Il viaggio non ha più fascino, resta solo la dura realtà

«L a strada non ha più fascino. Non ci sono più avventura e mistero: resta solo la dura realtà da affrontare». È uno dei passaggi più significativi di La strada. Diari di un vagabondo, scritto inedito di Jack London che Castelvecchi manda ora in libreria (pagg. 261, euro 16): nove tra articoli e racconti apparsi su Cosmopolitan tra il 1906 e il 1907 e che per la prima volta in Italia trovano finalmente una dignità non solo filologica ma anche editoriale. Che dire, a esempio, dell’edizione Einaudi del 1997, curata da Maurizio Maggiani? Non solo non rispetta l’originale (London volle a tutti i costi che venissero raccolti secondo l’ordine di pubblicazione e non in ordine cronologico), ma addirittura fu stampata con i capitoli in ordine inverso. I protagonisti sono senzatetto e diseredati che vivono l’inferno di un’America, quella tra la fine dell’800 e i primissimi del ’900, colpita da una delle crisi economiche peggiori della sua storia. London decide di portare sulla carta la visione dei più emarginati per raccontare le molte piaghe, sociali e morali, che si nascondono proprio dietro le fulgenti apparenze del progresso. London, emarginato di lusso della letteratura americana, capace di vendere milioni di copie con libri che resteranno nell’immaginario (da Zanna Bianca a Il richiamo della foresta), si è sempre defilato dall’establishment culturale. Malgrado un successo mondiale che gli consentiva di vivere come una rockstar ante litteram, non ha mai ceduto alle lusinghe del Potere. Per questo la sua è una «visione» quasi unica nel panorama letterario non solo americano.
Nato in una famiglia povera, London ha trascorso gli anni della giovinezza vagabondando per tutta l'America: rincorrendo treni merci, viaggiando in condizioni estreme, spesso elemosinando il cibo, finendo un mese in carcere e vivendo esperienze limite. Un american dream rovesciato, un vivere on the road che non ha nulla dell’edonismo autodistruttivo di un Kerouac, ma è piuttosto una radiografia sociale spietata così vitale da contagiare anche il lettore più distante. Come sottolinea il curatore Davide Sapienza, lo scrittore americano anticipa quella che sarebbe stata la poetica di moltissimi autori: da John Steinbeck a George Orwell, da artisti storyteller come Woodie Guthrie agli esponenti della beat generation sino alle icone del rock’n’roll.
Jack London racconta «le vene dell'America»: un pulsare di miseria e nobiltà, di sicurezza e incertezza, di democrazia e di diritti umani violati. E la sua unicità sta proprio nel raccontare vette e abissi con una profondità che non diventa mai un pianto sterile, ma un urlo d’inchiostro sempre intriso di ironia. E, in questo senso, più che nel Diario (tutto sommato marginale se non fosse inedito), è in Vagabondi che passano la notte che ritroviamo tutta la poetica londoniana. La necessità di chi, nell’irriducibile solitudine del viaggiare davvero attraverso la vita, vuole raccontare la propria ferita aperta. È lo stesso London a svelarcelo: «Viaggiammo in mezzo alla tormenta e per fare passare il tempo si decise che ognuno dovesse raccontare una storia. Fu stabilito che ogni storia dovesse essere bella e, per giunta, che fosse una storia che nessuno avesse mai sentito prima. La pena per l’insuccesso era la trebbiatrice. E voglio qui affermare che mai nella mia vita ho partecipato ad un così meraviglioso saturnale di narrazioni». London era su un carro bestiame insieme ad ottanta vagabondi. In quella apparente disperazione ci regala il suo segreto: raccontare storie per attraversare la notte che, come la vita, può essere tremenda e gelida.