Viaggio di nozze nel Wessex tra gli ironici dispetti del destino

Sellerio propone una nuova traduzione di «Un semplice interludio» di Thomas Hardy. Un amaro apologo (con annessi colpi di scena) della vita matrimoniale nell'Inghilterra tardo vittoriana

Se cercate la regione del Wessex in una qualsiasi cartina britannica non la troverete. Così come è impossibile rintracciare sulle stesse mappe la città di Casterbridge. Eppure stiamo parlando di due luoghi tipicamente inglesi, le cui descrizioni firmate da Thomas Hardy ci riportano davanti agli occhi la vivida immagine del Dorset. È qui (a Dorcester per la precisione) che l'autore di «Tess di Uberville» e di «Via dalla pazza folla» è nato e cresciuto. Ed è sempre qui che è tornato per ritirarsi in campagna e dare sfogo alla sua vena narrativa. Ed è ovviamente dei paesaggi romantici e struggenti di questa regione meridionale dell'Inghilterra che è piena la sua narrativa. Una quinta che esce dallo sfondo per proporsi come coprotagonista dei drammi (molti) e delle tragicommedie (non tante ma significative) di cui è composto l'affollato corpus di short stories dello scrittore vittoriano. Uno di questi racconti è intitolato «A mere interlude» e viene ora riproposto dalla Sellerio con il titolo «Un semplice interludio» (traduzione di Lucia Ruspantini, pp. 102, 9 euro). Un romanzo breve che anticipa la felice stagione di «Piccole ironie della vita» e - soprattutto - dei romanzi maggiori («Tess» del 1891 e «Giuda l'Oscuro» del 1895). Per questa forte presenza della natura nei suoi racconti, Mario Praz parlava di «pedanteria da preraffaellita». La storia del doppio matrimonio della giovane e svogliata Baptista emerge, tuttavia, con tutta la sua carica umana da un paesaggio che si limita - per questa volta almeno - a insignificante veduta di una mare minaccioso ma lontano. La giovane donna lascia la sua isola per insegnare in un piccolo villaggio della costa. Angosciata dalle frequenti visite degli ispettori scolastici sogna un avvenire diverso dove anche il matrimonio di convenienza può essere una fuga appetibile a un lavoro frustrante. La maestria di Hardy in questo piccolo (ma finalmente ritrovato) capolavoro è tutta nel cogliere i tratti tipici di una antieroina già novecentesca nel viso insignificante e nello sguardo perso di questa maestrina senza vocazione. «Hardy - spiega Benedetta Bini nell'introduzione - non indaga nella psicologia di questa fanciulla: scivola veloce sulla superficie degli eventi e niente ci offre se non un semplice ma geniale intreccio di causalità». I meccanismi di reazione agli eventi e di mal digerito allineamento ai dettami sociali fanno pensare - ricorda sempre la Bini - alle eroine di Pedro Almodòvar (quanto di più moderno noi oggi possiamo immaginare) e alla loro «amorale forza di sopravvivenza». Questa fanciulla che finisce suo malgrado a vestire i panni di una figura sociale a lei invisa (matrigna e insegnante a tempo pieno), sembra essere l'ideale evoluzione di quella Jane Eyre che tanto bene ha funzionato come modello sociale e letterario lungo tutta la stagione vittoriana. Questa versione eroicomica della arrampicatrice sociale - spiega ancora la curatrice del volume - «porta con sé non il senso del dovere, non l'ambizione di educare giovani anime, ma una modernissima ed esilarante insoddisfazione». La storia del suo doppio matrimonio, dell'imprevedibile tragedia che colpisce il suo primo e focoso marito a poche ore di distanza dalla celebrazione nuziale, il colpo di scena finale (che vede il secondo ancorché anziano marito nelle insolite vesti di viveur dalla doppia vita) sono tutti elementi calibrati con estrema perizia da questo architetto mancato, che ha fatto della letteratura il laboratorio ideale per verificare tutte le potenzialità del vincolo matrimoniale come ideale cartina di tornasole delle imperscrutabili trame del destino. L'acuto senso umoristico e dell'assurdo di Hardy rappresentano una epifania suggestiva della migliore stagione novecentesca. E in racconti come questi mostra il lato migliore (più elegante e intellettualmente stimolante) della prosa vittoriana. Che sa chiudere questo apologo del matrimonio borghese con una sentenza che è tutta un programma: «Nell'umanità - commenta la voce narrante, alter ego dello stesso scrittore - non c'era nulla da disprezzare, ma infinitamente tanto da compatire». E Thomas Hardy riesce in poche decine di pagine a convincerci a seguirlo in questa benevola e indulgente impresa.