Viaggio nelle isole dove sopravvive ancora il culto di Tito

Qui, nel lusso realsocialista, il Maresciallo suggerì a Nasser di attaccare Israele e appoggiò la repressione di Budapest

Il parroco di Dignano è ben lieto di mostrare al visitatore «il più grande tesoro dell’Istria», custodito nella chiesa di san Biagio. E in effetti al visitatore esso pare del tutto fuori dal comune: il piede di santa Barbara, la lingua della Madonna Egizia, i resti di san Sebastiano. Ma sono le reliquie del santo a suscitare meraviglia: la testa intatta, un pezzo della spina dorsale, le spalle e i muscoli conservatisi dal giorno in cui al sant’uomo venne mozzata la testa. Il parroco spiega come nessuna scienza possa appurare perché mai questi corpi non si decompongano. Il visitatore domanda se esista una qualche documentazione scritta che comprovi con certezza l’appartenenza delle membra, adagiate nel reliquiario debolmente illuminato, proprio alle due sante e al santo. Alla domanda non ottiene risposta e più tardi apprende che le reliquie, prima di arrivare a Dignano, erano appartenute al pittore veneziano Grezler. Le aveva nascoste ai francesi che nel 1806 avevano soppresso a Venezia tutti i conventi decretando il passaggio delle case e delle chiese veneziane allo Stato. Il visitatore non fa più altre domande. E, in definitiva, a cosa servirebbero un documento scritto come pure la scienza, visto che non riescono a stabilire perché questa carne, muscoli e ossa non vadano in putrefazione - ci troviamo pur sempre di fronte a corpora sancta. I corpi dei santi non si corrompono proprio in virtù della loro santità.
Lungo l’antica via di terra che da Dignano porta alle isole Brioni, attraversata un tempo da genti antiche che dirette al mare vi lasciarono le proprie impronte sulla pietra, i miracoli non finiscono. Il più grande è la natura stessa, l’Istria, descritta dalla guida turistica con parole più ricercate di quelle che il visitatore in un impeto d’amore direbbe a una donna: penisola di bellezza incomparabile e di passioni nascoste, terra di contrasti, mite e selvaggia, generosa e avara. Impossibile resisterle. Non c’è da stupirsi che tale bellezza abbia finito per trovare la propria allegoria in una leggenda miracolosa. Il Creatore concepì questo piccolo angolo del mondo quale immagine del Paradiso sulla terra. Ma vi si intromise il Diavolo guastando in parte l’opera divina. La leggenda è a questo punto vaga, non racconta esattamente come, forse con pietre e nuvole e tempeste. Ma angeli benevoli sollevarono proprio al cospetto del Diavolo onde blu, posero fine alla sua opera preservando quest’angolo paradisiaco dalle sue mire nefande. Così nacquero le isole Brioni, «isole angeliche, verdi perle indorate dal sole, separate dalla terraferma soltanto da un esile nastro di pura acqua marina».
Ceckpoint Fasana
Via mare le isole angeliche si raggiungono partendo da Fasana. Non lontano dal molo se ne sta un bunker solitario, in disuso, resto di una fortezza difensiva, del cordone di sicurezza, costruito per tutelare la pace del sovrano che un tempo regnava sulle isole Brioni. Qui bisogna lasciare la macchina in uno dei garage, in passato autolavaggio per le limousine nere, da cui scendevano viaggiatori speciali per poi salire sulle navi. Da una garitta il poliziotto apre lo sportello, si calca sulla testa il berretto con la bandiera a scacchi croata annotandosi i dati del visitatore. Una volta su quella bustina c’era la stella, il visitatore lo sa bene, ha trascorso gran parte della vita in un Paese pieno di stelle rosse e bandiere, sa che Fasana è una fortezza di terra, la porta della Città Proibita, da cui non sarebbe potuto passare nemmeno un topo senza identificazione e registrazione. A Fasana abitavano le guardie del corpo e il numeroso personale addetto al comfort degli occupanti temporanei dell’arcipelago paradisiaco. Qui potevano venire in villeggiatura, accompagnati dai propri famigliari, soltanto i membri del Servizio di Sicurezza dello Stato, dal nome un tempo famoso di Udba. Fasana, che oggi potremmo chiamare checkpoint, ha ora un aspetto sciatto, stanco, non ci sono più la vivacità e la tensione di un tempo, le grida, gli ordini, lo sbattere delle porte delle limousine, il calpestio degli stivali, non si fa più un vero controllo, certo un po’ di atmosfera cospirativa è rimasta, così per inerzia. I giorni dell’antica gloria sono passati, irrimediabilmente, il corpus sanctum riposa lontano, nel mausoleo di Belgrado, nella cosiddetta «Casa dei fiori». Per alcuni anni soleva venire alle isole, nel mese di agosto, un suo compaesano di Zagorje. Dapprima sembrava che fosse il suo spirito o il suo alter ego: indossava quasi le stesse uniformi bianche e si faceva accompagnare da una ridda di politici, attori e personale vario; tuttavia ben presto ci si avvide che si trattava soltanto di una copia sbiadita. Gli abitanti del luogo notarono subito la differenza fra Franjo Tudman e l’originale, Josip Broz-Tito.
