«Un viaggio» nell'Olocausto, raccontato da chi ne uscì

Arriva in libreria l'importante romanzo di H. G. Adler che affascinò Elias Canetti e Heinrich Boll. Delicato racconto di uno dei periodi più cupi e difficili che l'uomo possa attraversare

«Un viaggio» (Fazi editore, pp. 383, 19,50 euro) è un importante romanzo di H. G. Adler ingiustamente sepolto per decenni tra gli scaffali di librerie di seconda mano nonostante l'incondizionata ammirazione di prestigiosi scrittori come Heinrich Boll ed Elias Canetti che ebbero la possibilità di leggerlo. Quest'ultimo, poi, è autore di una lettera ad Adler nella quale testimonia tutta la sua stima e il proprio apprezzamento per un romanzo che sa essere delicato nella sua drammaticità. Storia realmente accaduta, «Un viaggio» è il racconto di ciò che accadde allo scrittore, ebreo, e per questo destinato alle peggiori sofferenze in un momento della storia novecentesca dove a chi apparteneva alla razza ebrea era proibito anche ciò che di più elementare era riservato agli uomini. Il diritto di lavorare, di frequentare una scuola pubblica, di impegnarsi in politica o nell'industria. Insomma tutto.
Un cerchio che si chiudeva fino a strangolare chi vi si trovava al centro e del quale Adler fu testimone diretto avendo dovuto assistere alla deportazione nel lager dove la moglie e la madre vennero uccise. Egli sopravvisse a questo sterminio e, dal 1947, trascorse i rimanenti anni della sua vita a Londra dove morì nel 1988. Gli estremi di spazi e luoghi in cui il romanzo è ambientato non si riconducono mai con certezza alle località che dovettero fare da cornice alla Shoah, ma non è difficile identificare, dietro nomi simbolici, ghetti e campi di concentramento.
Nella propria lettera introduttiva, Canetti tesse lodi importanti all'indirizzo dell'autore e anche le stesse critiche rivoltegli hanno il sapore di un sostanziale apprezzamento tanto che arriva a riconoscere come «le cose più terribili che possano mai capitare agli uomini sono descritte come se fossero lievi, delicate e superabili, come se non potessero intaccare il nucleo più profondo dell'essere umano». Ed è proprio questa calibrata sensibilità narrativa a rendere il volume una lettura importante anche nella pur ricchissima tradizione letteraria della Shoah a tal punto che è lo stesso Canetti a concludere: «Sono certo che un'infinità di gente ha bisogno proprio di questo libro: che non possa ancora averlo è uno di quegli aspetti davvero assurdi della nostra vita moderna dei quali ci si vergogna dal profondo del cuore». Parole scritte nel lontano 1952 e oggi forse scongiurate per sempre.