiavano la morchia dentro le cisterne. Una dopo l'altra, almeno una quindicina, piene fino all'orlo.
«Arrivando, eravamo passati a Melegnano per verificare la situazione - spiega Mauro Vacca, tecnico della Cosint -. Ma con quella corrente, così forte, abbiamo visto che c'era ben poco da fare». Ed è forse proprio qui, a San Zenone, che gli anonimi eroi di questa Italia bella, quella che salta fuori sempre, quando serve, hanno dato il meglio di sé. Ragazzi che sono tali per oggettività anagrafica, ma anche ragazzi dai capelli bianchi. Come Silvano Bossi, volontario di Cerro, paese sulla sponda opposta, che guardando quegli argini marchiati da un'indelebile striscia nera alta venti centimetri, ripensa a quando lui, da ragazzo, in quel fiume c'era quasi annegato. «L'acqua era così trasparente - ricorda - che mi ci ero buttato dentro come un pirla, senza esitare, convinto com'ero di toccare. E adesso, invece, guarda lì che schifo».
Uno schifo che ci metterà appunto parecchio tempo, a scomparire. Anche se Madre Natura, a volte, ti manda certi messaggi... Perché è un belato, quello che arriva all'improvviso dal gregge in transumanza di Domenico il bergamasco. In mezzo al pascolo ormai vuoto è rimasta una sola pecora, che ha appena partorito un puntino di pelo bianco che piange. Lei sta lì, non lo molla. Fero, il cane, abbaia per avvisare. Perché questa è appunto la Natura, bellezza! E questo è uno dei suoi miracoli quotidiani. Tutta roba vera, altro che fiction tv!