Viaggio nella favela sgomberata che risorge appena tre ore dopo

Le cittadelle dei fantasmi. Quando la polizia arriva a Tod di Quinto, molti zingari sono già spariti dal campo

Benvenuti nella favela di Tor di Quinto - Roma, Italia - benvenuti nella favela della città eterna, anche se al paragone con le favelas i poveri del Brasile potrebbero offendersi (e avrebbero ragione). A Rio De Janeiro, Brasilia o a San Paolo le favelas sono città nella città, quartieri abusivi che si arrampicano sulle colline, formicai di cemento che divorano e rivestono gli spazi urbani. Qui a Roma l’accampamento dei romeni è un assembramento di capanne che si moltiplicano e si nascondono nel bosco, che crescono nel fango e nell’immondizia. È una selva di tuguri che si annidano in mezzo ai cumuli dei rifiuti industriali e nei frammenti di metropoli dismessa, che cingono di assedio i binari della ferrovia, fra traversine, pietre, rottami, lavatrici usate e cumuli di spazzatura.
Ieri, nella favela di via Camposampiero la polizia è arrivata alle nove del mattino per una operazione di bonifica che ha sortito pochi risultati. Dovevano presentarsi con ruspe e bulldozer, sono venuti con picconi e martelli, hanno sfasciato qualche porta, abbattuto mura di cartone, forato le taniche con le provviste d’acqua, fatto a pezzi qualche vecchio vestito, buttati persino i pannolini dei bambini. Ma la favela è un polmone che non smette di respirare, una pianta rampicante che non tollera il vuoto. Già a mezzogiorno la gente tornava nelle capanne, alle sette di sera, mentre imbruniva, e gli operatori correvano in redazione a montare i tg, Mario (22 anni, romeno) aveva già finito di rimettere a posto la sua porta.
Nelle favelas il bene e il male si mischiano in maniera indistinta. Mario è in Italia da tre mesi, ha la faccia da ragazzo onesto, una moglie di 18 anni che sorride al suo fianco (pare una bambina infagottata nel suo piumino), fa il manovale. Mario mi guarda e dice: «Sì, è vero, Nicolae lo conoscevo...». Solleva il braccio, punta il dito: «Abitava in quella capanna lì, a quattro metri dalla mia. Ma tu potresti dire di tuo vicino di casa che ucciderà qualcuno?». Alle sette e mezza la favela di Tor di Quinto - Roma-Italia - è di nuovo in piedi, di nuovo brulicante, animata da decine di persone che passeranno la notte qui. Fra le tante, ci sono sette capanne in fila, arrampicate chissà come su un costone di fango tenuto insieme solo dalle radici, a meno di 500 metri dalla stazione dove Giovanna Reggiani ha fatto l’ultimo viaggio della sua vita. La casetta più bella è di legno, un intreccio inestricabile e ingegnoso di materiali di recupero: frammenti di porte, persiane montate trasversalmente, porzioni di banchi scolastici squartati usati come rivestimento impermeabile. Qui c’è il lavoro di mani che sanno fare, l’esperienza di un falegname: Ina racconta che è stato suo padre a tirarla su, e che prima dell’arrivo della polizia era «la più bella del campo». Qui vale 200 euro: due stanze, con l’impianto elettrico di fili che corre lungo le travi. La sera, tutta la filiera era alimentata da un motore elettrogeno, due taniche di kerosene a notte per non morire di freddo.
Ora Ina si aggira per la sua casa, aspetta che il padre torni dal commissariato, dice: «Fate quel che volete, io stasera dormo qui». Attaccate alla sua baracca ce ne sono altre quattro, l’ultima, la più povera, rivestita di solo cartone, vale 100 euro. Chi arriva dalla Romania sta qui due o tre mesi, poi vende a un altro più disperato di lui. Quattro ore dopo che la polizia ha abbandonato il campo, anche la baracca di cartone era di nuovo in piedi. Racconta Kornel, il patrigno di Nicolae, che lui era un bravo ragazzo anche se «Un po’ matto. In Romania lo avevano riformato dal servizio militare, perché una volta si era piantato dei chiodi in testa». Un altro ragazzo con un piumino azzurro spiega che lo conosceva: «Era un caro ragazzo. Ha incontrato un amico moldovano e sono andati... a bere alcol insieme». Chissà cosa è successo, quella sera, con un litro di birra in corpo, e il moldovano che ti lascia per tornare nella sua baracca. Questa è una favela, dove il bene e il male vanno a braccetto, si ubriacano nello stesso bicchiere e danzano stretti uno all’altro per scaldarsi nel gelo. Le facce dei ragazzi che vedi in mezzo ai rifiuti, stasera, sembrano pulite: gente che lavora, e che usa la favela come un residence perché non ha dove andare. Ma mentre esco dall’accampamento - per quanto possa sembrare incredibile o folle - incrocio due uomini, presumibilmente slavi anche loro, che si trascinano dietro un televisore da cinquanta pollici avvolto in una coperta. Se l’hanno appena rubato, come sembra, o sono pazzi, o hanno anche loro un chiodo piantato nel cranio.
Gli abitanti del quartiere ti raccontano che ai margini della favela dove vivono i romeni, ci sono le baracchette dove vivono i Rom che si mantengono rubando rame. E che di giorno e di notte il bosco era illuminato dal fumo bianco tossico e acre di chi brucia i cavi per recuperare il metallo. I custodi della ferrovia ti dicono che di notte si barricavano dentro, e qualcuno dava picconate sui muri. Che un giorno, l’esplosione di una bombola, ha bruciato i cavi dell’alta tensione, bloccando tutti i treni. Dicono che il Comune aveva rifiutato di disboscare. Nella favela il bene e il male stanno insieme e non si possono dividere. Così, siccome non abbiamo risposte, preferiamo non vederli.
Luca Telese