Viaggio nei paesi del referendum fantasma

Chiara Ennas

É tempo di conti a freddo. Si sono spenti i riflettori sul referendum sulla legge 40 del 2004, e finalmente, dopo il fallimento per mancato raggiungimento del quorum, si può contare con serenità chi ha partecipato e chi no. Per la precisione sono passati una dozzina di giorni, una dozzina come le uova nei problemi di matematica. Ebbene, dopo un lungo periodo passato fra Umberto Veronesi che coadiuvato dalla Ferillona nazionale porgeva una matita a chi passava davanti ai manifesti, e chi con il faccione rassicurava sul fatto che non ci fosse alcun bisogno di sezionare embrioni, perchè le cellule staminali fino a prova contraria non avevano ancora esaurito le batterie; ebbene, dicevamo, è simpatico o per lo meno curioso scoprire i numeri.
La batosta per le femministe più sfegatate, già private dell’appoggio morale e vocale di Alessandra Mussolini, è stata quando hanno assistito impotenti alla defezione di quelle donne famose che, come Monica Bellucci, sembrerebbero non essersi neppure sognate di alzarsi dal letto per andare a votare. Per tutti gli altri basta dare un’occhiata, peraltro molto rapida, ai paesini di tutta Italia, dove Veronesi, Ferilli, Bellucci e Mussolini sembrano non aver mai messo piede, men che meno sotto forma di invadenti cartelloni. E sembra essere proprio questa la ragione della mancata partecipazione da parte dei cittadini dell’ossimorico comune savonese di Massimino, in Val Bormida, almeno secondo il suo sindaco e accrescitivo Massimo Paoletta. Su 108 anime, solo 13 hanno raccattato scheda elettorale e documento e si sono incamminati verso le urne, e la ragione è il fatto che nel paese non è andato «nessuno a mettere i manifesti. Non uno straccio, nè del comitato del sì e neppure del no».
Ma altrove è andata anche peggio: un modello è Carrega, nella val Borbera, Basso Piemonte, dove la domenica solo in otto hanno sentito il dovere di tracciare un po’ di crocette con la matita su qualche foglio colorato; per non parlare poi di Gavazzana, sulle colline tortonesi, dove ben tredici creature si sono recate a votare. Non si capisce però perchè fra i tredici non ci sia stata neppure una donna, con buona pace delle femministe. Il record però spetta ad Aquila d’Arroscia, nell’omonima valle, al confine fra la provincia di Imperia e il Piemonte: sette voti, non per sette fratelli, ma per 169 aventi diritto, con una percentuale che ha stentato ad arrivare al 4 per cento. Da Guinness.
Nel frattempo tutti dicono che la vera ragione di questa defezione sia stata l’incomprensibilità dei quesiti e quant’altro. Sarà, ma non convincono.

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