La leggenda che narra come il Creatore si fosse affaccendato con le isole Brioni deve essere nata soltanto dopo l’arrivo di Tito, o forse prima, con la partenza di Paul Kupelwieser. Prima dell’industriale austriaco Kupelwieser qui non c’erano «isole angeliche e perle verdi», ma solo paludi, zanzare e malaria. Fu Kupelwieser il creatore, è stato lui a bonificare le paludi, a creare parchi e costruire i primi alberghi; poi, nei suoi possedimenti austriaci, prese domicilio il monarca comunista che fece spiantare le vigne e curare prati all’inglese, su cui oggi corrono branchi di cervi ormai addomesticati; qui sorse, in breve, un paradiso artificiale. Il visitatore passeggia per l’albergo, pieno di lusso realsocialista, in camera osserva il mobilio di Partito stile Impero che si sarebbe potuto trovare anche nell’ufficio di un qualche segretario dell’apparato, guarda le grandi vasche ingombranti della sala da bagno, i vecchi rubinetti. Ordina del vino, dalla cantina gli portano una bottiglia impolverata di Merlot sloveno. Il vino è andato a male, trasformato in aceto. Quando controlla l’annata comprende che la bottiglia è rimasta in cantina da «quei» tempi, dall’anno 1988, e le scorte non mancano. Quando poi il visitatore cammina per i lunghi corridoi rivestiti di marmo, pensa agli alti ranghi del partito che alloggiarono qui, innalzati alla corte, vicini al Maresciallo - che invece abitava nell’isola di Vanga - alle loro mogli e figli, ma anche alle trame di corte, alle epocali riunioni di Partito che fecero tremare la Jugoslavia; qui saltò più di una testa del gotha politico, per esempio quella di Rankovic. Qui fu suggerito a Nasser di attaccare Israele, qui venivano condotti colloqui segreti con russi, libici, cubani. Il 2 novembre 1956 vi atterrò, in pessime condizioni meteorologiche, Nikita Krusciov. Perché era venuto? Tutti i leader comunisti avevano già promesso di collaborare alla repressione della rivoluzione anticomunista ungherese. Mancava soltanto Tito. Alle isole Brioni pure Tito si avvide della necessità di un intervento militare. Poi Krusciov volò a Mosca. Due giorni più tardi, all’alba del 4 novembre, unità sovietiche circondarono Budapest e iniziarono a sparare. Gli ungheresi resistettero, coraggiosamente, il finale cruento è noto a tutti. L'ultimo atto si svolse nell'ambasciata jugoslava, dove si erano rifugiati i capi della rivolta convinti che lì sarebbero stati al sicuro. Non erano a conoscenza dell’accordo preso a Brioni. Gli jugoslavi li avrebbero poi consegnati ai russi.
Il museo di Tito in cui entrano devotamente i visitatori della terraferma, è pieno della Grande Storia che si svolse qui e che noi delle città industriali potevamo seguire solo da lontano, nei cinematografi dal pavimento di legno nero-catrame, dove con grandi occhi da «giovani pionieri» guardavamo scorrere sul telone crepitante scene trionfali dei famosi Notiziari settimanali. Qui Egli scoprì l’isola di Vanga e cominciò, rimboccandosi le maniche della camicia bianca, a sfoltire la macchia. Qui si faceva la politica dei «non-allineati», qui venivano i capi di Partito, da Ceausescu a Krusciov, imperatori e dittatori, da Hailé Selassié a Nasser e Gheddafi, oppure attori come Liz Taylor e Richard Burton.
