Viaggio fra odio e potere in «Foolforshakespeare»

All’Olmetto lo spettacolo firmato Navone, con l’attore de’ Giorgi: «Alla scoperta dei territori della follia»

Carlo Faricciotti

Il bello, con Shakespeare, è che lo si può riadattare, ridurre e stiracchiare come si vuole: non solo non ci sono eredi che ne difendano l’integrità, ma il risultato non cambia: l’arte di Shakespeare rifulge sempre.
Foolforshakespeare, drammaturgia e regia di Massimo Navone, con Eugenio de’ Giorgi in scena al Teatro Olmetto, nasce da queste premesse. Per dirla con Navone, Foolforshakespeare «è un viaggio visionario nei territori della follia shakespeariana. Un “fool” trasformista che traduce le parole del Bardo in un linguaggio anglo-padano e guida gli spettatori lungo un immaginario sentiero impervio e accidentato. Tra salti logici e analogici, in un gioco di metamorfosi improvvise, si materializzano sulla scena i più famosi personaggi del teatro di Shakespeare, sorpresi in un momento della loro follia. Follia d’amore, potere e odio. Follia come via di scampo dalla tortura di un dolore mortale. Follia come patente per dire verità altrimenti inaccettabili». Il «fool», il folle, il matto, nei testi di Shakespeare è sempre centrale: in Re Lear fa da contraltare, parodiandolo, al vecchio patriarca Lear, tradito dalle figlie che credeva più fedeli e salvato dalla figlia che credeva più infida; ma anche in Amleto, per esempio, ci sono dei momenti di follia e di parodia: Amleto intreccia il suo celebre monologo su essere o non essere tenendo in mano il cranio del buffone Yorick, mentre due eccentrici e filosofici becchini scavano la fossa per il cadavere dell'infelice Ofelia.
Monologo, quest’ultimo, ritradotto in anglo-padano: «Con de’ Giorgi - spiega ancora Navone - ho cercato di recuperare il ritmo e la concretezza del fool ritraducendo il suo linguaggio in chiave padana, come insegna Fo con il suo grammelot. Il risultato è stato sorprendente: ritradurre per esempio il monologo di Amleto ha aperto una nuova chiave di lettura del personaggio e ha dato un senso pieno a tutti quei giochi di parole spesso intraducibili».
Da Otello a Riccardo III, a Macbeth, sono i personaggi più celebri quelli sorpresi da Navone e de’ Giorgi nei loro momenti di lucida follia, quando entrano in crisi perché stanno forse cercando una nuova identità. Follie d’amore, follie nate dall'odio senza confini o da una scellerata sete di potere, follie che hanno proprio nella figura del fool il loro portavoce, il testimone matto che, grazie alla sua condizione, può anche dire la verità al re.
«Una delle suggestioni più importanti da cui sono partito - conclude Navone - è uno scritto in cui Jorge Luis Borges parla di Shakespeare e dice che l’esigenza di fare teatro nasce in lui da un vuoto di identità e dalla ricerca di colmarlo».