Viaggio nella Coop anti-sindacato: Primo maggio? Un giorno normale

A Cuorgné, nel Torinese, l’Ipercoop aperta nonostante la festa dei lavoratori. I dipendenti: «Ci pagano lo straordinario, perché rinunciare?»

nostro inviato

a Courgné (Torino)
Nove casse aperte su quattordici. C’è coda. Perché sorridono? Non c’è la solita cassiera che sbuffa. Tiiic, tiiic: passa il codice a barre e non si lamenta. Avanti il prossimo, un altro sorriso. Due parole chiave: «Straordinario festivo». Soldi. Le porte dell’Ipercoop di Courgné si aprono così. Primo maggio. Il lavoro è una festa. Ipercoop: simbolo rosso, amore rosso, cooperativa rossa. Dicono di no, ma tutti sanno di sì. Perciò c’è stata tanta meraviglia. Come? Perché? E poi proprio la Coop. Il manifesto è già un po’ scolorito sotto il sole degli ultimi giorni: «Primo maggio aperti dalle 9 alle 21». Ecco la novità che ha fatto venire l’orticaria ai sindacati e ha dato notorietà a questo supermercato di provincia. Fuori, però. Perché qui dentro sembra che il ciclone sia passato sotto traccia. Lo capisci presto, al banco della gastronomia. Sono in due. Sette clienti in fila. Il bigliettino, per favore. Servono e sorridono, come le colleghe delle casse. Numero settantasei: «Primo maggio, due maggio, che differenza fa? Appena la direzione ha comunicato che il supermercato avrebbe aperto anche nella festa dei lavoratori io mi sono candidata. I soldi fanno comodo a tutti e fanno comodo anche a me. Io sono felicissima di lavorare oggi». Le rivendicazioni sindacali crollano, picconate dalla banalità quotidiana. Le differenze non esistono più: l’Ipercoop è identica al supermercato che sta dall’altra parte della strada. È aperto tutti i giorni, tutto l’anno. «Se i clienti trovano chiuso qui, non aspettano mica il giorno dopo. Semplicemente cambiano supermercato. Allora che senso ha stare chiusi? Basta pagare i dipendenti e si apre».
E l’Iper ha aperto. Chi lavora in questa giornata è un volontario: ha preso una penna e s’è segnato presente. Era una scelta, non un obbligo. Hanno aderito in molti. Come questa signora che serve alla Pescheria: «Io ho un marito tranviere, sono abituata a non avere sabati, domeniche, festivi. Certo che avrei preferito rimanere a casa, però di fronte a un compenso extra ho scelto di lavorare». Nessuna incertezza, se non quando qualcuno gli chiede il nome: «Niente nomi, solo addetta alla pescheria». Qui evidentemente la direzione è passata a catechizzare tutti. Sapevano sarebbero arrivati i giornalisti. Allora meglio non dire troppo. Però chiacchierano, dicono, raccontano. «L’importante è che non s’intralci il cliente». Nessun intralcio: chi entra neanche se ne accorge. Passano nei corridoi: merendine, detersivi, yogurt, carta igienica. Un ragazzo giovane si diverte a trascinare un carrello pieno di birre e bibite. Lui prepara il pic-nic che chi lavora qui oggi non farà. «Io e i miei amici siamo arrivati per caso. Abbiamo visto che era aperto e siamo entrati. Primo maggio? Ma che senso ha? Se la gente ha bisogno è giusto che ci sia qualcosa di aperto».
Vino, adesso. Giusto dietro il bancone dei formaggi. Qui passano gli unici straniti. Sono due ragazzi cinesi: «Per il primo maggio da noi non si lavora per sette giorni». Vecchi, i cinesi. Antichi. A Cuorgné la festa dei lavoratori non è durata neanche un’ora. I sindacati hanno allargato le braccia, hanno chiesto un po’ di considerazione. Zero. Niente. Dicono sia colpa di questo signore che adesso si avvicina. Sudato, perché la giornata per lui è pesante: «Ancora? E basta. Mi sembra che sul nostro supermercato ci sia un po’ troppa attenzione. È da una settimana che ci tormentano. Si faccia sto giro, ma non disturbi i clienti e i lavoratori». Nessun disturbo, visto che il giro è cominciato già da un po’. Nessun disturbo a Gabriele, l’unico che accetta di dire il suo nome: taglia la carne e la sistema nelle confezioni. «Ho 21 anni e un contratto da studente. Lavoro solo nei weekend. Oggi avrei fatto a meno, ma per quanto mi danno mi conveniva. Comunque c’è più gente oggi che nelle domeniche normali». Soldi, ancora. Cinquantacinque per cento in più. Nessuno ha rinunciato: sul foglio delle adesioni alla giornata qualche settimana fa c’erano più nomi del necessario. Qualcuno è stato costretto a rinunciare. Il mondo al contrario: il rovescio che diventa dritto. Tanto che l’unico preoccupato è il direttore. S’aggira per gli scaffali alla ricerca dei dipendenti. Lo ritrovi in Pescheria: «Non parlate». È arrivato tardi.