Aguzzino e dandy
Gli splendidi vestiti di Tito, le sue uniformi che tradiscono il gusto di un bon-vivant di Zagorje, di un «fighetto», come viene oggi chiamato con cattiveria a Belgrado, di un uomo che - secondo le parole di Vladimir Dedijer - voleva diventare cameriere solo perché i camerieri, lo avrebbe detto il giovane Josip Broz, son sempre ben vestiti. Non diventò cameriere, divenne imperatore del Paese dei lavoratori, del Paese della dittatura del proletariato. Il visitatore non può fare a meno di pensare ai suoi sudditi disubbidienti che, non lontano da lì, a Goli Otok, spaccavano pietre, in uno dei gulag più tremendi che la storia conosca, mentre Egli in uniformi sempre nuove organizzava parate, ricevimenti, si faceva fotografare, lavorava a un bel tornio cromato, affinché il Paese dei «lavoratori, contadini e intellettuali» non dimenticasse in nome di chi era stata fatta la rivoluzione. Le foto raccontano di partite a scacchi con Krleza a e Kardelj, di Capodanni passati con Macek e Ribicic, delle raccolte di mandarini che poi si regalavano agli orfanelli; si trattava dei famosi mandarini di Tito dell’isola di Vanga; ce ne raccontavano spesso a scuola, e i nostri genitori erano commossi. E il visitatore odierno non può fare a meno di domandarsi, se Egli, al calare della sera a Vanga, oppure sulla celebre nave Galeb, che fendeva le onde davanti a Goli Otok e il campo di concentramento femminile dell’isola Grgur, si sia sporto sul parapetto a pensare che cosa stesse accadendo lì dentro. Non solo ai suoi nemici di classe, bensì anche ai suoi compagni di lotta, ai comandanti partigiani, che subito dopo l’arrivo all’isola erano costretti a correre tra due ali di prigionieri che, muniti di bastoni, li colpivano sulle teste insanguinate. Ci pensava mai? Quando davanti alle telecamere che riprendevano tutto fedelmente teneva in mano il volante di nuove Buick o Mercedes, quando posava il piede sopra un orso ben nutrito appena abbattuto, o sopra un cinghiale delle sue riserve estese dal Banato a Brdo. Nessun documento scritto attesta che lo abbia mai fatto.
Qui, a Brioni Grande, sparava alle anatre, e precisamente da una poltrona. Sul laghetto c’è una casupola, nella casupola un grande divano, di fronte sta una finestra, su essa è posato un fucile. Un cacciatore fuori sul laghetto aveva il compito di spaventare le anatre, allevate lì apposta. I grandi uccelli si alzavano in volo, il fucile dalla poltrona sparava, le anatre cadevano. Il museo è pieno di animali impagliati: linci, cerbiatti, antilopi. Una volta stavano nel locale giardino zoologico, Egli voleva bene agli animali, adesso a malapena si occupano dei pochi rimasti. Sono rimasti alcuni elefanti che goffi si muovono dentro i recinti, la loro antica memoria vede ancora cogli occhi interni l’uomo mite in uniforme bianca con la macchina fotografica, il cannocchiale o il fucile, che di tanto in tanto passava con i suoi ospiti. Era un buon padrone di casa, gli piaceva mostrare gli elefanti e le giraffe. Oggi il giardino zoologico è una triste immagine dell’era postimperiale e postcomunista. Nelle gabbie non ci sono più nibbi e aquile altere, vivaci tucani e pappagalli, ora qui il personale malpagato - per quanto ve n’è rimasto - alleva pollame domestico, chiocce rotondette piluccano granturco. È sopravvissuto qualche pappagallino affinché il ricordo di fasti antichi non cadesse nel completo oblio.
Lo scorso maggio nella patria del visitatore, la Repubblica di Slovenia, sono rivissuti i ricordi del compagno Tito. Radio Slovenija gli ha dedicato come al solito un programma, i cronisti con telecamere hanno rincorso i passanti per farsi rilasciare qualche dichiarazione su Tito. Questi hanno detto che è stato un buon politico, il più grande, qualcuno ha dichiarato che stava dalla parte dei lavoratori. I più giovani hanno detto che era un «fico»: si attorniava di star cinematografiche, aveva begli abiti e belle macchine, sapeva vivere. I cantanti rock gli hanno dedicato qualche concerto per la «Giornata della gioventù», vale a dire per il Suo compleanno, il 25 maggio. Nessuno ha prestato attenzione a chi ha raccontato che i rituali organizzati negli stadi per il suo compleanno erano identici a quelli che venivano preparati per Hitler, Stalin o Kim Il Sung.
Feste e rimpianti
Pensando ai festeggiamenti il visitatore, in giro per il paradiso artificiale delle isole Brioni, è sorpreso dal modo in cui lo spirito e il culto di Josip Broz-Tito, che fu indubbiamente un dittatore, si sia preservato nel nuovo secolo. A celebrarlo non c’erano solo gli attempati funzionari di Partito e gli eterni nostalgici dei tempi «in cui c’era Tito ed era tutto diverso». Il suo culto è stato adottato anche dagli yuppies, i nuovi capitalisti: Tito fu un uomo di successo, seppe farsi strada, la sua fu una carriera brillante, si mosse all’interno del jet-set internazionale. Qualche anno fa un’agenzia pubblicitaria reclamizzò l’ultimo modello della Mercedes con una foto di Tito e lo slogan: «Lui ha avuto tutto». In seguito a una protesta di ex detenuti politici la Mercedes decise di togliere i cartelloni dalla circolazione, solo i pubblicitari sloveni non riuscirono a capire perché delle persone si fossero inquietate in tal modo. Tito è, in breve, secondo il milieu dei nuovi ricchi, sinonimo di carriera e successo. Quando l’autore di queste righe cerca di far capire ai nuovi ammiratori di Tito che l’amato capo non venne mai eletto con libero voto e che gli operai in Jugoslavia, a confronto con quelli dell’Ovest, conducevano una vita ben misera, questi ribattono: «Be’, ma stavano pur sempre meglio di quelli in Cecoslovacchia». Quando dichiara che non c’era libertà di stampa e di parola e racconta di come molte persone furono messe in carcere e che dunque il prezzo della vita regale e del successo di Tito fu veramente alto, di nuovo non sembrano crederci. Ovvio, se la questione verte sull’esaltazione dello spirito del successo e del comfort, a cui si abbeverano gli ideali della nuova era, allora di queste minuzie, dei cosiddetti effetti collaterali del successo non ha proprio senso parlare. Ma ciononostante il visitatore delle isole Brioni dopo le celebrazioni del 2000 ha mandato a Radio Slovenija il libro Temna stran meseca (Il lato oscuro della Luna) pregando i redattori di guardare almeno le fotografie del Goli Otok, dei processi e dei massacri prima di dare inizio alle nuove celebrazioni. Già la copertina del libro dovrebbe far riflettere. La foto ritrae una donna: sta in piedi, di fronte a un tribunale militare, davanti a una foto di Tito, porta una gonna stirata. È Hildegarde Hahn, ebrea, sopravvissuta ai campi di concentramento. Secondo l’opinione dei giudici, vestiti in uniforme, seduti sotto la foto di Tito, già il fatto che essa fosse sopravvissuta, era prova della sua collaborazione con la Gestapo. Fu condannata a morte mediante fucilazione, nell’ambito dei cosiddetti «processi di Dachau». Più tardi venne graziata e la pena fu commutata in vent’anni di carcere. Non ci sarebbe da riflettere almeno su questo «effetto collaterale» di una brillante carriera? Che ricordo ha della foto di Tito quella donna che vive ancora e risiede a Vienna? Ma se anche lasciassimo da parte tali sgradevolezze, di cui oggi nessuno vuol sentir parlare, prigioni quasi piene, polizia violenta e brutale, partito burocratico, privilegi, esercito risoluto e pericoloso, sempre fedele al suo Comandante Supremo - i nuovi ricchi ammiratori del successo e dello stile di vita di Tito non potrebbero riflettere almeno sull’incredibile divario fra il lusso imperiale, di cui lui si circondava, e i numerosi discorsi sulla classe operaia, o sui suoi violenti attacchi a chi si arricchiva nel sistema socialista? Le probabilità sono poche. Giorni or sono è apparso alla televisione slovena il segretario personale di Tito affermando che Tito fu pur sempre «soltanto un uomo». A ben vedere si tratta già di un progresso, riflette il visitatore delle isole Brioni. Il segretario si è sentito in dovere di chiarire la questione, poiché a suo parere finora si era pensato che Tito fosse una qualche manifestazione di dio. O perlomeno un sant’uomo. Quando in futuro alla Casa dei Fiori si esporranno i resti di Tito quali sante reliquie, non saranno i «lavoratori, contadini e intellettuali onesti» a recarvisi in pellegrinaggio, ma i nuovi ricchi del postcomunismo, i magnati, gli arrampicatori di ogni risma, che già ora provano venerazione per la sua capacità di avere tutto, indipendentemente dai mezzi con i quali al tutto si arriva. Nei tempi lontani la gente onorava i santi, come a Dignano, perché avevano sofferto per la propria fede e avevano condotto una vita fatta di rinunce, oggi li venerano perché sono riusciti ad avere tutto.
Il visitatore non si stupisce più che lo spirito risorto di Tito si aggiri per la Slovenia e la ex Jugoslavia. Nel film di un giovane regista croato lo spirito di Tito compare in un’altra isola della Dalmazia. Ma gli autori della pellicola, peraltro assai divertente, il drammaturgo Ivo Brešan e il giovane regista, suo figlio, a un certo punto commettono un errore grossolano. Verso la fine del film si scopre che l’uomo è in realtà un simpatico folle del vicino manicomio, che ossessionato dalla imponente personalità di Tito se ne va in giro nella sua uniforme. Chiunque abbia passato tre giorni alle isole Brioni, come il sottoscritto visitatore, sa che non è possibile godere della pace celeste e della bellezza; né dell’antico castrum, né dei resti di una villa romana nella cristallina bellezza di val Catena, né delle ville stile Secessione di Kupelwieser; non è possibile ammirare i gabbiani che nidificano fra le rocce, il pacifico muoversi dei cerbiatti di sera lungo i prati, senza sentire che qui tuttora vive il suo spirito.
Spirito del Male
I prati su cui cala la sera sono artificiali, i prati all’inglese sono verdi solo in primavera, poi diventano gialli, bruciati dal sole estivo. E su tutto si estende la Sua ombra, l’ombra del Suo infinito amor proprio e - pensa il visitatore, fosse anche l’unico a pensarla così - l’ombra della sua tirannia che da lì si proiettava su tutto il Paese. Una cronaca di viaggio alle isole Brioni non è sufficiente per fare simili affermazioni, si dovrebbe scrivere un libro di viaggio da Goli Otok a Brioni per capire l'immagine riflessa, il volto deforme del totalitarismo. Il viaggio da Dignano alle isole Brioni, attraverso gli inganni delle bellezze istriane, fra reliquie di santi, attraverso nuove guarigioni miracolose in basiliche antiche, fra miracoli e storia che ognuno di noi ha vissuto a modo suo, ci porta però a riflettere che i corpora sancta in ispirito continuino davvero a vivere; lo spirito del Maresciallo del film di Brešan è più vivo di quanto trapeli dalla finzione cinematografica e letteraria. Fuor di ogni dubbio è possibile vedere e avvedersi con o senza l’ausilio dei documenti scritti, supportati o meno dalla «scienza esatta», che in questi luoghi ha operato Colui che già si intromise nella vita della natura e degli uomini. Ma non nel modo in cui viene raccontato dalla leggenda istriana sulla lotta fra il Male e gli Angeli del Bene. Qui, come in nessun altro luogo, Egli ha imposto, con il suo noto umorismo, sia la superbia che la lussuria e ancor altre simili trame. Ha avuto successo e lo avrà nel tempo, poiché con sempre maggior vigore, viene proclamato per Bene tutto ciò che il Principe delle isole Brioni ha compiuto in vita, sebbene questo supposto Bene sia nato dal Male. È il trionfo del noto principio cinico così ben descritto nella sua ambiguità dal Faust di Goethe. Michail Bulgakov, che si intendeva di circostanze in cui tale principio opera al meglio, sapeva bene per qual motivo lo aveva apposto come motto al suo romanzo Il Maestro e Margherita: «... Dunque tu chi sei?». «Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene».
(traduzione

di Veronika Brecelj)